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Domenica, 26 Maggio
Protocolli sanitari per le scuole: proteggono i più deboli? Mere contraddizioni

I protocolli sanitari dalle regioni alle scuole, nell'ambito delle malattie infettive, passano attraverso le ASL. Da quando è stato abolito il certificato medico del pediatra o del medico di base, per la riammissione in classe, gli insegnanti sono stati indirizzati sul comportamento da tenere nel caso di sospette patologie.
Le brochure informative si preoccupano di fornire le indicazioni: in base ai sintomi e alla fascia di età, capire quando un soggetto va allontanato dal resto della classe.
Ma una domanda sorge spontanea: dove troviamo, in tutto questo, le indicazioni per proteggere soggetti immunodepressi? Eppure parliamo sempre di prevenzione, la stessa evidenziata da campagne vaccinali di questo periodo, riferite a esantematiche come morbillo e varicella.

Il ragionamento può sembrare banale, ma non lo è affatto, se andiamo a leggere la tabella (che trovate a seguire) che diversifica il protocollo sulla base della fascia di età e della sintomatologia.
Non si apprende perchè, di fatto, il comportamento da adottare sia tanto diverso, se il tema tocca la prevenzione vaccinale da un lato, o la "semplificazione burocratica" dall'altro, quando il tema centrale per entrambi è la salvaguardia della salute pubblica e di soggetti a rischio.

A tal riguardo, riportiamo la lettera di una insegnante che lavora presso una scuola dell'infanzia, testimonianza che assume la caratteristica di comune denominatore parlando con diverse strutture in tutta Italia.

Un metodo di prevenzione assurdo e contraddittorio se paragonato a quello del principio di allontanamento di un bambino non vaccinato (fino a prova contraria, sano), attuato per salvaguardare la salute di un coetaneo con sistema immunitario compromesso, quando non c'è la stessa certezza di infezione rispetto a un bambino con i sintomi indicati nei protocolli.

Tornare in classe dopo una malattia, oggi, non richiede più un certificato medico.
E' diventato tutto semplice, ma anche fuori controllo; sempre più spesso raccogliamo testimonianze da insegnanti che raccontano di aver accolto bambini, allontanati il giorno antecedente per evidenti problemi di salute, che vengono riportati l'indomani in classe quando è evidente che i motivi per cui erano stati allontanati dalla comunità per evitare focolai o diffusioni di epidemie, sono ancora li in tutta la loro forma, ma celati da antipiretici somministrati con molta probabilità la mattina stessa.

La regola in passato fissava in 5 giorni il limite oltre il quale doveva essere presentato il documento, ma ormai le regioni si stanno tutte uniformando, una delle ultime a dire "stop" è stato il Lazio.
Oggi sostanzialmente basta una autocertificazione del genitore.

Tutto nasce da una tendenza, ovvero quella di voler semplificare la materia di tutela della salute e delle politiche sociali e quindi intervenire sulla presentazione di un attestato dopo i cinque giorni, da parte di un medico che doveva quindi dare garanzia della totale guarigione del soggetto.

L'abolizione del certificato risale al 22/12/1967, attraverso il DPR n. 1518, che fissava comunque il periodo indicato entro i cinque giorni.
Questo decreto non è mai stato abrogato, ma negli ultimi anni l'orientamento è stato quello del suo superamento.

Già nel 2003, Regione Lombardia fece da apripista con una legge regionale che di fatto aboliva del tutto la presentazione.
Recentemente, nel 2014, il Consiglio di Stato ha ritenuto legittima l'abolizione dei certificati di riammissione, introdotta dalla Regione Liguria nell'ambito di semplificazioni di certificazioni sanitarie.

Seppur auspicabile che su tutto il territorio italiano ci sia uniformità nelle regole, la semplificazione introdotta da un lato solleva mamme e papà dall'incombenza del dover ricorrere a un pediatria (o medico di base) per la riammissione, ma dall'altro dovrebbe anche richiedere maggiori cautele.

Ma dove sono queste cautele? Non solo per la protezione di un immunodepresso, ma in generale per tutta la communità.
Perchè la verità, spesso, sta nel mezzo.
In passato allarmismo e paure si alimentavano tra i genitori quando casi epidemici singoli o focolai entravano nelle scuole, e le istituzioni sanitarie intervenivano con questi documenti per abbassare i toni.
Oggi invece sono gli stessi enti che l'allarmismo lo diffondono, in maniera ingiustificata, spesso anche attraverso professori o scienziati che vogliono nascondere gli effetti collaterali che certi protocolli imposti possono causare, come le vaccinazioni, che di fatto pongono l'accesso scolastico subordinato a un obbligo sanitario in assenza di epidemie.
E in passato si attraversavano periodi in cui i casi segnalati di morbillo erano ben otto volte superiori al 2017.

Una  brochure di Regione Lombardia, disponibile sul sito ufficiale e risalente al 2009, fa riflettere rispetto a quanto fin qui esposto, considerando che quello che vi si trova al suo interno è lo stesso protocollo adottato oggi, a quasi 10 anni di distanza, da buona parte delle scuole di tutta Italia (le scansioni che alleghiamo sono la testimonianza).

Ecco quanto troviamo nella prima pagina interna dopo la copertina:

E' esperienza comune che, quando casi singoli o focolai di epidemia coinvolgono la scuola o le comunità infantili in genere, subentrano paure e allarmismi.
Gli interventi di prevenzione, che la ASL mette in campo attraverso gli operatori del Dipartimento di Prevenzione Medico e dei Distretti, sono a volte ritenuti insufficienti, perchè è ancora diffusa l'erronea convinzione che tutti i mezzi possibili dall'isolamento dei malati alla disinfezione di case e scuole, siano sempre assolutamente necessari.
....
E' ormai noto che la maggior parte delle patologie si diffondono già dal periodo di incubazione (quando cioè non vi sono ancora sintomi chiari della malattia), che in molti casi il contagio può essere evitato adottando semplici precauzioni e misure di igiene, purchè applicate costantemente anche in assenza di persone malate.
E ancora sappiamo che tutti i virus e molti batteri sopravvivono, fuori dal malato, per pochissimo tempo e, dunque, la disinfezione degli ambienti si rivela inutile se non dannosa (per la selezione di ceppi resistenti).

Leggendo l'introduzione si intuisce quanto sia cambiato l'atteggiamento, dalla disinfezione degli ambienti, ma anche nell'approccio che si evidenzia da altre informazioni contenute nel documento.
Sappiamo, da fatti di cronaca sanitaria del 2017, di contagi di morbillo proprio in ambienti ospedalieri, che hanno portato al decesso di bambini immunodepressi, ricoverati in reparto di oncologia e non di pediatria.
Non ci dimentichiamo poi del rapporto dell'AIFA di inizio 2018 che ha denunciato, proprio nei nosocomi italiani, un numero impressionante di decessi (oltre 7.000 persone in un solo anno) per infezioni batteriche contratte nei reparti ospedalieri.

Difronte a quanto raccontato sopra, non ci possiamo risparmiare nel mostrare la tabella qui sotto, che si trova nel documento di Regione Lombardia (pag. 14), ma confermato essere il protocollo adottato anche in altre regioni italiane:

tabella RL protocollo scuole

Non entriamo nei dettagli di quanto scritto in quanto appaiono evidenze e riflessioni per molti genitori che si chiederanno cosa avviene di fatto nella scuola frequentata dai loro figli.
La sola fascia di età 0/6 anni (nido e scuola materna), vede dei protocolli che difficilmente possono trovare spiegazione:

  • in una lasso di tempo circoscritto in sole 3 ore, un insegnante dovrebbe attendere almeno la quarta scarica di diarrea o di vomito prima di contattare il genitore, per allontanare il bambino; ci chiediamo se una mamma o un papà attenderebbero tanto, nel proprio contesto familiare, prima di intervenire per curare il figlio
  • febbre che supera i 38,5°C, quale genitore ha il coraggio di sostenere che un bambino in queste condizioni è nello spirito, nella forza e nella emotività per poter rimanere con i propri compagni

Due punti cruciali che ci fanno domandare se i sintomi potrebbero già rappresentare una malattia infettiva a cui, di certo, un immunodepresso (nel principio e nella logica di un allontanamento) non dovrebbe essere esposto.

Quello che ancora appare più emblematico, è che in calce alla tabella viene esplicitamente scritto (riferendosi alle celle con un asterisco), quanto di seguito:

Non è previsto l'allontanamento inteso come misura di carattere preventivo rispetto alla collettività, tuttavia è evidente la necessità di salvaguardia dell'individuo e, quindi, l'opportunità di un rientro a casa quando non sia in grado di partecipare alle normali attività scolastiche.

Per concludere, vengono poi aggiunti dei punti in cui si parla del periodo che precede l'effettivo allontanamento, sostenendo che è necessario "mantenere il soggetto che presenti uno o più sintomi tra quelli indicati in tabella, in uno spazio separato, non a diretto contatto con i compagni".
Non c'è stato un insegnante, tra quelli intervistati, che ha mai confermato tale azione, soprattutto per la mancanza di risorse umane.

In fondo all'articolo potrete scaricare la brochure ufficiale.

Pubblichiamo la lettera ricevuta da una insegnante lombarda che lavora in una scuola dell'infanzia.
Per alcuni suoi colleghi e operatori del settore questo sarà un de-ja-vu, visto che molti di loro riportano le stesse testimonianze che quotidianamente vivono sulla propria pelle.

Il post pubblicato da un pediatra di Bari mi ha spinto a mettere per iscritto molte mie perplessità, nate con tutto ciò che sta accadendo a causa della legge 119. Il medico, riguardo alla vaccinazione suggerisce di non chiamarla più immunità di gregge, bensì immunità solidale, perché, per lui la vaccinazione è anche un atto di solidarietà verso il prossimo.

Io sono un'insegnante di scuola dell'infanzia e quindi mi chiedo: questa solidarietà, richiesta sopratutto per i bambini e le persone immunodepresse, come ampiamente ribadito da tv, giornali, medici che partecipano a trasmissioni televisive ecc, ecc... si limita al discorso vaccinazioni??

Perché dopo aver sentito parlare una ragazza gravemente immunodepressa, ciò che ho appreso è che chi soffre di questa patologia non rischia esclusivamente con le malattie esantematiche, ma un semplice raffreddore, una gastrointerite, una tosse e molto altro, può compromettere la loro salute. Detto ciò mi è risultato spontaneo pensare che nessun bambino immunodepresso può frequentare la mia sezione, nonostante, ad ora, I miei alunni risultino, per la legge, "conformi".

Questo perché per noi insegnanti è diventata quasi una routine accogliere al mattino bambini visibilmente indisposti. Ciò accade sicuramente per la difficoltà che hanno i genitori dettate dagli impegni lavorativi, non cambia però il fatto che molte volte i bambini vengono portati a scuola sotto l'effetto del antipiretico, con la congiuntivite o che abbiano vomitato tutta notte e al mattino vengano comunque accompagnati a scuola....
In questi casi dovrebbe valere comunque la solidarietà, giusto????
O si usano due pesi e due misure?


Firmato
Un insegnante stanca di sentire ipocrisie e molto dispiaciuta di vedere bambini sani esclusi da scuola.

 

 

ALLEGATO:

pdfBrochure Regione Lombardia

pdfBrochure scansione da una scuola dell'infanzia

 

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