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Mercoledì, 21 Ottobre
Il negazionismo in tempi di #Covid

In tempo di pandemia, oltre che con mascherine, guanti monouso e gel igienizzanti, abbiamo familiarizzato con termini fino a qualche mese fa sconosciuti ai più.

Molti con una pertinenza semantica chiara e adeguata al contesto in cui ci siamo trovati a vivere, altri il cui significato è stato volutamente adattato ad un contesto tutt’altro che pertinente: uno di questi è il termine negazionismo ed il suo derivato negazionista.

Partiamo dalla sua definizione enciclopedica.

Negazionismo è un derivato di negazione, termine con cui viene indicata polemicamente una forma estrema di revisionismo storico, la quale, mossa da intenti di carattere ideologico o politico, non si limita a reinterpretare determinati fenomeni della storia moderna, ma, specificatamente con riferimento ad alcuni avvenimenti connessi al fascismo e al nazismo (per esempio, l’istituzione dei campi di sterminio nella Germania nazista), si spinge fino a negarne l’esistenza o la storicità.

E cosa può essere successo in una società evoluta come quella in cui viviamo da giungere a riutilizzare un termine così aberrante per definire chi ha idee diverse circa la gestione della pandemia ed ha dubbi su come siano andate realmente le cose?

Sempre più spesso viene definito negazionista chi, ad esempio, ha posto dubbi ed ha dubbi sulla reale efficacia nella prevenzione del contagio da Covid-19 dei guanti monouso (prima caldamente consigliati e poi quasi vietati dall’OMS) e delle mascherine (chirurgiche si, lavabili ni, con valvola no) o chi ancora s’interroga sulla reale facilità con cui il Covid-19 si diffonde nell’aria.

Diversi paesi del Nord Europa, ad esempio Olanda, Danimarca e Svezia, forti del fatto che i loro funzionari della sanità pubblica hanno asserito che da un punto di vista medico non ci sono prove di un effetto medico dell’uso delle maschere, hanno deciso di non imporre un obbligo nazionale, ma hanno sensibilizzato la popolazione al rispetto reciproco attraverso il rispetto di basilari norme igieniche ed al distanziamento.
Olanda, Danimarca e Svezia sarebbero quindi degli stati negazionisti.

L’uso di queste tecniche linguistiche è subdolo e pericoloso in quanto pone sullo stesso piano coloro che negano fatti criminali storicamente accertati e coloro, tra i quali spiccano autorevoli scienziati, medici, virologi, avvocati e costituzionalisti, se non addirittura interi stati, che hanno un’idea diversa sull’efficacia delle linee guida, costantemente contraddittorie e mutevoli, diffuse nel corso dei mesi dall’OMS e, in Italia dall’ISS.

È come se la libertà di manifestazione del pensiero, anche scientifico, in un momento in cui la scienza si è rivelata tutt’altro che infallibile e universale, fosse un reato paragonabile allo sterminio degli ebrei per mano dei nazisti.

A questo proposito sorprende la modernità di un passaggio di una conferenza di Rudolf Steiner tenutasi il 2 Gennaio 1916, più di un secolo fa.

Forse non possiamo fare molto contro l'andamento materialistico dell'attuale clima di non libertà.
Ma dobbiamo almeno imparare ad avvertirlo come una coercizione.


Dobbiamo iniziare da qui, senza cadere nell'inganno.
Infatti se il mondo continua la sua evoluzione nel senso di questo impulso materialistico,
arriveremo gradualmente al punto in cui sarà proibito a chi non ne avrà l'autorizzazione dello Stato di fare qualsiasi cosa per la salute umana; non solo, sarà proibito ogni discorso che riguardi in qualche modo la scienza se non viene da coloro che per una sorta di voto si sono impegnati a non dire nulla che non vada nel senso materialistico del mondo.


Oggi vi sono già molte proibizioni di cui gli uomini non avvertono la pressione.


Ma andiamo verso tempi nei quali saranno vietate pressoché tutte le cure non autorizzate per la salute dell'uomo, e sarà proibito a tutti parlarne, ad eccezione delle istituzioni garantite e autorizzate dai poteri materialistici.


Questo pensiero, oggi, avrebbe sicuramente portato Steiner ad essere tacciato di negazionismo.
Ma di certo nessuno potrà mai tacciare di negazionismo Arrigo Levi, che dalle leggi raziali fu raggiunto, che definiva il giornalismo “il mestiere di capire” e che della verità aveva un concetto universale.

Ciò che più importa è l'essere disponibili a riconoscere il seme di verità che si esprime anche nella fede altrui, e l'essere disposti a riesaminare con animo aperto le proprie convinzioni e a rileggere criticamente anche la storia passata dell'istituzione o della fede in cui ci si riconosce.

Negare la realtà che stiamo vivendo vuol dire infilare la testa nella sabbia, dare un colpo di straccio su tutto e ricominciare come se nulla fosse accaduto.

Negare è troppo comodo, criticare è estremamente serio!

Avere uno sguardo critico sulla realtà vuol dire riconoscere il seme di verità che si esprime anche nelle idee altrui, non rinunciare all’esercizio della nostra libertà e ad essa non rassegnarsi, lasciando che questo immenso sistema ci inghiotta senza muovere un dito.

Ed a proposito di verità, George Orwell scriveva “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”.

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