Il Blog di Gioia Locati

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I morti da Covid sono più dell’anno scorso. Perchè non se ne parla?

Quanto si muore oggi per Covid in Italia? Cerchiamo di capirlo da diverse fonti.

Morti per tutte le cause

L’anno non si è ancora concluso perciò l’Istat ci permette di confrontare soltanto i mesi da gennaio a giugno dei due anni 2020 e 2021. Cliccate qui su “decessi anni 2011-2021” e poi scaricate la “Tavola decessi totali regionali”. Sono i morti per tutte le cause. Emerge un eccesso di ben 15.752 morti nei primi 5 mesi del 2020. Ma questo lo sapevamo già. 

Da gennaio a giugno 2020 sono morte 378.428 persone

Da gennaio a giugno 2021 sono morte 362.676 persone.

Morti per Covid

L’ISS e il sito internazionale Our World in data ci permettono di calcolare i morti da Covid. Per avere i dati giornalieri cliccate sul sito dell’ISS, qui, quindi aprite “Covid 19 ISS open data”. Appare un file excel che va convertito in numeri. Ci ha aiutato Stefano Petti che ha generato per noi un file con i dati degli ultimi mesi, dal 16 giugno al 16 settembre. Numeri confrontabili con lo stesso periodo del 2020. Petti ha utilizzato due metodi diversi, contraddistinti dagli asterischi. Accanto vedete i suoi grafici che mostrano la curva dei decessi giornalieri, li ho allegati anche come immagini. Qui trovate il file generato da Petti: mortalitàCovidItaliaGiugnoSettembre

Sintesi dati ISS

Dal 16/6/20 al 17/9/20 (93 giorni) sono morte 1.101 persone.

Dal 17/6/21 al 17/9/21 (93 giorni) sono morte 2.508 persone. 

Quest’anno, negli stessi 93 giorni, abbiamo avuto 1.407 decessi in più.

Negli ultimi 30 giorni i decessi in più rispetto all’anno scorso sono stati 1.097.

Sintesi dati Our Worl in data

La tabella allegata come immagine riporta i dati sulla mortalità tratti dal sito Our World in data, qui, e mostra l’andamento della prima settimana di settembre in vari Paesi. (Ci si muove facilmente sul sito spostando il mouse, esempio: dove appare “metric” lasciare “confirmed deaths” e su “interval” inserire “weekly”, dopo si regola la striscia blu in basso per spostare le date. Sulla sinistra si sceglie il Paese).

Nella prima colonna della tabella allegata compare la percentuale delle persone vaccinate al 10 settembre, cliccate qui; nella seconda e nella terza il confronto tra il tasso di mortalità settimanale del 2020 con quello del 2021. Nella quarta, l’ultima colonna, la percentuale di crescita dei decessi calcolata per noi da Stefano Petti.

Cosa emerge

La mortalità da Covid è aumentata in tutti i Paesi rispetto a un anno fa, tranne che in Polonia e in Repubblica Ceca. Solo in Svezia è rimasta stabile. È poi diminuita in quasi tutti i Paesi del Sud America (in settembre per loro è piena estate) mentre è aumentata in Asia, Africa, Oceania e Nord America.

Guardiamo l’Italia: la mortalità è passata da 1,5 a 6,9 per milione (!). Significa che è più che quadruplicata. Nel Regno Unito è aumentata di 10 volte: nel 2020 era 1,1 su milione di abitanti e oggi è di 14,4. Il triste primato spetta alla Lituania: il tasso di mortalità è passato da 0,3 decessi per milione di abitanti a 26,4 per milione.

Si obietterà che questi sono i dati di una settimana di settembre. E che non è detto che l’andamento delle prossime settimane rispecchi questo tragico trend (ce lo auguriamo!). Secondo Petti in questo momento “è difficile fare previsioni per il prossimo inverno”.

Tuttavia ci si chiede come mai nessuno faccia notare che abbiamo 4 volte i decessi dell’anno scorso visto che tutti i giorni il numero dei morti (giornaliero) da Covid compare fra le notizie dei telegiornale. 

Cercherò di informarvi quanto prima sulla percentuali di vaccinati e non vaccinati fra i deceduti. 

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I morti da Covid sono più dell’anno scorso. Perchè non se ne parla?

Il tampone salivare? Permette di ottenere il green pass ma non si dice

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Il tempone salivare? Permette di ottenere il green pass ma non si dice

Partiamo da maggio quando una circolare del ministero della Salute riconosce la validità dei tamponi salivari, li paragona a quelli nasali e mette per iscritto che “sono un’alternativa qualora non sia possibile eseguire un tampone nasale”. Cliccate qui. (La circolare non è stata nè smentita nè ritirata nei mesi successivi).

Come per i nasali, i tamponi salivari esistono nelle due modalità, test rapido antigenico con risultato dopo pochi minuti e test molecolare con risultato dopo 24 o 48 ore. L’attendibilità è stata studiata da varie università (Milano, Torino, Padova, per citarne alcune) e si aggira attorno al 98%. A differenza dei tamponi nel naso sono assai più pratici e indolori. Si presentano come un lecca lecca di cotone, si tengono in bocca pochi secondi, non vi è necessità di spingerli in gola poiché il Sars Cov 2, se presente, si trova nella saliva.

Sono molto più adatti ai bambini e a tutti coloro che soffrono di epistassi o hanno il setto nasale deviato.

Ora che riaprono scuole ed università e tutto il personale dovrà mostrare il Green Pass per poter lavorare, e anche gli studenti universitari dovranno esibirlo per poter frequentare le lezioni e sostenere gli esami – premesso che non si è capito ancora chi sia la figura addetta alla supervisione del documento, poiché, al di fuori dei sanitari e delle autorità aeroportuali, tutti gli altri incaricati devono comparire in un elenco della Commissione europea e risulta che il governo non abbia ancora inserito nessuno (regolamento UE 953/2021, punto 22) e poi chi controlla il controllore del pass? – salvo tutto questo, abbiamo pensato di presentarvi una mappa dei laboratori che eseguono i salivari accreditati per il Green Pass.

Sì, perché nonostante il decreto Draghi vieti espressamente i test salivari per ottenere il Green Pass, cliccate qui sulle FAQ (ma non perdete tempo a cercare le ragioni politiche del veto perché non ci sono), diversi laboratori li propongono rilasciando un certificato cartaceo che consente poi di ricevere il lasciapassare.

In sintesi: i test salivari sono validi, sono promossi sulle pagine dei vari laboratori, permettono di ottenere il qr code per il Green Pass ma per Asl, Regioni e Ministero della Salute non esistono.

Ipocrisia istituzionale?

C’è da chiederselo, poiché Il Ministero della Salute che nega che il salivare sia riconosciuto ai fini del lasciapassare è lo stesso Ministero  che poi invia il Green pass sullo smartphone degli utenti che lo hanno eseguito.

Dove si fanno

Abbiamo rintracciato 18 laboratori in Lazio (17 fra Roma e provincia e uno a Viterbo) del network Lifebrain che eseguono il salivare molecolare a 50 euro. I risultati arrivano dopo 24 ore. “Rilasciamo copia cartacea e codice, poi, sullo smartphone arriverà il Green pass” ci viene spiegato. E chi spedisce il Green Pass? Il ministero. Cliccate qui per trovare i 18 laboratori.

Abbiamo chiesto al gentile operatore come mai in altre regioni i laboratori dello stesso network Lifebrain non eseguono il salivare ma solo il nasale. E ci è stato risposto che in Lazio “è stato siglato un accordo con la Regione” e “sono in attesa per le altre Regioni”. Regione Lazio da noi interpellata, tramite ufficio stampa, ha risposto di “non sapere se esistano questi accordi”.

In Lombardia abbiamo trovato solo il centro milanese MedNow in viale Zara. Tampone rapido salivare, con risultato in pochi minuti, a 60 euro. E salivare molecolare da 150 a 250 euro. Ci spiegano: “Il nostro test salivare è riconosciuto ai fini del ricevimento del Green Pass, siamo un centro accreditato, i risultati sono inoltrati nel flusso giornaliero ad ATS”.

ATS (che è la Asl milanese) da noi interpellata ha dichiarato di “non aver mai autorizzato nessun centro ad eseguire tamponi salivari ma vi sono diversi laboratori autorizzati sui nasali. In questo caso, con la specifica struttura deve esserci stato un fraintendimento”.

Le criticità

I salivari sarebbero il mezzo più pratico e sicuro, oltre che per sapere se si è contagiosi, anche per non dover soffrire ogni 48 ore dovendo disporre di un Green Pass.

Ma costano troppo per essere uno strumento da farsi ogni 48 ore per il lasciapassare (soprattutto il molecolare che richiede almeno 24 ore di attesa e risulta così spendibile un solo giorno).

La discriminazione

Chi non può o non desidera vaccinarsi (in Lombardia al momento il 14% del personale scolastico) è costretto a pagare l’obolo tampone per andare a lavorare. Identica la situazione per gli studenti universitari: in barba al diritto allo studio e alle tasse pagate non potranno frequentare lezioni e sostenere esami senza Green Pass.

Cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Sì perché le varie iniziative di tamponi nasali gratuiti, proposte da alcune regioni a tutto il personale scolastico, si sono all’improvviso “ristrette” per non intralciare la vaccinazione di massa.

Così abbiamo una Regione Emilia Romagna che ha rinnovato il lodevole progetto dei mesi scorsi: tamponi gratuiti in farmacia a studenti, insegnanti e ai loro familiari, dalle primarie all’università. Peccato vi si possa accedere solo ogni 15 giorni: dunque, non funziona come via libera a poter lavorare (sic!). Cliccate qui.

Poi c’è l’intraprendente Lombardia, fra le prime a studiare i salivari, a divulgarne l’attendibilità per poi lasciarli in un cassetto che, un anno fa circa, prima della vaccinazione di massa, aveva disposto posti per fare i tamponi, i Drive Throuth, gratuiti a libero accesso per studenti e personale scolastico. Oggi che questi spazi servirebbero per poter permettere agli insegnanti che non possono o non vogliono vaccinarsi di entrare a scuola in sicurezza, è rimasto solo quello di via Ovada 26, all’ospedale San Paolo (dove, per fortuna, ci si può recare anche ogni 48 ore). Gratis per tutti c’è l’Unità Mobile della Croce Rossa alla Stazione Centrale. Quindi stop.

Qui invece trovate l’elenco delle farmacie italiane accreditate con il ministero dove il tampone costa 15 euro per gli adulti e 8 per i bambini.

La dissidenza individuale

Vi invito a leggere l’intervento (allegato in immagine) che il professor Francesco Benozzo, ordinario di Filologia romanza all’Università di Bologna, ha scritto oggi per La Verità. “Vi esorto a chiedere a voi stessi, in coscienza, se ha davvero senso pensare a voi stessi come insegnanti, come docenti, come persone libere in un’istituzione libera a fronte di questo ricatto che costringe voi a obbedire a una regola insensata e i vostri colleghi che non obbediscono a stare fuori dalle aule…”Così conclude:

Credo che molto, o tutto, dipenda da voi”.

 

21h28 laverita

Lo studio di Colonia: ci si ammala dopo due dosi di vaccino

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Lo studio di Colonia: ci si ammala dopo due dosi di vaccino

Torniamo sull’argomento che una volta era chiamato “fallimento vaccinale”. I vaccini non sono infallibili – ci hanno sempre spiegato – in una piccola percentuale di casi possono non funzionare. Succede così che un vaccinato possa comunque ammalarsi.

Oggi, che è stato introdotto il Green Pass, questa eventualità andrebbe “quantificata” con attenzione (ad esempio: in quale percentuale ci si ammala e in quale si resta solo positivi? E se si è positivi, o infetti, si può contagiare?) altrimenti si rischia di sottovalutare il pericolo credendosi protetti al 100% quando invece si è untori.

Sarà per questo che il premier Mario Draghi ha chiesto a tutti i giornalisti presenti alla conferenza stampa di ieri  (quella sull’annuncio del Green Pass con le famose parole che passeranno alla storia, o vaccino o morte) di presentarsi con un tampone antigenico recente?

Leggete la testimonianza in apertura de Il Tempo di oggi, da foto allegata. Inutili le perplessità e le richieste di chiarimento dei presenti vaccinati con due dosi e muniti di Pass Verde, tutti i 25 colleghi ammessi nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio hanno dovuto esibire il tampone. 

È ufficiale: ci si può ammalare dopo il vaccino

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È ufficiale: ci si può ammalare dopo il vaccino

Le hanno chiamate “Vaccine-breakthrough infections” (VBI), sono le infezioni da Sars-Cov-2 che si verificano dopo aver completato il ciclo vaccinale. Lo studio riguarda le persone che hanno fatto i vaccini a mRNA.

Tutte le persone che si sono infettate e ammalate dopo la vaccinazione completa avevano alti livelli di anticorpi nel sangue, quindi erano da considerarsi immuni.

Gli anticorpi, se pur presenti in quantità, non hanno tuttavia evitato la malattia a 24 militari e sanitari su un totale di 1547 infettati, tanti i partecipanti dello studio. Zero protezione sia nei confronti del ceppo originale del virus che delle varianti.

Qui lo studio. La rivista è autorevole ma non è la sola a parlarne, ci conferma l’epidemiologo Stefano Petti.

Ci sono più ricoveri dell’anno scorso, perché non si dice?

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Ci sono più ricoveri dell’anno scorso, perché non si dice?

Cominciamo dal considerare che, rispetto all’anno scorso, nello stesso periodo, l’Italia conta più persone ricoverate in ospedale e in terapia intensiva. Osservate le tabelle costruite sui dati della Protezione Civile e dell’ISS, aggiornate e gentilmente concesse dal “Gruppo Info Vax evidence based”. La discesa della curva della mortalità appare simile al 2020 ma quelle che indicano i ricoveri ospedalieri e i posti occupati in terapia intensiva mostrano, rispetto all’anno scorso, una discesa meno accentuata. Come mai? E perché non se ne parla? Perché si continua a sostenere che la discesa di ricoveri e morti è solo un effetto delle vaccinazioni che nel 2020 non c’erano?

Forse la circolare allegata, emanata dall’Asp Palermo, può dare un’indicazione? Si legge la preoccupazione per l’eventualità che il personale ospedaliero vaccinato possa trasmettere infezioni. Quante contagi stanno avvenendo negli ospedali? E fuori? Perché questo silenzio?

Cerchiamo di capire alla luce della Evidence based medicine.

Uno studio del British Medical Journal, uscito a marzo, coglie la necessità “di frenare la socializzazione in chi è appena stato vaccinato”.

Si dice che l’incidenza giornaliera del numero di casi di Covid è circa raddoppiata dopo la vaccinazione fino all’ottavo giorno. Cliccate qui.

Come si spiega questo maggior numero di casi tra i vaccinati?

I ricercatori inglesi ipotizzano che ciò sia dovuto a “una falsa percezione di sicurezza che avrebbe fatto interrompere le precauzioni”. Più verosimilmente, secondo i dati del Gruppo Studio Info Vax, “dopo la vaccinazione si verifica una transitoria immunodepressione (infatti si sta osservando un aumento dei casi di Herpes Zoster): diminuiscono i linfociti e i vaccinati si ritrovano più esposti alle infezioni. Si dirà che l’effetto è transitorio e poi le infezioni nei vaccinati discendono – fanno notare gli studiosi –  È vero, come è vero che accade lo stesso nei guariti anche se hanno sviluppato un’infezione lieve o asintomatica. Torneremo su questo punto fondamentale confutando la credenza che giovani e bambini non vaccinati siano un serbatoio di virus”.

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“Imitiamo i tedeschi, non vacciniamo ragazzi e bambini”

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“Imitiamo i tedeschi, non vacciniamo ragazzi e bambini”

L’istituto Koch ha sconsigliato la vaccinazione anti Covid agli adolescenti, consigliandola solo per i ragazzi con malattie importanti. Per il ministero della Salute berlinese somministrare loro il nuovo vaccino rappresenta più un rischio che un beneficio. Perché i dati raccolti sono alquanto scarni. Forti perplessità arrivano anche dalla Svezia e dalla Gran Bretagna.

L’unica sperimentazione fatta sui giovanissimi dai 12 ai 15 anni, con il vaccino Pfizer, è durata due mesi, sono stati reclutati 2.260 adolescenti ma il farmaco lo hanno ricevuto solo in 1.130.

Nella settimana di sorveglianza attiva dopo la vaccinazione sono emersi svariati effetti secondari, nel 40% circa moderati (cioè che possono interferire con attività e abilità quotidiane) e, nell’1,5% dei vaccinati severi (disabilitanti, che richiedono un trattamento medico). Se i 2,3 milioni di 12-15enni italiani si vaccinassero avrebbero 34.000 reazioni disabilitanti per il solo dolore locale grave. 

In più ci sono trenta adolescenti vaccinati la prima volta che non si sono presentati per la seconda dose. Non se ne conosce il motivo, il report non fornisce spiegazioni. Nessun ragazzo del gruppo dei riceventi il vaccino si è ammalato, dell’altra metà 16 sono risultati positivi al virus. Cliccate qui.

Meno Covid: merito dei vaccini o della primavera?

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Inauguro oggi una serie di articoli “in pillole” per informarvi del lavoro svolto dal Gruppo Studio “Info-vax evidence based e strategie contro la Covid 19”.

Composto da medici e ricercatori, il Gruppo si rivolge al personale e alle istituzioni sanitarie e si prefigge di:

  • individuare le migliori strategie per affrontare la malattia basandosi sulla Evidence Based Medicine;
  • aprire un dibattito scientifico che accolga anche il contradditorio;
  • fare “massa critica” aumentando la consapevolezza delle malattie e del modo di prevenirle. Cliccate qui per consultare il sito.

In piazza per le libertà

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In piazza per le libertà

Vuoi raccontare la protesta? Vai e consuma le suole delle scarpe, annusa l’aria” insegnava il capocronista.

Eccomi a Bologna, in una piazza del Nettuno traboccante. Migliaia di persone in ascolto di chi arringa la folla dal palco. Sono tanti e tutti ascoltano (sembra una ovvietà ma non lo è: pensate che ai cortei degli studenti molti ci vanno tanto per fare e, altrettanti, per appiccicarci sopra un’etichetta politica).

A radunarci è l’iniziativa “Primum non nocere” promossa dai movimenti Libera scelta: ne esiste uno in ogni Regione e sono coordinati fra loro. Sono cresciuti via via in risposta alla politica sanitaria degli ultimi anni.

Tante maschere, pochi volti

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Tante maschere, pochi volti

Oggi affrontiamo il tema delle mascherine perché alcuni studiosi chiedono di rivederne le regole. Servono davvero? E quando?

Ricordiamo che il decreto legge che ne ha introdotto l’uso prevede “l’obbligo di portarla con sè” e di indossarla sempre nei luoghi chiusi mentre all’aperto salvo quando è garantita una condizione di isolamento. Le stesse regole dovrebbero valere per le scuole. Tuttavia accade che, per eccesso di zelo (o per paura), si indossino mascherine anche quando si cammina all’aperto da soli, mentre si guida o si è seduti in classe per diverse ore, benchè i banchi siano a più di un metro di distanza l’uno dall’altro.

Vaccini, la sperimentazione è in corso senza assicurazione

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Vaccini, la sperimentazione è in corso senza assicurazione

Ringrazio Eugenio Sinesio, ematologo e cardiologo nonché referente territoriale della Lega italiana per i diritti dell’uomo, per avermi segnalato quanto segue.

Fino al 5 giugno del 2020 la popolazione italiana era tutelata da una legge che prevedeva una copertura assicurativa per i partecipanti (volontari) alle sperimentazioni cliniche dei medicinali.

Se ne parla nel decreto del 14 luglio 2009, cliccate qui.

Ma il 5 giugno dell’anno scorso quel decreto è stato modificato dalla legge 40. Scorriamone il testo dell’ art 40, e troviamo il comma 6, di tre righe appena: “Per gli studi sperimentali senza scopo di lucro di cui al presente articolo non è richiesta la stipula di una specifica polizza assicurativa”. Cliccate qui.

Attenzione, dunque. Perché l’inciso,“senza scopo di lucro”, si traduce in una doppia fregatura. Da un lato gli italiani, come tutti i cittadini europei, hanno contribuito con le tasse a finanziare la ricerca e la realizzazione dei vaccini anti Covid (prodotti non profit). Ma poi le aziende hanno brevettato i vaccini (che pertanto cesseranno di essere non profit). Nel frattempo, pochi mesi prima che i vaccini venissero distribuiti, è stata cambiata la clausola sulle polizze assicurative. Grazie all’espressione “senza scopo di lucro” lo Stato italiano non ci assicura più durante l’attuale periodo di sperimentazione.

No-vax sospesi dal lavoro? Una bufala

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No-vax sospesi dal lavoro? Una bufala

Una notizia diffusa ieri si è rivelata imprecisa. Anzi, è meglio dire: errata.

La trovate qui. Si racconta di una decina di dipendenti di due case di riposo del bellunese che si sarebbero rifiutati di vaccinarsi in febbraio e che per questo sono stati sospesi dal lavoro (messi in ferie forzate). Il medico delle due strutture avrebbe stabilito l’ inidoneità al servizio degli operatori sanitari,  “permettendo ai vertici delle case di riposo di allontanarli dal luogo di lavoro, senza stipendio, per impossibilità di svolgere la mansione lavorativa prevista”, così si legge sul Corriere.

La cronaca prosegue raccontando che gli operatori sanitari si sono rivolti al giudice “per essere reintegrati nel posto di lavoro rivendicando la libertà di scelta vaccinale prevista dall’ordinamento italiano e dalla Costituzione”.

Il giornalista, poi, ci mette del suo lasciando intendere che le sue parole chiariscano maggiormente il verdetto del giudice, eccole: “C’è poco da gridare ai quattro venti che l’autorizzazione ai vaccini è temporanea, che c’è stata poca sperimentazione e che ci sono rischi, il tribunale ha ritenuto insussistenti le ragioni degli operatori no vax”.

Quindi l’articolo ricorda che i dipendenti non sono stati licenziati ma solo “sospesi”, “significa che quando cesserà il pericolo per la salute, cioè se si vaccineranno o se la Covid sparirà dalla faccia della terra, potranno essere reintegrati con effetto immediato”.

C’è anche una ciliegina – pindarica, perché non c’entra con il resto -: addirittura, secondo gli avvocati delle RSA, “la condotta degli operatori sanitari si può paragonare a mobbing nei confronti degli ospiti delle RSA”. Avete capito bene: gli ospiti anziani sono liberi di vaccinarsi o meno e, secondo questi avvocati, sarebbero mobbizzati dagli operatori che esercitano lo stesso diritto.

L’estensore conclude che la sentenza “è destinata a fare da pilota per i prossimi ricorsi” e suggerisce come dovranno comportarsi in futuro i direttori ospedalieri “in mancanza della possibilità di sospendere i no-vax, i direttori generali potranno metterli in reparti isolati dove non saranno in grado di contagiare e contagiarsi”.

Ora leggiamo la sentenza qui e cerchiamo le differenze.

Così l’idrossiclorochina finisce al Consiglio di Stato

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Così l’idrossiclorochina finisce al Consiglio di Stato

Cos’è l’idrossiclorochina? Fa bene o fa male? Come si affronta oggi il Covid? Ci si può curare a casa? Proviamo a rispondere con l’aiuto di un medico, l’oncologo e professore Luigi Cavanna, che ha seguito centinaia di malati di Covid, trattandoli con questo farmaco al loro domicilio. Da maggio però non si può più prescrivere né somministrare idrossiclorochina (vedremo perché).

Il 10 dicembre il Consiglio di Stato si esprimerà sull’esposto presentato da alcuni medici che chiedono il via libera al farmaco e di poter prescrivere in scienza e coscienza. 

L’ antefatto

L’idrossiclorochina si usa da oltre 50 anni per curare la malaria e alcune malattie autoimmuni. Per le sue proprietà immunomudulanti, anti trombotiche e anti virali è stata impiegata anche per contrastare alcune importanti infezioni, dall’HIV all’Ebola, dalla Sars alla Mers. Costa poco.

Durante la prima ondata del Sars-Cov-2, l’idrossiclorochina era presente nelle linee guida dei Paesi occidentali colpiti dall’infezione (approvata, dunque, anche da Aifa ed Ema) per trattare i malati, sia in ospedale che a domicilio.

A maggio però esce uno studio su Lancet – rivelatosi poi fallace – che richiama le attenzioni delle agenzie regolatorie. Si afferma che l’idrossiclorochina era stata causa di un aumentato numero di decessi, a riprova si millanta l’analisi di 96mila cartelle di pazienti in 970 ospedali nel mondo. Ma, a una prima seria verifica, le basi di quel lavoro, crollano. Nessuno aveva esaminato quelle cartelle e la società che eleborò i dati falsi finì indagata. Cliccate qui.

Tuttavia l’idrossiclorochina è rimasta inaccessibile ai malati di Covid. Sospesa la somministrazione nei Paesi occidentali già a poche ore dalla pubblicazione dello studio fallace. A giustificazione, oggi, Aifa cita la posizione dell’OMS che “per prudenza ne ha sospeso i trial”. Sarebbe pericolosa per il cuore e potrebbe aumentare i decessi. Qui.

La situazione oggi

In mezzo mondo, i medici che, nei mesi di marzo aprile hanno trattato i malati con quel farmaco, hanno raccolto e pubblicato i loro dati. Secondo chi l’ha prescritta, “soprattutto nei primi giorni di malattia”, l’idrossiclorochina ha contribuito a contenere i decessi. Sono stati fatti numerosi confronti sia con con gruppi di pazienti ricoverati sia con chi si è curato a domicilio. Qui uno studio osservazionale belga su 8.075 partecipanti.

Si sono poi studiati i decorsi dei pazienti che non hanno usato quel farmaco e si è giunti alle conclusioni che sintetizza Luigi Cavanna, oncologo, primario all’ospedale di Piacenza e ricercatore: “La mia esperienza con l’impiego di quel farmaco è più che buona, ho seguito personalmente a casa oltre 300 malati, dei quali il 30 per cento con forme severe e un altro 30 per cento con forme moderate. Di questi nessuno è morto e i ricoverati sono stati meno del 5 per cento”. 

E poi. “Mi sono sentito ringraziare con queste parole, ‘dottore, stavo così male che pensavo di non farcela, dopo 3 giorni di terapia la mia vita è cambiata”.

Lo staff del professor Cavanna ha raccolto i dati in due pubblicazioni sui malati di tumore che hanno avuto il Covid e un terzo lavoro verrà spedito nei prossimi giorni per essere pubblicato. Intanto, altre ricerche sono state pubblicate, dapprima una metanalisi, ossia una summa di 26 studi che riferiscono dell’impiego di idrossiclorochina su 44.521 malati di Covid e che mostrerebbero una riduzione di mortalità con il farmaco a basse dosi. Cliccate qui.

Poi un altro lavoro tutto italiano che riunisce le esperienze di 33 ospedali della Penisola in uno studio osservazionale multicentrico che trovate qui. Sono stati seguiti i decorsi di 3.451 pazienti non selezionati, ricoverati dal 19 febbraio al 23 maggio. Ed è emersa una mortalità ridotta del 33% in chi ha usato quel farmaco.

In luglio, 13 Regioni italiane hanno chiesto di poter usare l’idrossiclorochina off label nei trattamenti domiciliari, cliccate qui. Ma Aifa è rimasta ferma sulla sua posizione. Qui.

Nel frattempo ci sono stati ricorsi al Tar e si attende il verdetto del Consiglio di Stato del 10 dicembre. Cliccate qui.

Per l’Ema è un farmaco che “se preso in dosi elevate induce al suicidio”

Il 30 novembre Ema pubblica una nota. Si dice che “a seguito di una revisione dei dati sono emersi 6 casi di disturbi psichiatrici in pazienti Covid a cui erano state somministrate dosi di idrossiclorochina superiori a quelle autorizzate”. Cliccate qui.

Professor Cavanna ha osservato anche lei la tendenza al suicidio?

“Qualsiasi farmaco preso a dosi da cavallo fa male…che dico farmaco, anche la pastasciutta…Penso che ci si debba avvicinare ai dati con umiltà e senza pregiudizi. Invito a guardare a ogni terapia in termini di costi e benefici, tenendo presente gli effetti collaterali e la situazione di ciascuno. A Piacenza ci sono stati oltre 900 morti nella prima ondata, in quel periodo, dei pazienti che noi seguimmo a domicilio trattati con idrossiclorochina – all’incirca 300 – i ricoveri sono stati inferiori al 5% e nessuno è morto”.

Per quanti giorni va somministrata l’idrossiclorochina? 

“Per una settimana, non di più. Si ottenevano miglioramenti dopo due-tre giorni. Abbiamo osservato che è importante dare il farmaco ai primi sintomi, ed è sufficiente un basso dosaggio”.

Cosa pensa del fermo divieto delle agenzie regolatorie?

Che per onestà sia necessario spiegare ai pazienti che hanno ricevuto l’idrossiclorochina nei primi mesi e sono guariti che cosa è successo; se hanno rischiatoche cosa hanno rischiato, e come hanno fatto a rimettersi in piedi. Una spiegazione è dovuta. Prima il farmaco era ammesso e lo è stato per tre mesi, ora è vietato. Perché Aifa non va vedere come stanno queste persone?”.

Aifa sostiene che non esistono studi randomizzati sui pazienti Covid

“Abbiamo molti dati, non solo noi di Piacenza, ma da tutta Italia, penso alla provincia di Alessandria, a Novara, a Milano, e a Bologna. Sono stati pubblicati gli studi osservazionali (vedi sopra), una metanalisi che mostra la riduzione di mortalità su 40mila malati. Questi report vanno messi sul tavolo. Si tratta di  uomini e donne, non di esperimenti in vitro. Sono un sostenitore dello studio randomizzato (si dividono i pazienti in due gruppi omogenei, a uno si somministra la miglior cura esistente più il farmaco da testare, all’altro la miglior cura più il placebo) ma lo studio è sempre un mezzo, non un fine. I malati bisogna guardarli in faccia e, in mancanza di studi randomizzati utilizzare farmaci di provata efficacia ‘sul campo’, di facile somministrazione, di costo contenuto e con pochi effetti collaterali.

Cosa farebbero all’Aifa se qualcuno di loro o dei loro familiari si ammalasse di Covid e si ritrovassero con una febbre alta che non passa dopo tre giorni, tosse e fiato pesante? Si accontenterebbero dell’antipiretico e del saturimetro (sono le indicazioni per curarsi a casa) aspettando forse di peggiorare per essere ricoverati d’urgenza? È come se misurassimo la pressione alta senza dare alcun farmaco ma consigliando di tenere a casa l’apparecchio per la pressione…”

Il Covid si può curare a casa?

Assolutamente sì, la cura precoce, fatta cioè nei primi giorni di febbre alta, tosse e affanno, consente ai pazienti di evitare il ricovero in ospedale e di guarire. La mia esperienza coincide con quella di centinaia di medici in Italia e migliaia nel mondo che hanno curato a casa i pazienti”.

Cosa prendere ai primi sintomi?

“Chi non ha sintomi o ne ha pochi non deve fare nulla, isolarsi con le precauzioni per non infettare gli altri. Chi ha sintomi può assumere un antinfiammatorio. Se sopraggiunge tosse o se la febbre non passa in 24-30 ore bisogna rivolgersi al medico di famiglia che può attivare le Usca, Unità mediche territoriali che, a domicilio, possono visitare, fare un’ecografia ai polmoni, fare un tampone e valutare il livello dell’ossigeno” (nel Piacentino funziona così).

Insomma, è importante agire subito?

“Sì. Durante la pandemia abbiamo visto arrivare in ospedale persone con alle spalle 10 e più giorni di febbre, tosse, dispnea, non va bene”.

Ma oltre all’antinfiammatorio? Antibiotico o cortisone?

“Decide il medico. Se c’è il sospetto che l’infiammazione abbia intaccato i polmoni l’antibiotico va consigliato. Il cortisone va dato non subito ma nei giorni successivi per evitare il picco infiammatorio. L’eparina se il paziente è allettato o fatica a muoversi. Fondamentale è misurare la saturazione di ossigeno”.

Come mai un oncologo cura i malati di Covid a domicilio?

“L’oncologo ha come background culturale la presa in carico del malato, lo segue nel suo percorso di cura e nei successivi controlli fino alla guarigione o alle cure palliative. Ricordo un paziente che ci disse che avrebbe dovuto interrompere la terapia perché il figlio non lo poteva più accompagnare in ospedale poiché avrebbe rischiato di perdere il lavoro. Era 20 anni fa. Decidemmo di istituire una rete territoriale che funziona ancora oggi: nelle zone senza ospedale ci sono i nostri presidi, portiamo le cure oncologiche vicino al domicilio del paziente e siamo stati i primi in Italia a eseguire le terapie nella Casa della Salute, in una vallata del Piacentino priva di ospedali”.

Con l’inizio del Covid vi siete comportati così?

“Un nostro paziente, malato di tumore, ci avvisò di avere tosse e febbre. Siamo andati a domicilio. È cominciata così…Poi sono stati trattati tanti altri malati, anche, e soprattutto, non oncologici”.

Guariti con idrossiclorochina?

“Esattamente”.

Oggi in ospedale a Piacenza avete tanti malati Covid?

“Molti meno che a marzo, grazie anche alla nostra rete di assistenza domiciliare”.

Ora cosa farete?

“Cercheremo di convincere Aifa a cambiare le linee guida con la forza degli argomenti ma anche con la determinazione che ci trasmettono i malati”.

Ci sono speranze?

“C’è un assoluto bisogno di cure precoci. Ci sono tanti dati, c’è un’interrogazione parlamentare presentata dal senatore Armando Siri che ha a cuore la nostra causa e c’è il Consiglio di Stato”.

Di cosa si muore

3 - 6 minuti di lettura
Di cosa si muore

Il ministero della Salute calcola che negli ultimi otto mesi ci siano stati 43.589 morti di Covid. I dati si riferiscono al periodo 11 marzo-12 novembre. 

Abbiamo chiesto all’epidemiologo Stefano Petti di spiegarci quanto incidono questi decessi su tutte le morti.

“Il numero dei decessi totali del 2020, in Italia, sarà disponibile solo fra un paio d’anni. Per capire il peso del Covid sulla mortalità generale possiamo fare riferimento all’ultimo anno utile, che è il 2017. Soltanto i dati relativi al Covid sono aggiornati al 2020, ma è un fatto insolito. Non è mai accaduto, infatti, che si registrassero in tempo reale i morti totali per una determinata causa.

Ma accogliamo questa anomalia. Allo stesso modo accettiamo che nel novero dei decessi Covid ci siano anche i casi probabili, le malattie simil Covid con tampone negativo e i morti con varie patologie gravi (come la demenza, quinta causa di decessi nel mondo o l’ictus) che non sembrano correlate all’infezione e tampone positivo. Qui le tabelle Istat del 2017.

Nel 2017 ci sono stati 646.833 morti. Ma visto che dobbiamo ragionare su 8 mesi calcoliamo i decessi in questo arco di tempo: sono 431.222. Quindi i morti Covid rappresentano il 10,1% di tutti i decessi”.

E il 90% della popolazione di cosa muore?

“Sempre l’Istat ci dice che i decessi per malattie cardiovascolari e per tumori nel 2017 sono stati 231.732 e 179.351. Facendo lo stesso rapporto vediamo che le malattie cardiovascolari rappresentano il 35,8% e i tumori il 27,7% di tutti i decessi. Infarti, ictus e tumori insieme provocano i ⅔ dei decessi in Italia.

In altre parole: per ogni morto di Covid ci sono 3,5 morti di malattie cardiovascolari e 2,7 morti di tumore”.

Si dice però che il 2020 registrerà un aumento della mortalità generale.

“Sì, si parla di una mortalità in eccesso stimata al 30 agosto 2020 del +188%, potremmo arrivare a 680.000 morti l’anno. Il sito our world in data, che è usato dagli epidemiologi in tutto il mondo, da Harvard a Stanford a Oxford, individua anche le cause di questo eccesso…”.

…dovuto al Covid…

“Non solo. Gli studiosi individuano l’eccesso di mortalità soprattutto nel sovraffollamento della sanità pubblica, nel fatto che le risorse sono state dirottate tutte sul Covid a scapito, ad esempio, dei reparti di cardiologia e oncologia. Poi nel fatto che le persone non si recano al pronto soccorso per malattie che non siano Covid trascurando quindi la loro salute…”. Cliccate qui (cercando “Excess mortality for all ages”).

Ma ci sono già i dati?

“Sì, sono stime. La Società Italiana di Cardiologia ha mostrato che gli accessi al pronto soccorso per infarto del miocardio durante il lockdown sono stati dimezzati (meno 48%) e la mortalità per infarto del miocardio non correlata al Covid è triplicata. Cliccate qui”.

Quindi a causa dell’emergenza Covid stanno aumentando i decessi per malattie cardiovascolari?

“Purtroppo sì. Ci hanno detto che grazie al lockdown sono diminuiti gli incidenti stradali, è una buona notizia, anche se dobbiamo aspettare i numeri ufficiali. Intanto possiamo dire che nel 2017 gli incidenti stradali incidevano per lo 0,5% di tutte le morti; che le malattie cardiovascolari e i tumori rappresentavano il 63,5% di tutte le morti e stiamo osservando ora che la Sanità pubblica si sta focalizzando sul 10% delle morti, disinteressandosi del 63,5%. Fra i reparti chiusi o ridotti per dirottare il personale verso il Covid ci sono anche quelli di cardiologia e oncologia. La Federazione degli Ordini degli Infermieri documenta il 40% di ricoveri ospedalieri in meno rispetto al 2019, una riduzione del 36% delle prestazioni specialistiche ambulatoriali e 1,4 milioni di screening oncologici in meno. Cliccate qui”.

Ma questo significa che la percentuale del 63,5% delle morti provocate da infarti e tumori potrebbe aumentare ancora?

“Purtroppo sì. Non ha alcun senso, ma è quello che sta emergendo: nonostante le buone intenzioni del Piano Operativo Regionale per il recupero delle liste di attesa – cliccate quiper bloccare la causa del 10% dei decessi, si fanno crescere le altre. La spiegazione è che le risorse sono sempre le stesse, si recuperano spostandole da settori già carenti e centrali per la nostra Sanità. Questo modus operandi porterà a registrare morti in eccesso alla fine del 2020 come spiegato dagli statistici di our world in data. Pare assurdo ma all’ OMS se ne accorsero già in aprile…”

In che senso all’OMS se ne accorsero in aprile?

“Nel seguente documento, cliccate il pdf alla quarta pagina, Policy Issues. L’OMS valuta che la risposta alla pandemia avrebbe provocato un aumento della mortalità generale, con peggioramento delle malattie preesistenti, più errori medici e nella gestione delle altre malattie. Insomma, un peggioramento della qualità delle cure”.

Parlando delle sole malattie respiratorie. L’Istat calcola che i morti da malattia respiratoria furono 79.017 nel 2017 pari a 52.678 in otto mesi. In questa voce compaiono le malattie croniche delle basse vie respiratorie ma anche le polmoniti e le influenze. Si tratta di malattie respiratorie infettive, come mai per evitare questi decessi non abbiamo mai fatto un lockdown?

“È giusto chiederselo: come mai? Guardando alla situazione mondiale, il quadro è ancora più evidente. Cliccate qui. Il totale dei decessi nel mondo per Covid reale + presunto, dall’11 gennaio al 13 novembre 2020, è stato di 1.293.105.

I morti totali nel mondo nel 2017 sono stati 55.950.000, nei mesi da febbraio (da quando è comparso il Covid) a novembre sono 41.962.500 e il Covid rappresenta solo il 3,1% di tutti i decessi.

Nel 2017 i decessi per polmoniti sono stati 2.560.000, che diventano 1.920.000 per nove mesi; ma ci sono stati anche 1.180.000 decessi per tubercolosi (computate al di fuori delle polmoniti), che diventano 885.000 in nove mesi.

Quindi ci sono 2,2 morti per polmoniti e tubercolosi per ogni morto di Covid”.

Conclusioni: l’OMS era al corrente del rischio, poi rivelatosi reale, di una crescita dei morti da altre malattie. Tuttavia i governi dei Paesi occidentali si sono concentrati solo sulla nuova infezione, responsabile, nel mondo del 3,1% dei decessi e, in Italia del 10%, relegando tutti dentro casa e danneggiando le economie nazionali. Il Covid è un’ infezione respiratoria che provoca meno della metà dei morti che ogni anno provocano le altre infezioni respiratorie.

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