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Martedì, 19 Novembre
Quelle cellule fetali per produrre vaccini

Si usano da mezzo secolo: cellule di feto abortito per produrre vaccini. Vaccini che tutti noi abbiamo ricevuto, o fatto fare ai nostri figli, il più delle volte senza conoscere il processo di fabbricazione. Dietro lo scudo contro morbillo, parotite, varicella, poliomielite, epatite A e febbre gialla, ci sono due gravidanze volontariamente interrotte al terzo e quarto mese di gravidanza. Due bambini mai nati.

Una femmina svedese abortita nel 1962 e un maschietto inglese nel 1966. Dai loro polmoni sono stati estratti fibroblasti (cellule del tessuto connettivo) che hanno composto le linee cellulari WI-38 e MRC-5, tuttora utilizzate. Sono i terreni di coltura che rendono i virus adatti a essere inseriti nei vaccini.

Come mai la maggior parte di noi ignora o ha ignorato questo impiego “disinvolto” dei due feti? E quanti di noi, una volta informati, sarebbero pronti ad accettare, senza il minimo scrupolo morale, che si sezioni un piccolo corpo umano per produrre un farmaco? Uno, due o centomila feti: per chi si indigna, non vi è differenza. Oggi, ieri o 50 anni fa, un aborto è sempre un aborto.

Oltretutto scopriamo dalle dichiarazioni di Stanley Plotkin, medico e consulente per la Sanofi-Pasteur, che per progettare vaccini al Wistar Institute di Philadelphia, sono stati sacrificati 76 feti. Qui.

Tenta e ritenta. Poi, il risultato: per combattere una malattia esantematica, pericolosa solo per le donne in gravidanza (e che perciò sarebbe utile contrarre da piccole, visto che, con la malattia, si ottiene un’immunità per tutta la vita) si uccidono e fanno a pezzi i figli di chi la maternità la rifiuta. Neanche fosse un contrappasso dantesco…

Quando le linee cellulari WI-38 e MCR-5 si estingueranno (nessuna linea è eterna) verranno sostituite con altri “pezzi di ricambio”, con un nuovo feto, insomma.

Ci chiediamo che senso abbia impedire l’uso delle cellule embrionali per la ricerca  (quanti dibattiti sul tema e sentenze del parlamento europeo) e usare, senza dichiararlo apertamente, quelle fetali per fabbricare sieri farmaceutici. Non è certo “tenendo nascosto” un crimine che se ne perdono i risvolti morali.

Sono indignata, certo.

Ero all’oscuro di tutto questo al momento di vaccinare le mie bimbe e non mi sento, per questo, giustificata. Nè la mia pediatra, nè gli operatori ASL mi avevano messa al corrente. Si obbietterà che non vi è reato visto che quelle donne abortirono volontariamente: loro sì, liberissime, ma chi è contrario all’aborto e ignora come vengono prodotti questi vaccini compie una scelta che non gli appartiene, una scelta immorale. Diventa complice suo malgrado.

Sono stata ingannata. E con me milioni di genitori.

Tutt’oggi, all’interno delle sbandierate “informazioni corrette”, condizioni necessarie per procedere ad ogni trattamento sanitario, non vi è traccia di spiegazioni sui procedimenti.

Eppure siamo cresciuti nel rispetto delle fedi e dei rituali altrui, anche se non li condividiamo. Nessuno si sognerebbe mai di disattendere alle diete religiose garantite a tutti i bambini ebrei o musulmani: guai a offrire loro prosciutto o costolette di maiale alla refezione scolastica. Ci mancherebbe. Non comprendiamo, non condividiamo ma rispettiamo. Il maiale impuro non si tocca, il bambino invece sì.

La Chiesa.

Leggete qui la prima pronuncia della Pontificia Accademia per la vita (istituita da Papa Woityla nel 1994) sui vaccini ricavati da cellule fetali. Era il 2005. Informati di come sono state prodotte quelle linee cellulari, i prelati invitarono i fedeli a ribellarsi. Si parla “di vera e illecita cooperazione al male”. Leggiamo: “Ai cittadini spetta di opporsi con l’obiezione di coscienza…”. Non solo. L’invito è a “opporsi con ogni mezzo” e a fare pressioni sulle aziende perché progettino linee cellulari alternative e chiedendo “un controllo legale rigoroso”. L’Accademia ammette l’eccezione in caso di pericolo di vita per sè o altri. Altre informazioni qui e qui.

Il dietrofront.

Dodici anni dopo, la Pontificia accademia ha cambiato passo. Direi che ha fatto una vera giravolta, leggete qui. “Nel passato i vaccini possono essere stati preparati da cellule provenienti da feti umani abortiti, ma al momento le linee cellulari utilizzate sono molto distanti dagli aborti originali”. E la cooperazione morale al male? “Risolta, grazie ai progressi della medicina…”. Che vorrà dire?

L’obiezione di coscienza.

L’obiezione di coscienza però è un atto personale, che deriva dal proprio sentire, Chiesa o no. Non tutti i musulmani si astengono dal mangiare maiale e dal bere alcool ma molti rispettano queste regole. Non tutti i cristiani considerano sacra la vita, ma molti sì. Idem per i buddisti, c’è chi non uccide neanche i parassiti delle piante e chi stermina le balene. Ciò che fa la differenza nel campo della morale e che detta i comportamenti è la propria coscienza.

Come non si può pretendere che un bimbo musulmano o un ebreo mangino il salame o che un medico cattolico obiettore pratichi un aborto (infatti in tutti gli ospedali vi sono ginecologi obiettori e non; per alcuni l’aborto è un diritto, per altri è un diritto non praticarlo) allo stesso modo, come si accetta che qualcuno produca e utilizzi quei vaccini, si rispetta anche la scelta contraria. Che è l’obiezione di coscienza.

Se fossi in pericolo di vita e il mio farmaco salvavita fosse cresciuto su cellule umane? Discorso diverso ma oggi non esistono farmaci salvavita derivati da linee cellulari fetali, esistono solo i vaccini, mezzi preventivi di malattie che, al momento della vaccinazione, non si sa neppure se si verificheranno. Dico no, grazie. 

Il mio no non cambierà il mondo, ma rispecchia la mia coscienza come le scelte che ci definiscono. Tanti “no” potrebbero indurre le industrie a diversificare la produzione. È successo con l’olio di palma nei biscotti, con il glutammato nei dadi da minestra, con lo zucchero raffinato in alcuni dolciumi. Succederà anche con i feti, lo voglio sperare.

Il convegno.

Il tema, quanto mai attuale, verrà discusso il prossimo 13 marzo al convegno “Fede, Scienza e Coscienza” che si svolgerà a Roma alla Casa Bonus Pastor, via Aurelia 208. Promosso dall’associazione culturale Renovatio 21, il dibattito vedrà la partecipazione del cardinale S.E.R. Raymond Leo Burke. Interverranno la ricercatrice Theresa Deisher che abbiamo ascoltato al convegno dei Biologi, qui. La Deisher afferma di aver trovato  tracce di DNA fetale in alcuni vaccini e che questa presenza potrebbe spiegare lo scatenarsi di risposte autoimmuni. 

Poi Debi Vinnedge, studiosa;  Stefano Montanari, scienziato; Martina Collotta, medico. Ingresso a offerta libera con obbligo di prenotazione, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Montanari ricorderà che le linee cellulari fetali sono più di due. “Al momento esistono una trentina di vaccini realizzati con le due linee cellulari WI-38 e MRC-5 oltre a creme di bellezza. Ma sono in preparazione altre linee cellulari”. Montanari si professa agnostico, “credo solo ai fatti ma non comprendo come la Chiesa possa affermare che un aborto di 50 anni fa è meno aborto. Da quel che risulta leggendo il diritto Canonico chi fa un aborto – o lo induce o ne trae vantaggio – commette un peccato mortale ed è passibile di scomunica latae sententiae (significa che si viene immediatamente scomunicati)”. Per Montanari anche le comunità musulmane ed ebree avrebbero diritto a esprimersi e ad essere ascoltate poiché “nella preparazione di tutti i vaccini si usa gelatina di maiale come stabilizzatore termico”.

Fra gli altri, Martina Collotta spiegherà come avviene un aborto; dirà che quelli finalizzati alle linee cellulari “lasciano il feto integro. E il feto deve essere assolutamente sano”. Perciò l’interesse delle industrie non cadrà sui bimbi abortiti spontaneamente, che potrebbero essere portatori di qualche malformazione, ma su quelli abortiti per scelta.

Già, c’è sempre una scelta.

19c13 Renovatio21 locandina

Gioia Locati
Nell’autunno del 2007 ho scoperto di avere un tumore al seno, da allora la mia vita è cambiata profondamente ma non in peggio.
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