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Venerdì, 25 Settembre
#COVID19 e mascherine: inutili, dannose come vengono usate. E lo dice la scienza.

Potenziale rischio di auto-contaminazione: se ne parla nel caso di manipolazione della mascherina con successivo contatto delle mani contaminate con viso e occhi, ma anche in caso non si provveda alla sostituzione delle stesse se inumidite e sporche.

In relazione a caratteristiche dell’individuo che le indossa possono insorgere anche emicrania o difficoltà respiratorie.

Sviluppo di lesioni cutanee, dermatiti o peggioramento di patologie dermatologiche sono altri tra i fattori riscontrati.

Difficoltà di comunicazione verbale chiara, soprattutto per attività al pubblico, ma anche problemi di comprensione della comunicazione verbale per persone soggette a problemi uditivi impossibilitati nel leggere il movimento delle labbra.

Disagio termico, anche in relazione alle caratteristiche di suscettibilità individuale.

Tutte conclusioni che sono state portate a conoscenza dell’ambiente e della sicurezza, in tema di emergenza Coronavirus, dal Portale Agenti Fisici attraverso il “Rapporto 2/20 - La prevenzione del disagio termico causato dai dispositivi di protezione delle vie respiratorie”.

E’ stato pubblicato il 29 giugno scorso 1, ma è stato diffuso giorni dopo senza mai prendere il giusto rilievo.

Un rapporto, peraltro ricco di bibliografia, che porta la firma di esponenti dell'INAIL Dipartimento di Medicina, Epidemiologia, Igiene del Lavoro ed Ambientale Laboratorio di Ergonomia e Fisiologia, dell'Azienda Usl Toscana Sud-Est – Laboratorio Sanità Pubblica – Agenti Fisici, e del Dipartimento di Scienze della Terra, Fisiche e Naturali Università degli Studi di Siena.

Tutti aspetti di criticità che vengono richiamati anche dall’OMS (WHO, 2020) legati all’uso di dispositivi di protezione individuali.

In Italia vediamo imposto l’uso delle mascherine da una disposizione nazionale, recentemente confermata, negli ambienti al chiuso.

Viene da domandarsi se questa imposizione deriva da valutazioni di esponenti del Governo o dal Comitato Tecnico Scientifico, usato ad oltranza per scaricare le responsabilità delle tante decisioni prese da marzo 2020 in avanti in termini di emergenza sanitaria.

Nonostante sia la scienza a parlare, pare ci siano altri interessi che entrano in campo per arrivare a decisioni che siano compatibili con la tutela della salute, ma soprattutto con la sicurezza degli italiani.

Domanda doverosa anche in vista della riapertura, da qui a un mese, delle scuole, in relazione alle linee guida che i ministeri coinvolti hanno portato a conoscenza delle famiglie: gli "esperti" siamo sicuri che abbiamo valutato tutte le opzioni, i pro e i contro nell'uso di un dispositivo che per la maggiore riporta in etichetta di non essere nemmeno un DPI (Dispositivo di Protezione Individuale)?

In tempi precedenti al Covid-19, i dispositivi o apparecchi di protezione delle vie respiratorie (APVR) sono stati per definizione progettati per proteggere i lavoratori dall'inalazione di sostanze pericolose come polveri, fibre, fumi, vapori, gas, microrganismi e particolati.
Questo quando non è possibile l'adozione di altri strumenti di protezione collettiva.

Anche la scelta del dispositivo corretto, come riportato dal report citato, è sempre stato subordinato al completamento della valutazione dei rischi e deve tenere conto di diversi fattori, anche di certificazione idonea.

Le stesse indicazioni le troviamo pubblicate anche in Gazzetta Ufficiale 2, in un articolo di addirittura di oltre vent'anni fa, dove si recita testualmente, nell'allegato 3:

CRITERI DI SCELTA DEI DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE PER LE VIE RESPIRATORIE
....
La materia generale riguardante i dispositivi di protezione individuale (DPI) e stata trattata dalle direttive 89/686/CEE (sicurezza intrinseca dei DPI) e 89/656/CEE (sicurezza per l'uso dei DPI).
....
Stanti i suddetti decreti, l'affermazione secondo cui i DPI forniti ai lavoratori devono essere "idonei" sta a significare che essi devono anzitutto possedere i cosiddetti "requisiti essenziali di sicurezza e salute". Per l'acquirente di un DPI, l'esistenza di tali requisiti e' garantita dall'assolvimento di tre adempimenti da parte del fabbricante:
a) la dichiarazione di conformita' CE (il fabbricante dichiara che il DPI e' conforme ai requisiti essenziali);
b) la marcatura CE;
c) una nota informativa.
Gli adempimenti di cui sopra rappresentano la formalizzazione conclusiva di un preciso sistema di verifica e di certificazione delle caratteristiche prestazionali dei DPI, tanto piu' complesso quanto piu' elevata e' la categoria del DPI stesso.

 

Senza soffermarci su tutti i fattori di protezione, nominali e operativi, citati in Gazzetta, ci viene da chiederci come un susseguirsi di norme indirizzate alla tutela della salute abbiano potuto considerare l'immissione sul mercato di numerosi dispositivi che tutto hanno fuorché le caratteristiche di una protezione individuale.
Molto spesso si trovano etichette dove viene indicato a chiare lettere che "non rappresentano dispositivi di protezione individuale" e che non sono in alcun modo rimedi sanitari.

Ma non c'è in campo solo la questione che riguarda la certificazione di un prodotto, ma anche altri fattori come quelli ergonomici, come, ad esempio, l'aspetto termico.

L'affaticamento termico che una mascherina potrebbe causare alle vie respiratorie in zone come la testa è stato sottovalutato ampiamente.
Il discomfort di cui si fa molto accenno nel report interessa l'accumulo di calore percepito sul viso, o almeno la parte del facciale coperto, e questo è motivo di intolleranza da parte di chi indossa il dispositivo.
Questo avviene sul posto di lavoro, questo avviene nella vita reale e può portare un lavoratore così come uno studente a decidere di arbitrariamente rimuovere, non utilizzare o utilizzare in maniera inappropriata la mascherina.

Alla luce degli elementi conclusivi riportati, potete immaginare quanto sia semplice l'auto-contaminazione.
Considerando ormai il tempo ingeneroso che ha visto l'imposizione dell'uso della mascherina (in alcune regioni anche in luoghi aperti), si dimostra ampiamente quanto l'uso della mascherina non abbia avuto alcuna influenza sul contenimento della malattia.

Per quanto qualcuno potrebbe valutare come del tutto opinabile la considerazione precedente, ci sono altri fattori che portano a mettere in discussione l'uso eccessivo di una mascherina.
E' indiscutibile che l'utilizzo di qualunque tessuto davanti a naso e bocca porti la persona (o il bambino) ad un diverso modo di respirare.

In condizioni normali e a riposo la maggior parte degli adulti ha una respirazione nasale.
Se il proprio corpo viene messo sotto sforzo, la respirazione cambia da nasale a oro-nasale, modalità che prevede una maggiore dispersione di calore verso l'ambiente.
Ma con la mascherina indossata, l'aria espirata resta bloccata dal facciale con un aumento di calore percepito e un aumento di vapore acqueo.

Ma oltre ai disagi fisici, subentrano anche quelli psicologici che possono avere un impatto indiretto sul carico termico associato al dispositivo.
Immaginate tutte quelle persone che soffrono di disturbi di ansia, con una intensa attività respiratoria durante un attacco di panico.
Questa azione può portare a un falso allarme di soffocamento proveniente dal Sistema Nervoso Centrale, e per i soggetti suscettibili a questo disagio sono molto sensibili agli aumenti dei livelli di CO2 nell'organismo.

Attacchi di panico, reazioni claustrofobiche, sono una risposta simpaticomimetica provocata dal rilascio di neurotrasmettitori (adrenalina e noradrenalina).
Tale rilascio, come si legge dal rapporto, causano un aumento dell'attività metabolica che si manifesta con un'elevata frequenza cardiaca e respiratorie, palpitazioni, pressione sanguigna elevata.

Uno dei rimedi per alleviare l'impatto che deriva dall'uso non gradito di una mascherina è il raffreddamento del viso, insieme ad una attenta programmazione di pause di recupero e reidratazione durante il lavoro.

Ma sorge una domanda spontanea: se per raffreddare il viso e reidratarsi, ho necessariamente bisogno di togliere la mascherina, quante ne dovrei sostituire al giorno per non incappare nel problema dell'auto-contaminazione?
Solo lo scrivente si pone la domanda se tutto quanto stiamo leggendo in termini di protezione dal Covid-19 è un insieme di estreme contraddizioni?

Inoltre, l'introduzione delle mascherine, che in tempi di Covid-19 ha visto una estesa diffusione in diversi ambienti lavorativi dove prima non era previsto, incontra anche un numero più elevato di soggetti particolarmente sensibili che non sono in grado di reggere il dispositivo.
Infatti, come dovrebbe convenire ogni qualvolta si propone un rimedio sanitario, bisognerebbe procedere con una attenta valutazione dell'accettazione e delle potenziali ricadute sulle condizioni ergonomiche dell'attività svolta e del soggetto interessato.

E pensare che in questo recente approfondimento, svolto da reparti scientifici/universitari, viene anche fornito un elenco non esaustivo di soggetti particolarmente sensibili che potrebbero richiedere procedure ad hoc relative all'uso di DPI delle vie respiratorie.
Tra questi donne in gravidanza, soggetti che soffrono di ipertensione e malattie cardiovascolari, con disturbi della coagulazione, con patologie neurologiche o assunzione di psicofarmaci, con disturbi della tiroide, malattie respiratorie croniche e persone che soffrono di claustrofobia o attacchi di panico.

Tutto quanto sopra ben spiegato nel rapporto allegato di fine giugno 2020.

 

 

Fonti:

  1. pdfRapporto 2/20 - La prevenzione del disagio termico causato dai dispositivi di protezione delle vie respiratorie
  2. Gazzetta Ufficiale - Allegato 3 | CRITERI DI SCELTA DEI DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE PER LE VIE RESPIRATORIE

 

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