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Sabato, 24 Ottobre
La rivolta sociale

Gli psicologi affermano che usare un linguaggio bellicoso per descrivere eventi o periodi, come, ad esempio, la metafora del “paese in guerra”, produca messaggi fuorvianti, non chiari, inciti all’odio, allontani le persone e renda ancora più difficile sopportare psicologicamente i momenti di crisi, in cui invece servirebbero solidarietà e coesione sociale.

Gli individui diverrebbero così vittime degli eventi stessi e non più esseri pensati in grado di discernere il da farsi, con razionalità e lucidità.
Era il 31 gennaio quando, a fronte del diffondersi del Coronavirus sul territorio italiano, il Consiglio dei Ministri dichiarò lo stato di emergenza.

Forse non ci si aspettava un’epidemia così intensa, travolgente ed impattante ma le informazioni per organizzarsi adeguatamente c’erano e c’era il tempo per farlo in maniera strutturata ed efficacemente.
Purtroppo, questo tempo, non lo si è sfruttato.

Questa emergenza ci ha colti impreparati!
Dal quel 31 gennaio sono passati più di due mesi e siamo in una fase avanzata dell’emergenza. Non è più accettabile che ci siano ritardi, incompetenze, problemi burocratici, difficoltà di ogni tipo. In un paese che funziona tutte queste inefficienze si sarebbero già valutate, risolte ed eliminate ... ma il nostro non è un paese che funziona!
Oggi abbiamo davanti ai nostri occhi una fotografia dell’Italia che purtroppo si è già vista troppe volte, una fotografia che immortala una moltitudine di persone che deve implorare per quanto gli spetterebbe di diritto.
Ancora una volta il cittadino è al servizio dello Stato quando, in situazioni come queste, dovrebbe essere esattamente il contrario, cioè lo Stato al servizio del cittadino.
Il progressivo ed inesorabile diffondersi del Covid-19 ha scatenato un sentimento popolare così vasto, forte, ridondante e tragico che solo una metafora che richiami ad una cosa così altrettanto immensa, forte, ridondante e tragica, come quella della guerra, può adeguatamente descrivere.
Ed in un “paese in guerra”, o peggio, “sotto assedio”, le persone più vulnerabili siano noi, i comuni cittadini, che chiusi nelle nostre case nutriamo la speranza che il nostro Stato ci prenda per mano e ci guidi fuori da questo momento buio.
Ed invece ... il caos!
Da settimane si discuteva di un bonus da 600 euro da erogare ai lavoratori autonomi che ne avessero diritto.
La discussione non era tanto sull’importo quanto sulle modalità con le quali ci si potesse aggiudicare l’indennità, alla luce del fatto che i potenziali aventi diritto erano quasi 5 milioni e le risorse fissate limitate.
Si era quindi ipotizzato un “click day”, all’insegna del “chi prima arriva, meglio alloggia”.
Scartata questa pittoresca ipotesi si è giunti, dopo settimane di discussioni, al primo giorno designato per inoltrare le richieste.
“Hanno avuto tempo, si saranno preparati nel migliore dei modi!”
Risultato: il sito preposto a raccogliere queste domande non solo è andato immediatamente in tilt ma si è reso responsabile di una gravissima violazione della privacy attraverso la diffusione di dati sensibili di moltissimi cittadini.
Accedendo con le proprie credenziali al sito myInps, si accedeva al profilo di altri utenti avendo la possibilità di visualizzare le relative informazioni personali e fiscali.
L’Inps ha permesso una colossale violazione di dati sensibili nella più totale impunità!
La polemica politica esplode ma a pagare sono sempre gli stessi, i comuni cittadini!
“Date a Cesare quel che è di Cesare” e quando l’Inps o lo Stato devono riprendersi qualcosa che ritengono spetti loro, conoscono conti correnti, conti postali, depositi personali e persino il numero delle carte prepagate degli utenti a cui si devono rivolgere.
Quando si tratta di dare, la storia e le procedure cambiano.
Altri Stati hanno agito diversamente (ed efficacemente!) elargendo contributi in altri modi, ad esempio accreditando direttamente la somma sui conti correnti dei beneficiari individuati. Procedura veloce, immediata, rapida ed efficiente, come deve essere un’azione di emergenza, date che in emergenza non c’è tempo da perdere e per attendere.
Il risultato è che dal Trentino alla Sicilia tante famiglie hanno problemi a sfamarsi.
Il contributo immediato, promesso a fine marzo per supplire ai mancati introiti lavorativi, si dice che sarà erogato a partire dal 15 aprile.
Come faranno le tante famiglie che non hanno un salvagente ad andare avanti per tutto questo tempo senza affogare?

E se il comune cittadino è ferito, molte imprese sono agonizzanti.

Lo Stato ha garantito loro prestiti per sopravvivere al fermo produttivo, ma per le banche ci sono obblighi burocratici insormontabili e non bypassabili, che andrebbero invece immediatamente eliminati per permettere il buon esito della domanda e l’erogazione di quanto necessario.
Ad oggi le persone non hanno ricevuto alcuno stipendio o alcun indennizzo per il mese di Marzo; a queste persone quale risposta è stata data?

Altrettanto grave è la situazione di alcune aziende, tuttora operative, a cui però manca forza lavoro.
Emblematico è l’accorato appello che giunge dal comparto agricolo che chiede disperatamente 200.000 nuove assunzioni, per gravi ed improvvise diminuzioni di personale a causa dell’epidemia e perché i lavoratori stagionali stranieri che sono rientrati nel loro paese non riescono, non possono o non vogliono rientrare in Italia.

Raccolti destinati a marcire perché mancano mani, cibo che viene criminalmente sprecato in un momento di grave crisi nel paese in cui la gente fatica fare le spesa e spesso vive grazie alla solidarietà di commercianti o di gente comune.
Ma di lavoratori ce ne sarebbero tra i cittadini italiani, senza ricorrere necessariamente alla manodopera straniera, cioè quelli che ad oggi percepiscono il reddito di cittadinanza.

I 600 euro promessi dal governo non sono immediatamente disponibili per i lavoratori che hanno dovuto bruscamente interrompere l’attività lavorativa a causa delle chiusure delle imprese decisa dal governo, ma ci sono e ci saranno per chi beneficia del reddito di cittadinanza, in quanto privo di occupazione, anche se in questo momento possibilità di occupazione ci sarebbe.

Cittadini feriti, imprese agonizzanti e chi dovrebbe portare soccorso, il personale sanitario, addirittura deceduto!
Al momento in cui scrivo sono più di 80 i medici che hanno perso la vita a causa del Coronavirus, senza considerare il personale infermieristico.

Persone che da quando è iniziata questa emergenza vengono dipinte come eroi senza che lo Stato abbia quasi dato loro il minimo strumento per proteggersi, per salvarsi.
Se perdiamo medici ed infermieri perché gettati sul campo di battaglia senza i necessari dispositivi di protezione individuale, chi soccorrerà poi i comuni cittadini?

È davvero umiliante leggere dei numerosi appelli di medici che non vengono ascoltati e accolti ed è ancor più demoralizzante pensare alla carenza di mascherine, spesso solo per problemi burocratici.
Mascherine da usare al fine di proteggersi, per la grande quantità di persone contagiose, malate o che non sanno di esserlo.

Molti paesi occidentali non sono stati in grado di procurarsi tempestivamente le mascherine perché, sottovalutando il nemico, non hanno riconvertito per tempo aziende per la loro produzione o non hanno fatto acquisti lungimiranti.
Laddove ciò è stato fatto (vedi paesi come il Giappone, Singapore e Sud Corea) i numeri del contagio sono più contenuti rispetto a quelli europei e la situazione meno drammatica.

Il 31 Gennaio in Italia è stato proclamato lo Stato di emergenza e dopo due mesi non siamo ancora in gradi di avere le mascherine.
Quelle mascherine che oggi sono come munizioni e che forse non ci farebbero parlare di eroi, di soldati disarmati, dato che non avere mascherine è come mandare soldati in guerra senza munizioni.

Quella famosa guerra che è meglio non evocare per non creare ulteriori vittime psicologiche, una guerra contro un aggressore vigliacco che però ha dato due mesi di tempo per prepararsi e non farsi trovare con le spalle scoperte e con le mani nude, disarmati.
Un Governo che non è in grado trova munizioni come potrà trovare fucili o carri armati?

Non è possibile che i medici non abbiano i mezzi per lavorare, per salvare e salvarsi la vita.
Si chiede loro di combattere privandoli degli strumenti fondamentali per la loro difesa e per quella degli altri.
Uno Stato che in due mesi non è stato in grado di fornire i dispositivi di base nemmeno ai medici degli ospedali, delle malattie infettive o alla Croce Rossa è uno Stato latitante.
E, beffa nella beffa, dobbiamo anche sentire di un Commissario Speciale che reperisce le mascherine e poi si scusa per averle distribuite, non idonee, ai medici per un “semplice” errore logistico.
Esiste un ben più efficiente mercato nero dove chi ha denaro può procurarsele; chi no, perisce. Alla faccia dello stato assistenzialista.
Se quindi non possiamo difenderci con la forza, facciamolo con la strategia.
Davide ha vinto contro Golia!

La strategia del Governo è stata giustamente dettata dalla scienza, ascoltando ed interpretando quanto gli veniva comunicato.
Ascoltando male però, forse perché impreparato, generando messaggi confusi e contraddittori. Credo che tutti abbiamo ben impresse negli occhi immagini fortissime e dolorosissime a testimonianza di quale sia la conseguenza irreparabile di non gestire in maniera previdente e strutturata una situazione di estrema difficoltà come quella attuale.

Pare che il primo a pronunciare la frase “errare humanum est, perseverare autem diabolicum” fu Seneca, poi ripreso da Sant’Agostino.
Il nostro governo, seppur conscio degli errori fatti, non ne ha fatto tesoro e continua a commetterne emanando circolari poco chiare che generano confusione e disorientamento.

Quando tutta l’Italia fu dichiarata zona gialla con misure restrittive valide su tutto il territorio nazionali, altre zone chiedevano da tempo di essere circoscritte, considerate zone rosse, per presenza conclamata di focolai, come zone del bergamasco o del bresciano.
Queste richieste non furono inizialmente ascoltate, salvo poi varare decreti aggiuntivi che autorizzano la creazione di nuove zone rosse, temporanee, in tutto il resto d’Italia.

Intanto Bergamo e Brescia periscono e ringraziano per l’efficienza, la considerazione, la tempestività della risposta, per la strategia adottata.

Il ministro Lamorgese si dice ora preoccupata perché teme si giungerà ad un momento in cui sarà impossibile contenere il malcontento sociale.
La popolazione si rivolterà per la mancanza di aiuti, per l’incapacità non tanto di arrivare alla fine del mese ma alla fine della giornata.

Ci sono tantissime situazioni che sono ancora contenute dall’imminenza dell’emergenza sanitaria ma che sono pronte ad esplodere.
La principale preoccupazione è giustamente quella di evitare una rivolta sociale, non però per il bene della collettività ma per evitare che la gente, lasciata a sé stessa, dica che il governo non ha fatto nulla per salvarla, se non rispettare i tempi della burocrazia.

Quanto abbiamo vissuto sino ad oggi nell’emergenza ci ha fatto capire come in Italia sia più facile vietare che fare.
Il paese è stato disciplinato, ubbidiente ed ha tendenzialmente rispetto le disposizioni governative. Quando però arriverà il momento di ripartire, bisognerà non più vietare ma fare, governando con autorevolezza, competenza e fiducia, con una catena di comando chiara e un flusso di comunicazione preciso.

Tutto quello che è mancato sino ad oggi.
Quando riapriremo nuovamente le porte di casa troveremo sull’uscio una situazione economica e sociale estremamente complessa.
Per ripartire servirà una voce unica tra Comuni, Regioni, Protezione Civile, Ministri, Governo
ed una grande evoluzione di Sistema.
Chi non era, non è o non sarà preparato, per il principio di responsabilità, dovrà rendere conto e, nell’eventualità, lasciare spazio ad altri.
I diritti umani fondamentali sono diritti che spettano a qualunque individuo semplicemente per il fatto di essere tale: universali ed irrinunciabili, sono patrimonio comune.
Costituiscono un patrimonio non alienabile e permettono alla persona di esprimersi e svilupparsi al pieno delle proprie potenzialità, in una prospettiva di libertà e possibilità di realizzazione personale non ostacolata da non consentite e restrittive limitazioni.
Ebbene, cibo, vestiario, alloggio, sanità e istruzione sono alcuni di questi diritti fondamentali.
Nutro nel cuore la speranza che quando si arriverà al momento del fare ci sarà qualcuno in grado di prenderci per mano e guidarci fuori dalle difficoltà, anche con sacrifici, e facendo meglio di come è stato fatto fino ad ora.
La strategia vera dovrà necessariamente partire dal riconoscere il prima possibile gli errori commessi, porvi rimedio ed imparare da essi affinché la storia non si ripeta.
Altrimenti, la storia insegna, si concretizzerà la rivolta sociale.

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