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Lunedì, 10 Maggio
Roma, 8 maggio: conferenza nazionale sulle terapie domiciliari #Covid19

Si tiene domani a Roma, in Piazza del Popolo dalle ore 14.30, la Conferenza Nazionale sulle terapie domiciliari Covid19.

Lo apprendiamo direttamente dal Comitato Cura Domiciliare Covid19 che, attraverso un comunicato stampa giunto anche alla nostra redazione, ha voluto esprimere le proprie perplessità circa il ruolo che la politica sta rivestendo nei confronti del buon esito delle terapie domiciliari.
Terapie che già da marzo 2020 hanno salvato molte vite umane, almeno di quelle persone che hanno avuto la fortuna di conoscere questi medici che, esercitando in scienza e coscienza, hanno dimostrato il successo di quanto sostenevano da mesi.

Come si apprende dallo stesso comunicato, «.... le cure domiciliari hanno salvato migliaia di vite, eppure non sono state prese in considerazione nella redazione delle nuove linee guida nazionali licenziate dal Ministero della Salute.».

Il comunicato prosegue sottolineando che «Il Senato della Repubblica ha votato all’unanimità per l’avvio di un tavolo di lavoro per la redazione di linee guida nazionali per il contrasto del Covid-19 a domicilio, tenendo conto dell’esperienza dei medici che hanno operato su tutto il territorio nazionale.
Il Ministro Speranza ha il dovere di coinvolgere i medici impegnati sul campo, nella redazione di protocolli di cura domiciliare.».

Obbligo al vaccino sul posto di lavoro: non c’è la Legge. Ipotesi forte rischio per la politica

È tema che ricorre da tempo, ma la campagna mediatica generata a livello planetario per il vaccino Covid-19 ha fatto si che l’ostico argomento tornasse in primo piano negli ambienti del Diritto, soprattutto nel campo del lavoro.

Gli esperti si stanno esponendo in questi giorni con pareri che possono apparire discordanti, ma su un punto sono tutti allineati: per un obbligo serve una Legge.

E’ necessario che il tema entri nelle aule del Parlamento e che la politica, se intenzionata a imporre un trattamento sanitario utilizzando la minaccia del posto di lavoro, se ne vada ad assumere anche la responsabilità.

Ma siamo sicuri che qualcuno voglia giocarsi i consensi del proprio elettorato, in virtù di un vaccino che oggi non offre alcuna certezza, con l’impiego discrezionale del mezzo repressivo in forza di Legge?

E i datori di lavoro, che per la maggiore non sono certo medici o scienziati, sono sicuri di mettersi al sicuro con l’adozione di una coazione che li esporrebbe ad anni di tribunali in cause con risarcimenti economici per i relativi danni?

Uso delle mascherine a scuola: anche il Garante dell'adolescenza non ci sta!

A seguito della pubblicazione del DPCM del 3 novembre scorso, entrato in vigore il successivo 6 novembre, sono diverse le figure che hanno posto sotto lente di ingrandimento quanto contenuto nel documento stesso, in merito all'uso delle mascherine a partire dalla scuola primaria.

Ad aggravare la situazione anche una nota del Ministero dell'Istruzione 1 del 9 novembre, emanata con l'intento di dare un significato a quanto contenuto nel DPCM, citando un nuovo verbale del Comitato Tecnico Scientifico del giorno prima.
Una nota ministeriale con seri problemi di significato e di semantica, dato che alla fine ha solo contribuito a alimentare confusione da un lato, e a una presa di posizione da parte di diverse associazioni, coordinamenti e comitati di genitori di tutta Italia che hanno sollevato seri dubbi sulla validità.

A questo si aggiunge il non meno importante intervento da parte dell'Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza 2 che, dalla sua sede di Fiumicino, invia una lettera all'attenzione del Dr. Miozzo, coordinatore del CTS, sollevando non poche perplessità sulla posizione assunta in merito all'uso della mascherina al banco.

Lo stesso lavoro fatto ieri anche da CReLDiS, il Coordinamento Regionale Lombardia Diritti e Salute, che attraverso il proprio team legale ha messo a disposizione di tutti i genitori una lunga lettera da inviare alla dirigenza scolastica.
Un documento ben argomentato e con mero spirito collaborativo, che non lascia spazio a fraintendimenti citando protocolli e linee guida anti-contagio.

Precariato femminile. Il lavoro delle donne in tempi di pandemia

La pandemia Covid-19 non è solo un problema di sanitario, ma è anche uno shock profondo per la nostra società e per la nostra economia.

Le incertezze e le difficoltà create dal diffondersi del virus rischiano di aggravare ulteriormente una situazione, già critica, come quella relativa all’occupazione femminile.
Un dato su tutti, in un anno, oltre 37.000 neomamme lavoratrici hanno rassegnato le dimissioni dal proprio posto di lavoro.

La motivazione più ricorrente è la difficoltà nel conciliare gli impegni lavorativi con la necessità di dover accudire i figli, in particolar modo i più piccoli.
Difficoltà amplificata dal fatto che, in epoca di pandemia, spesso viene meno il preziosissimo supporto dei nonni, impossibilitati nell’accudire i propri nipoti a causa dell’isolamento che viene loro “consigliato” per ragioni di salute.

Se non ci si può permettere costosi asili nido o baby-sitter, non si ha altra alternativa che le dimissioni.

#COVID-19: I giornali sono i veri complici del procurato allarme mediatico

All'indomani dell'affermazione del Dott. Crisanti secondo cui una chiusura totale nel periodo natalizio "... credo sia nell'ordine delle cose" 1, la stampa nazionale e soprattutto quella locale, di varie città d'Italia, non vuole essere da meno e supera ogni limite pur di creare disinformazione.

Si è innescata una vera e propria gara a colpi di titoli sensazionalistici.
Le redazioni decidono i titoli da pubblicare in prima pagina, creando il panico, per lasciare la verità dei fatti alla fine dell'articolo dove pochi concentrano l'attenzione.

Servirebbe una rassegna stampa giornaliera per denunciarli quotidianamente. Un esempio su tutti lo abbiamo avuto ieri dal Corriere della Sera, che nella sua edizione dedicata alla provincia di Brescia, riconduce uno dei decessi al Covid, per scoprire solo nelle pagine interne che si è trattato di un infortunio sul lavoro.

L'affermazione del giornalista: ".... questo non cambia il quadro generale". Ne siamo sicuri?

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