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Venerdì, 04 Dicembre
Lettera agli organizzatori della manifestazione “A scuola!” - 25 luglio 2020

Carissimi,

Ero incerta sul da farsi, titubante nel decidere a chi rivolgermi con queste poche righe.

Avrei voluto scrivere, come cittadina-madre-donna italiana, una lettera agli organizzatori della manifestazione “A scuola!” per ringraziarli dell’immenso lavoro svolto, ma sentivo che avrei dovuto fare di più.

Avrei voluto scrivere al Ministro Azzolina per farle sapere che la scuola, quella vera, non si arrende alle inaccettabili nefandezze che progettano di propinarci, ma temevo mi avrebbe ignorata.

Avrei voluto scrivere all’ufficio scolastico regionale della Lombardia, ma considerate le recenti indagini in corso che hanno coinvolto in prima persona il Governatore Fontana, temevo di non ricevere la giusta attenzione.

Ho sentito quindi il bisogno di condividere con una platea più ampia i miei pensieri di cittadina preoccupata, pubblicarli in rete per mezzo di questa testata per renderli fluidi e fruibili, fissarli sul web attraverso gli occhi di chi offre spazio al sentire, quel sentire che si tramuta in ascolto e comprensione.

Gli italiani si sentono ripetere più volte al giorno di fare attenzione, di lavarsi le mani, di usare le mascherine.
Viene intimato di evitare la movida, con la non velata minaccia di una riattivazione del lockdown se la curva dei contagi dovesse tornare a salire.

E sempre più spesso le colpe vengono attribuite alla popolazione.

Ma quando l'incompetenza, l'inerzia, ma soprattutto il comportamento sconsiderato è degli enti ospedalieri, organizzati dal Servizio Sanitario Regionale, come dobbiamo comportarci?
Ci sarebbe da appellarsi alla magistratura, perchè chi sta causando danni è tutta là, dove qualcuno tenta malamente di portare avanti una regia sanitaria che di azioni reali ma soprattutto sensate ne sta facendo un gran poche.

Regione Lombardia, dalle pagine istituzionali del proprio sito Internet 1, scrive precisamente:

  • i test non devono essere venduti o messi a disposizione di “profani”, ovvero persone non esperte di test diagnostici

 .... e ancora:

Si precisa che:

la verifica della correttezza dei percorsi sopra indicati è in capo al medico responsabile
 i relativi costi NON sono in carico al SSR;
 il referto positivo a test sierologico con metodica CLIA o ELISA o equivalenti deve essere comunicato alla ATS di residenza del soggetto, attraverso gli appositi flussi predisposti secondo specifiche indicazioni regionali, indicando:
 i dati anagrafici;
 il telefono;
 il referto del test;
a data di avvio dell’isolamento fiduciario;
 la data prevista per l’effettuazione del tampone
e comporta l’avvio del percorso di sorveglianza di caso sospetto.

Pubblichiamo quanto accaduto alla famiglia di una nostra lettrice, le prove sono state fornite alla nostra redazione che ha provveduto a nascondere opportunamente i dati sensibili della madre.
Difronte al rifiuto del SSR, è andata a fare i test sierologici di sua iniziativa, leggete quanto accaduto:

 

Scrivo perchè vorrei che questa esperienza possa denunciare i limiti e i confini estremi di una totale incompetenza nella gestione di una cosi detta pandemia ... per chi ci crede!

Mia madre, 62 anni, custode in un condominio dove è presente anche un ambulatorio medico,  il 13 maggio 2020 si reca in una grande struttura ospedaliera di Sesto San Giovanni per effettuare il test sierologico.

Nel mese di marzo è stata male, una influenza che si è trascinata più del solito, durata un paio settimane con febbre che inizialmente faticava a scendere, trattata in fase 1 (per restare in tema decreti) con la classica terapia antinfiammatoria.
Successivamente, in fase 2, dopo la visita col medico di base, la prescrizione di un antibiotico, forse per la presenza di una tosse persistente che le causava dolori un po' ovunque.

Non è mai stata trattata come paziente Covid.

Nonostante le insistenze di mia mamma di approfondire con un tampone o altro metodo diagnostico, considerando il suo lavoro a contatto con la gente, la risposta è stata sempre negativa.
Solo un certificato di malattia per stato influenzale, nessun riferimento ad un isolamento preventivo e quarantena.

Il 15 maggio, due giorni dopo il test, doveva recarsi presso la struttura ospedaliera per ritirare il referto, ma una chiamata la invitava a presentarsi il successivo lunedi 18 maggio per un colloquio col medico.

Le ovvie preoccupazioni per l'esito del test sono aumentate quando, dopo tre giorni, riceve una telefonata dalla struttura che le rinvia l'appuntamento al mercoledi 20 successivo, con il ritiro dei documenti.

Giunge il 20 maggio e finalmente ritira il referto che viene letto insieme al medico: mia madre risulta positiva sia per IgG che per IgM, ergo ha sia gli anticorpi Cov, sia un'infezione tuttora in corso.

Non vengono fatte domande di rito, non le viene chiesto se persistono i sintomi e non viene svolta alcuna visita.
Nessuna domanda riguardo al suo lavoro, nessuna istruzione riguardo l'avvisare le persone con cui è venuta in contatto, i familiari e il datore di lavoro.

La invitano solo a presentarsi l'indomani per effettuare un tampone. 

Mi domando ora: quanta credibilità può avere una gestione di questo genere, in cui le persone potenzialmente infettive vengono lasciate a piede libero?
Quanti come mia mamma?
Parliamo di una cittadina che si è recata spontaneamente per fare un approfondimento, che ha trascorso 5 giorni nella paura, ricevendo solo rimandi, il tutto considerando la pressione mediatica degli ultimi quattro mesi?

Consideriamo che mia mamma ha vissuto la sua quotidianità lavorativa, senza sapere che poteva essere un problema per tutte le persone che incontrava.

A questo punto mi vien persino da pensare che gli aggiornamenti quotidiani dei nuovi casi pubblicati dalla Protezione Civile li facciano sulla base degli esiti di questi test: gente a casa che sta bene, ma che ancora risulta positiva.

Difficile non pensare che dietro a tutto questo ci sia solo una grande tavola grassa; un insieme di interessi nutrito dal grosso sacrificio e dettato purtroppo dalla paura di molte persone.

Con tutto il rispetto per chi ha vissuto in prima linea e per chi ha perso qualcuno, credo sia arrivato il momento di grattuggiare letteralmente le incapacità di gestione e la perseveranza negli errori con cui alcuni continuano a trattare la questione.
I trucioli che ne deriveranno potrebbero essere le risposte di cui abbiamo bisogno!

Fonti:

  1. Sito web istituzionale Regione Lombardia - Test sierologici per ricerca anticorpi anti COVID-19
Università di Medicina - iter e costi per la formazione di un medico

Proprio quest'oggi è stato accolto l'appello del Sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, che dalle pagine del quotidiano principale della città ne denuncia la carenza e chiede più medici presso i nosocomi bresciani.
E nello stesso giorno, mentre si cercano le cause del collasso del Sistema Sanitario Nazionale, arriva una lettera firmata in redazione che vuole mettere in luce alcuni aspetti che, almeno in parte, interessano quanto sta avvenendo oggi in Italia.
E' il riflesso di un sistema universitario, quello di Medicina e Chirurgia, che si è reso complice anch'esso di quella situazione che oggi tutti stiamo pagando:

 

In questi giorni si è tanto dibattuto sul tema della carenza di personale sanitario qualificato, sulla mancanza di medici e di specialisti da arruolare in prima fila a combattere in questa dura e difficile emergenza sanitaria.

Emergenza che ha colpito improvvisamente il nostro paese e che ha brutalmente rivelato quanto era noto a tutti da tempo ma che paradossalmente tutti facevano finta di non vedere o che faceva comodo non vedere, rimandando l’argomento a vaghe promesse in campagna elettorale fatte da tutte le fazioni politiche.

Mi sono permessa di fare delle indagini al fine di chiarire alcuni dubbi inerenti la gestione a livello statale della formazione di queste categorie, in particolare di quella dei medici, e di come attualmente funzioni l’iscrizione all’Università di Medicina e Chirurgia.

La nostra costituzione è un ottimo punto di partenza per un ragionamento obiettivo, critico e costruttivo

L’articolo 34 recita quanto segue:

“La scuola è aperta a tutti. …. I capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.


Nel corso dell’anno accademico 2018-2019 sono state conteggiate, su base nazionale, circa 66.000 domande di iscrizione al corso di Medicina e Chirurgia a fronte di soli 9.779 posti in tutte le Università italiane.

Da vari anni, infatti, per tale ed altri corsi di laurea , in differenti ambiti, è stato istituito il numero chiuso programmato.

A ragion di logica, per quanto afferma l’articolo 34 della costituzione, si tratterebbe di una pratica anti-costituzionale.

Se il diritto allo studio deve essere concesso a tutti, cosa significa limitare gli ingressi e le iscrizioni?

Ogni anno 66.000 famiglie pagano per l’iscrizione al test di Medicina una cifra variabile dai 50 ai 170 €, con un esborso annuale che varia dai 3,3 ai 5 milioni di € , a secondo se il test viene fatto presso una Università pubblica o privata.

Inoltre molti studenti , al fine di aumentare la possibilità di superare il test, decidono di iscriversi in più di una università.

Se per assurdo tutti i 66.000 aspiranti medici dell’anno accademico 2018-2019 si fossero iscritti a tutte e tre le prove, il risultato sarebbe un esborso da parte delle famiglie di ben 22 milioni di € ( anno / test ), senza ovviamente alcuna garanzia di ritorno dell’investimento economico fatto sulla  carriera universitaria dei figli.

Incasso che lo stato potrebbe utilizzare per ri-finanziare le stesse Università.

Come può un così dispendioso iter tutelare chi non ha i mezzi economici per studiare ed essere considerato lecito, costituzionalmente valido e accettabile?

Se il concorso di accesso alla facoltà di Medicina e Chirurgia si svolge nelle singole sedi universitarie, la graduatoria risulta a livello nazionale.

Tralasciando i brogli e gli imbrogli che si verificano puntualmente tutti gli anni in alcune sedi universitarie , come ben documentato in note trasmissioni di denuncia , si verifica quanto segue: per ipotesi, uno studente residente a Milano supera il test di accesso a Medicina e viene assegnato a Palermo o a Napoli o in altra sede persa dalla sua residenza.

Per le famiglie, dopo quello delle tasse universitarie, si presenta il secondo grande ostacolo di tipo economico, cioè la ricerca di un alloggio per lo studente e la messa a disposizione nel bilancio familiare di una certa cifra che consenta al soggetto di pagare l’affitto, il cibo, i trasporti, mantenersi e vivere una vita al minimo dignitosa, senza sfarzi né sprechi.

Quante famiglie al giorno d’oggi sono in grado di ottemperare a questo grande sforzo economico, sacrificandosi per anni per sostenere il proprio figlio desideroso di compiere una carriera universitaria in campo medico, in una città persa rispetto a quella di origine o di appartenenza?

Sarebbe sicuramente più logico , economico, costruttivo ed utile avere la possibilità di frequentare l’Università nella propria città di residenza con un notevole risparmio da parte delle famiglie e dando l’opportunità anche a medici di zona di crescere degli specialisti a cui trasferire tutto il proprio know-how che invece con questo iter va perso.

Per chi dispone di capacità economica non è certo un problema investire nella formazione del figlio, scegliendo anche tra una delle tanti sedi universitarie all’estero che ospitano gli studenti per il corso di laurea.

Spesso le rette di queste strutture non sono certo spese affrontabili da tutti.

Solo per la retta universitaria si parte da 15.000 € annui ed in alcune Università , per esempio della Spagna o della Svizzera, si arriva anche a 30.000€ annui.

Di nuovo sorge spontanea la domanda di come un così dispendioso iter possa tutelare chi non ha i mezzi economici per studiare  ed essere considerato lecito, costituzionalmente valido ed accettabile se, la costituzione stessa, sempre al già citato art.34 recita che “ … I capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”?

Di recente, la Federazione Medici di Medicina Generale (Fimmg) ed il Sindacato dei Medici dirigenti Anaao hanno lanciato un preoccupante allarme: per effetto dei pensionamenti dei medici di famiglia e dei medici del Servizio Sanitario Nazionale in Italia , nei prossimi 5 anni, mancheranno 45.000 medici.

Stima ancora più critica nei prossimi 8-10 anni se si considera che nel 2028 saranno andati in pensione 33.392 medici di base e 47.284 medici ospedalieri, per un totale di 80.676 persone.

Mediamente la formazione di un medico richiede 6 anni per il corso di laurea e altri 4-5 anni per la scuola di specialità.

Nella migliore delle ipotesi, uno studente che inizia a studiare medicina oggi sarà pronto ad entrare nel nostro sistema sanitario tra non meno di 10 anni.

Nel frattempo, come si gestirà l’emergenza sanitaria generata dalla carenza negli ospedali di personale qualificato?

Non sarebbe il caso che lo Stato si interrogasse sulle giuste misure da adottare a sostegno del futuro delle nuove generazioni?

Meglio continuare ad elargire contributi come un reddito di cittadinanza, fini a sé stessi, o meglio investire, con importanti sforzi economici statali che hanno una base di ritorno nel versamento delle tasse, nella revisione del sistema universitario volto alla formazione di nuovi medici che ci assicureranno la continuità di quello che oggi è considerato uno dei migliori Sistemi Sanitari a livello mondiale?

Stante la normativa attuale, in Italia, senza una specializzazione non è possibile esercitare la professione di medico.

E qui nasce la seconda beffa.

Il numero dei posti ottenibili nelle varie scuole di specializzazione è inferiore al numero di studenti che si laureano ogni anno.

Per le scuole di specialità vale la stessa regola del corso di laurea: un medico residente a Roma con molta probabilità andrà a fare la specialità a Cagliari e quello di Cagliari verrà mandato magari a Bologna.

Durante la scuola di specialità i medici sono stipendiati; tuttavia lo stipendio percepito, nella maggior parte dei casi, non basta a sostenere tutte le spese necessarie alla vita fuori dalla propria sede di residenza.

Al fine di poter completare il ciclo di studi alle famiglie è quindi chiesto un altro ulteriore gravoso sforzo economico. Mantenere uno studente , fuori sede, per un tempo stimato di circa 10 anni, resta purtroppo un privilegio per pochi. Ma quindi l’art.34 della Costituzione, come si sposa con tutto questo modus operandi?

Allo stato attuale siamo la Nazione d’Europa con il numero minore di Laureati.

Siamo esattamente al penultimo posto , superati solo dalla Romania: 26,2 % contro una media Europea del 40%. Siamo superati ampiamente anche da nazioni come Belgio 54,6% , Svezia 51% ed anche Cipro 53,4%.

Non sarebbe meglio permettere a tutti l’accesso alle Università evitando così che un numero elevatissimo di ragazzi siano costretti a rivedere le proprie aspettative e le proprie scelte di vita?

Sarà il corso di Laurea stesso a selezionare negli anni i migliori medici e i migliori professionisti, come del resto avveniva in passato e come avviene oggi in tutta Europa.

Lo Stato bisognoso ed in emergenza chiama a gran voce a raccolta la categoria dei medici ma non fa nulla affinché questa categoria sia tutelata, nel presente e nel futuro.

Per giuramento e missione di vita i medici eroi rispondono alla chiamata.

Ma quanto durerà tutto questo?

Alessia Francesca Raineri

 

 

#NOINONSIAMOCONTAGIOSI. Parte la Campagna contro l'abbandono di animali per il #COVID-19

Parte la Campagna di sensibilizzazione ideata dalla Croce Rossa Italiana, Comitato Area Metropolitana di Roma Capitale e provincia, e dall’Ordine Medici Veterinari di Roma e provincia: i cani ed i gatti non infettano gli umani con il COVID - 19, quindi, non li abbandonate!

Promotori dell’iniziativa anche il Pet Carpet Film Festival e alcuni personaggi dello spettacolo, tra i quali Lino Banfi, Giancarlo Magalli, Enzo Salvi, Cinzia Leone, Lillo, Alda D’Eusanio, Carmen Russo, che invitano la popolazione a seguire il loro esempio ed abbracciare ancora più forte il proprio amico a quattrozampe.

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