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Giovedì, 26 Maggio
Vivere un lutto, tra indifferenza e omertà!

Pubblichiamo le lettera di una nostra lettrice, poco abbiamo da aggiungere alle sue parole perché portano in evidenza quello che molti sanno, ma che pochi osano dire.
Da un lato l'indifferenza nei confronti di chi ha perso uno o più familiari durante questi due anni, non solo per la malattia, ma anche per una reazione avversa, dall'altra una narrazione ufficiale dalla quale si fatica a staccarsi per permettere una visione più ampia di tutto quello che è successo e sta succedendo ancora oggi.

... siamo da secoli il Paese degli egoismi, dei campanili!

In una sonnolenta serata di febbraio mi è capitato, per caso, di imbattermi in un’edizione del mese precedente del Giornale di Brescia (era del giorno 16, per la precisione), in cui vi era una lettera al Direttore inviata da un lettore, che qui riporto fedelmente:

“Recentemente ho visto sui social un video di una professoressa (ha insegnato inglese anche a mia figlia) che davanti all’Itis di Brescia si lamentava a gran voce del fatto che gli fosse impedito l’insegnamento perché non vaccinata. Vorrei risponderle. Carissima professoressa, nella sua pubblica invettiva lamentava il fatto di non poter insegnare perché non vaccinata invocando a gran voce la libertà di poter scegliere. Libertà, libertà il suo grido disperato rivolto agli studenti. Ripetendo più volte questo termine in modo accorato mi ha ricordato William Wallace, l’eroe indipendentista scozzese, che gridava freedom davanti al patibolo. Beh, lei non era davanti al patibolo e il suo grido non aveva la stessa nobiltà. Parlando di libertà mi viene in mente chi ha combattuto contro il nazifascismo consegnandole uno stato democratico in cui anche idee “bizzarre” come la sua possono essere liberamente espresse.
Il suo concetto di libertà è molto personale e mi permetta, egoistico. Come ben sa la libertà di un individuo trova come limite la libertà di altri. Insomma, ci sono limiti alla nostra libertà e questi sono definiti da leggi condivise. Carissima professoressa, trovo estremamente illibertario che un insegnante svolga il suo lavoro potendo contagiare studenti e colleghi e magari causarne la morte, perché, carissima professoressa, di Covid si può anche morire. Trovo estremamente illibertario che quelli come lei limitino la libertà di movimento e di lavoro della maggioranza andando ad intasare reparti di terapia intensiva che, come lei ben sa, sono occupati all’80% da non vaccinati. Carissima professoressa, mia figlia, sua ex allieva, ha un buon ricordo di lei come insegnate, si vaccini e riprenda a fare il suo lavoro con la professionalità e la passione sempre dimostrati”.

Confesso di aver dovuto leggere la missiva un paio di volte per essere sicuro di aver colto appieno il senso delle parole di chi scriveva e ancora oggi, avendola riletta più e più volte, quando mi ricapita tra le mani mi assale una sorta di vertigine per la gran quantità di concetti quantomeno opinabili che essa contiene.

Provo ad andare con ordine, consapevole che è compito assai arduo provare a comprendere le ragioni di qualcun altro avendo come unico appiglio alcune righe lette su un giornale.

La prima cosa che mi ha colpito è che chi scriveva definiva “bizzarre” le idee di questa professoressa che invocava la libertà di poter insegnare in una scuola pubblica Secondaria di Secondo grado (le Superiori, tanto per intendersi) pur non essendo vaccinata.
Probabilmente, ho pensato, chi scriveva ritiene che il non vaccinato sia pericoloso mentre il vaccinato (meglio tri che bis) non sia contagioso.
“Ancora?” mi sono detto! Poi ho ricordato le parole fuorvianti pronunciate dal nostro Presidente del Consiglio che, all’atto di introdurre il Green Pass in Italia, dichiarò in conferenza stampa che “il Green Pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a esercitare le proprie attività, a divertirsi, a andare al ristorante, a partecipare a spettacoli all’aperto, al chiuso, con la garanzia però di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose”.
Ecco sì, dev’essere proprio così: chi scriveva la lettera (e chissà quanti altri italiani) è rimasto congelato a quel torrido giorno di luglio quando una delle più alte cariche dello Stato poneva una cesura netta tra chi era vaccinato e chi non lo era.

Ma è davvero così? Davvero c’è tutta questa distinzione ai fini della diffusione del virus tra chi è stato inoculato e chi no?
No, tutta questa differenza non esiste ed è soltanto nelle menti di chi vuole credere che sia così.

Un articolo comparso su The Lancet in data 20 novembre 2021, intitolato “COVID-19: stigmatising the unvaccinated is not justified” (Covid 19: Stigmatizzare i non vaccinati non è giustificato) precisava come negli Stati Uniti e in Germania funzionari di alto livello avessero usato il termine “pandemia dei non vaccinati”, suggerendo che le persone che sono state vaccinate non sono rilevanti nell'epidemiologia del COVID-19.
Questa visione, si legge nell’articolo, è fin troppo semplice e semplicistica perché vi sono prove crescenti che gli individui vaccinati continuano ad avere un ruolo rilevante nella trasmissione, come evidenziano inequivocabilmente i dati statunitensi e tedeschi.
L’articolo continuava affermando che le persone vaccinate hanno un minor rischio di malattie gravi ma erano ancora una parte rilevante della pandemia.
“È quindi sbagliato e pericoloso parlare di pandemia dei non vaccinati – continua l’articolo -. Storicamente, sia gli Stati Uniti che la Germania hanno generato esperienze negative stigmatizzando parti della popolazione per il colore della pelle o la religione.
Invito funzionari e scienziati di alto livello – chiudeva l’autore - a porre fine alla stigmatizzazione inappropriata delle persone non vaccinate, che includono i nostri pazienti, colleghi e altri concittadini, e a impegnarsi ulteriormente per unire la società”.

Appunto, stigmatizzare i non vaccinati ritenendoli alla stregua degli untori della Colonna Infame di Manzoni è un esercizio gradito a molti dei vaccinati e fomentato dalle nostre istituzioni e da praticamente tutte le testate giornalistiche e della televisione, quasi che un fenomeno complesso e ancora in parte da scoprire quale la SARS-Cov 2 sia spiegabile con slogan a metà strada tra un assioma geometrico e un dogma religioso.

Tutto questo a novembre del 2021. Ed oggi?
Oggi abbiamo la conferma di quello che già alcuni mesi fa si leggeva nell’articolo citato e in moltissimi altri che per ragioni di spazio non si possono citare, ma che chi è armato di buona volontà, come il sottoscritto, può agevolmente rinvenire sui siti ufficiali delle principali riviste scientifiche del mondo (do un piccolo aiuto: provate a cercare questo tema su Nature e sul British Medical Journal e fatevi un’idea di come stanno realmente le cose).

Il periodo di Natale è appena terminato e, volendo ironizzare, possiamo dire che è stato un periodo “felice” perché non si è mai vista così tanta positività in giro.
Ci siamo abituati a numeri monstre di contagiati, superando i picchi di duecentomila unità al giorno e abbiamo viaggiato su questi ritmi per diverse settimane.
Forse sono tutti non vaccinati questi nuovi casi? Direi di no, come ognuno di noi può testimoniare per esperienza diretta.

Come se ciò non bastasse, tutti abbiamo letto e sentito di focolai che sono scoppiati e continuano a scoppiare in ospedali, RSA e uffici delle forze dell’ordine, dove all’interno si trovano solo soggetti in regola con le vaccinazioni che quindi non dovrebbero diffondere il contagio, ma così non è.
Da ultimo, quasi la ciliegina sulla torta, il resoconto di un noto virologo, ospite abituale di moltissime trasmissioni televisive che, raccontando della sua recentissima esperienza di malato Covid pur essendo tri vaccinato, asseriva che era certo di aver contratto l’infezione durante una cena con amici e colleghi e le rispettive famiglie, dove tutti erano vaccinati, si, proprio tutti a suo dire.
Insomma, se qualcuno avesse dubbi in merito, sarebbe bene che se li togliesse: i vaccinati contagiano … e parecchio anche.

Chiarito questo punto, torniamo all’articolo del Giornale di Brescia. Se anche una docente tri vaccinata ha un ruolo rilevante nel contagio, come la scienza ci dice, è giusto privare del lavoro una docente non vaccinata, invocando una presunta misura di salute pubblica?
Direi che a questo punto cade il presupposto su cui si basa la misura in oggetto.

Chi scriveva non considera probabilmente che quello al lavoro, nella nostra Costituzione, è un diritto di rango assolutamente primario che, per costante giurisprudenza delle nostre supreme corti, può essere compresso solo a fronte di comprovata e inoppugnabile necessità di tutelare altro diritto di pari rango, quale potrebbe essere quello alla salute.

Ma se cade, ed è effettivamente caduto, l’assunto che vi sia una differenza sostanziale tra vaccinati e non nel favorire il contagio, allora necessariamente privare del lavoro il non vaccinato non è più una differenziazione basata su un presupposto scientifico, medico e sanitario ma diventa una discriminazione a tutti gli effetti (riporto la definizione del principio di non discriminazione che si trova sul sito della Enciclopedia Treccani: Principio che vieta, in via generale, l’applicazione di un trattamento diverso in situazioni che si presentano sostanzialmente uguali).
Con questo credo di aver chiuso il cerchio sulla presunta bizzarria della pretesa della docente che chiedeva solo di essere trattata come il diritto, l’epidemiologia, la medicina in genere e la scienza nella sua globalità impongono che avvenga!

Un altro concetto nella lettera al Giornale di Brescia che ha attirato la mia attenzione è quello secondo il quale la scelta di non vaccinarsi sarebbe una scelta egoistica, come se la scelta di vaccinarsi fosse invece una scelta dettata da un insopprimibile desiderio di perseguire il bene collettivo.
Che dire: se una cosa simile fosse asserita da un giapponese o da uno scandinavo potrei anche crederci, ma immaginare che l’italiano medio di oggi sia corso a vaccinarsi per il bene collettivo mi fa parecchio sorridere.
Siamo da secoli il Paese degli egoismi, dei campanili, in cui ci si riesce a dividere persino sugli eroi del ciclismo (Coppi vs Bartali) e del calcio (Mazzola vs Rivera), in cui tutti dimenticano il bene collettivo quando c’è da pagare le imposte, quando c’è da fare la raccolta differenziata e da buttare l’immondizia nel cassonetto anziché ai lati della tangenziale da auto in corsa; siamo la nazione in cui ci si volta dall’altra parte se rubano a casa del vicino e nel quale se ci si può avvantaggiare a scapito di qualcuno si è furbi, non disonesti!
Invece no, tutti magicamente ora si preoccupano degli altri e non sono corsi a inocularsi perché terrorizzati da un anno di bombardamento mediatico o perché desiderosi di poter mangiare l’irrinunciabile pizza del sabato sera potendo esibire il Green Pass (cosa vi sia di Green, poi, non l’ho ancora capito) ma perché era il destino della comunità che stava loro a cuore.
Asserire quindi che il non vaccinato è un egoista è un falso colossale perché le ragioni della non vaccinazione possono essere le più diverse: c’è chi è diffidente verso un vaccino messo a punto e sperimentato in tre mesi; c’è chi ha dubbi sulla nostra classe dirigente che è celebre in tutto il mondo per non brillare per onestà e lungimiranza; c’è chi persegue uno stile di vita teso all’uso parsimonioso di qualunque prodotto farmacologico; c’è chi ha già sviluppato la patologia durante la prima ondata e ritiene, perché così dice la scienza, di avere acquisito un’immunità naturale.

Chiudo con un’ultima riflessione: fino a quando chi si ritiene depositario della verità non accetta di ascoltare le ragioni dell’altro, nella nostra società continueranno a circolare virus pericolosi tanto quanto il Covid, ossia l’astio, il rancore e l’odio.

Un Professore di Diritto di Scuola Superiore.

Vaccino e RSA

Arriva una lettera in redazione che decidiamo di pubblicare.
Lo sfogo di una infermiera di una RSA con sede in Lombardia, che racconta una verità che molti non vogliono sentire, perché sentire significa impegno, sentire significa fare i conti con la propria coscienza.

Una infermiera che, come lei stessa scrive, ha lavorato sul campo, nei periodi peggiori di questa pandemia, e che conferma che quello che sta avvenendo oggi e la compiacenza di alcuni medici non corrisponde a ciò che lei ha studiato e per ciò che ha giurato.

Buona lettura!

 

Sono un’infermiera, non vaccinata e non ancora sospesa. Ogni giorno può essere l’ultimo di lavoro, ma non posso pensarci altrimenti mi prendono attacchi di ansia, perché so fare solo questo, ho un’età in cui riciclarsi diventa difficile e senza stipendio non si vive. Inoltre, come tanti infermieri qui in Lombardia, la sospensione significa di fatto licenziamento definitivo in quanto lavoro come partita IVA.

Sono infermiera in una delle strutture che per prime sono state colpite dal COVID. Tutti i pazienti (con patologie multiple) sono risultati positivi.
Mi sono spaventata ma non avvilita all’inizio, non ho mai avuto paura della malattia in quanto tale, ma del caos che si è creato: nuovi protocolli quasi quotidiani che smentivano e sovvertivano i precedenti, notizie che si accavallavano dalla sera alla mattina, la sensazione ogni giorno più forte che chi inviava le mail dalle AST ne sapesse meno di noi sul campo.

Metà personale si è preso finta malattia per paura, grazie a medici di famiglia compiacenti o amici e parenti specialisti.
E l’altra metà è rimasta al suo posto con turni terrificanti, senza DPI e a lavoro anche quando contagiati finché erano in piedi perché altrimenti la struttura sarebbe rimasta in balia di se’ stessa.

Sono caduti i ruoli, durante i turni infiniti medici, infermieri, OSS facevano quello che era necessario, addirittura distribuire vitto e disinfettare ambienti.
Ho sperimentato l’unione di un gruppo che doveva portare avanti uno scopo, senza schemi a volte, ma con un fine comune chiaro a tutti: perdere meno pazienti possibile.
Era il periodo in cui non c’erano neanche abbastanza tamponi e noi tornavamo al lavoro appena ci reggevamo in piedi per dare il cambio a chi nel frattempo non ne poteva più.

Ma non è di questo che voglio parlarvi, perché ciascuno di noi, chi più chi meno ha vissuto sulla propria pelle il covid.

Voglio fare un passo avanti, quando hanno approvato la vaccinazione per anziani e fragili.

Prima della vaccinazione anti covid ho parlato e spiegato ad ognuno dei miei pazienti in grado di seguire un discorso quello che andavano a firmare con il consenso informato, ho compilato personalmente le anamnesi con cui si sono presentati ai medici vaccinatori (alcune contenenti TUTTE le controindicazioni a questi vaccini).
Però la paura era stata grande e loro, appartenenti ad una generazione che ha avuto sempre fiducia nello Stato e nei telegiornali, sono andati a vaccinarsi felici di farlo perché speravano che così non avrebbero preso più quel mostro di malattia e che le videochiamate che noi operatori facevamo fare ai parenti con i nostri smartphone sarebbero di nuovo sparite per lasciare il posto ad abbracci veri.

Quasi la metà dei nostri ospiti ha avuto effetti collaterali di media gravità, tutti regolarmente segnalati con le difficoltà che conoscete sicuramente.
Tutti hanno fatto uno dei vaccini ad mRna.
Molti hanno cominciato a dire che dal covid erano “guariti”, ma non si erano mai sentiti “guariti” dalla vaccinazione.

Facciamo un altro salto in avanti.

Tutti i nostri ospiti, con pregresso covid e doppia dose di vaccino, hanno avuto la scorsa settimana la somministrazione di vaccino antinfluenzale.
Tutti.
Anche quelli che non volevano farlo e negli anni passati mai lo hanno fatto, con la sottile “minaccia” di dover lasciare la struttura.

Mi si è aperto un baratro davanti.
Vedere un anziano che mi guarda e mi dice “Io non voglio farlo, non lo ho mai fatto” e non poter di fatto far nulla, mi ha straziato.
Che scelta ha in realtà un anziano in RSA o una persona che vive in una comunità?

Il mese prossimo avranno la terza dose. TUTTI. Anche quelli che con terrore mi dicono che dopo il vaccino sono stati peggio e non si sono più ripresi.

Sono anziani, con parenti che non vogliono o non possono occuparsi di loro.
Alcuni soli, senza nessuno. Che reale scelta hanno? Dove andrebbero se rifiutassero la terza dose? Io cosa posso fare per aiutarli?

Non se ne parla mai, ma gli anziani nelle RSA, tutti coloro che vivono in comunità, hanno un obbligo di fatto alla vaccinazione esattamente come noi sanitari.

Per noi il ricatto è il lavoro, per loro è la vita stessa, lo sfratto da quella che per loro è “casa”.
Che diritto ha un paese che li ha abbandonati nelle strutture sanitarie e residenziali, dicendo che erano troppo vecchi per essere curati e che dovevamo applicare “cure compassionevoli “ ai più gravi, decidere di far rischiare loro la poca vita che resta e che per loro è preziosissima?
Che diritto ha questo paese di togliere a questI anziani, inutilmente, per un folle progetto economico, anche solo un giorno di parole crociate, cucito, sole o abbracci?

Ho la fortuna di lavorare in una struttura dove i medici non si sono limitati a applicare ciechi protocolli, dove ognuno di chi è rimasto, dagli infermieri ai cuochi, ha dato l’anima per farli sopravvivere. Ed ora dobbiamo vederli peggiorare di nuovo, come dopo le prime due dosi, forse irrimediabilmente e soprattutto senza che loro abbiano possibilità di scelta?

Non è questo ciò per cui ho studiato, non è questo ciò che ho giurato.

Chiudo questo sfogo che in fondo è una richiesta di aprire gli occhi e il cuore a chi può aiutarli, con quello che mi ha detto una nostra ospite, che all’entrata in vigore del greenpass è tornata qualche giorno a casa.
Le ho chiesto se voleva le stampassi il greenpass nel caso i parenti la volessero portare al ristorante. Mi ha risposto con un enorme sorriso: "Mio padre è morto partigiano, andassero al diavolo loro e il greenpass!".

Lettera aperta a Mattarella, Bolognetti: io invoco la verità. Io invoco lo Stato di diritto democratico. Io invoco la Costituzione.

Dalle ore 23.59 del 23 settembre riprendo lo sciopero della fame sospeso il 14 luglio.
Di Maurizio Bolognetti, Segretario di Radicali Lucani e membro del Consiglio generale del Partito Radicale.

Presidente Mattarella, non arrivo ad affermare che lei abbia volontariamente mentito al Paese intero, ma affermo, senza esitare, che lei ha diffuso una pericolosa non verità, una bugia. Affermo che lei si è fatto alfiere di tesi che non hanno fondamento scientifico, di una deriva da Stato etico, di inaccettabili ricatti di Stato. Nel contempo, non una parola è giunta dal “Colle” per chiedere che venga ridata dignità a un Servizio Sanitario Nazionale asfaltato da provvedimenti scellerati.
Lei ha detto che farsi inoculare dei vaccini, che alcuni scienziati definiscono “vaccini imperfetti”, vaccini non sterilizzanti, è un “dovere morale e civico”.
Io affermo, Presidente, che lei avrebbe il dovere morale, civico e costituzionale di garantire il diritto dei cittadini di questo Paese a poter conoscere tesi “eterodosse”, letteralmente spazzate via da una narrazione di regime.
Lei non dice la verità quando elegge ad untori coloro che legittimamente rifiutano di farsi inoculare con questi sieri.
Tocca rappresentarle, signor Presidente, quel che il 27 luglio affermava il Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma, dr. Antonio Magi: “il vaccino non protegge dal poter essere un “contagiante”. Sia il vaccinato che il non vaccinato lo sono. Qual è il problema? Trovandosi alcuni soggetti a rischio, il vaccinato che non è protetto – perché non sa se in quel momento è portatore – può essere parte infettate. Essendo vaccinato posso essere positivo. Far passare il messaggio che il non vaccinato è un pericolo pubblico per gli altri no!”
Gioverà segnalarle le parole del prof. Peter Doshi, che, in un articolo pubblicato il 23 agosto dal British Medical Journal, riferendosi all’incauta approvazione concessa dalla Fda al vaccino della Pfizer tra l’altro scriveva: “Prima della prestampa, la mia opinione, insieme a un gruppo di circa 30 medici, scienziati e sostenitori dei pazienti, era che c'erano semplicemente troppe domande aperte su tutti i vaccini covid-19 per supportare l'approvazione di uno di questi. Il preprint, purtroppo, ha affrontato pochissime di queste domande aperte e ne ha sollevate di nuove”.
Insomma, dubbi che si aggiungono a dubbi.
Tocca rappresentarle, signor Presidente, che poche ore fa il virologo Geert Vanden Bossche ha scritto: “I richiami e/o l'estensione delle campagne di vaccinazione di massa ai gruppi di età più giovani accelereranno solo l'insorgenza della resistenza virale ai vaccini e causeranno danni sostanziali sia ai non vaccinati che ai vaccinati”.
Inutile dire che le parole – gli interessanti interventi - del dr. Vanden Bossche sono state rese clandestine, così come sono state rese clandestine le parole del dr. Garavelli e, se consente, le ragioni che mi hanno indotto a condurre azioni nonviolente (scioperi della fame e disobbedienze civili).
Il dr. Garavelli, nel febbraio 2021, dalle pagine di “Alessandria Oggi” affermava: “Per favore, non chiamateli vaccini: sono terapie geniche sperimentali, e non è detto che bastino a neutralizzare un virus Rna, difficilissimo da “inseguire” proprio perché mutante. Ma soprattutto: perché dannarsi tanto per questi controversi non-vaccini, quando ormai è assodato che per ridurre la minaccia Covid sono più che sufficienti le cure precoci da somministrare ai primi sintomi, lasciando i pazienti a casa ed evitando quindi la corsa agli ospedali”.
L’ottimo infettivologo piemontese, da lei nominato Cavaliere della Repubblica, ha subito in questi mesi un autentico linciaggio e ha deciso, purtroppo, di autocensurarsi.
Forse non se n’è accorto Presidente ma in questo paese c’è un preoccupante clima maccartista, che lei stesso ha finito per avallare. Lei, che dovrebbe essere il custode e il garante del dettato costituzionale.

Signor Presidente, servirebbe a qualcosa ricordarle che il Consiglio d’Europa, in una risoluzione approvata a gennaio, affermava che nessuno avrebbe dovuto subire discriminazioni se avesse deciso di non farsi inoculare questi sieri anti-Covid, questi non-vaccini?
Altro che non discriminare! Con un crescendo rossiniano, accompagnato da una violenta campagna di puro odio e terrorismo, stiamo assistendo all’approvazione di provvedimenti che posso solo definire degli indecenti ricatti di Stato. Provvedimenti discriminatori. Siamo di fronte a una pericolosa svolta autoritaria in materia di politiche sanitarie e non solo. Ci siamo incamminati su una china assai scivolosa, che non ha nessuna giustificazione sul piano della scienza.
Signor Presidente, il dr. Guido Rasi pochi mesi fa, il 10 maggio, riferendosi ai decessi provocati dal Sarscov2 ha affermato: “Qualcosa non deve aver funzionato in termini di standardizzazione delle cure perché non è possibile che si muoia così tanto. Probabilmente l'approccio tachipirina e vigile attesa è un po' troppo minimalista”?
Sbagliato! Non “minimalista”, la parola giusta è criminale.
Ne abbiamo parlato, abbiamo parlato delle dichiarazioni di Rasi? Ovviamente no! Anzi, sono state immediatamente inghiottite dal silenzio, come tutto ciò che potrebbe rompere l’armonia di una narrazione che fa acqua da tutte le parti.
Sono altrettanto certo, signor Presidente, che nessuno ricordi e in pochi sappiano che la Commissaria Onu ai diritti umani, nell’aprile 2020, esprimeva il timore che l’emergenza sanitaria potesse tradursi in una catastrofe per i diritti umani. Le parole della Bachelet le ricordo a Lei e a me stesso: “L'emergenza sanitaria può diventare una catastrofe per i diritti umani, i cui effetti dannosi supereranno a lungo la pandemia stessa. I governi non dovrebbero usare i poteri di emergenza come arma per mettere a tacere l'opposizione, controllare la popolazione o rimanere al potere".
A febbraio 2020, da cittadino che ha speso buona parte della sua vita a difendere democrazia e diritti umani, avevo espresso il timore che questa emergenza sanitaria potesse aggravare la pregressa emergenza democratica.
Non pretendo che lei condivida la mia analisi sullo stato e la qualità della democrazia nel nostro Paese e nel mondo. Non lo pretendo, ma le dico che il nostro era ed è uno Stato criminale sul piano tecnico-giuridico e che, di tutta evidenza, c’era e c’è una emergenza democratica.
Signor Presidente, lei dovrebbe temere come la peste una scienza che si fa religione e che vive di dogmi; una scienza che si fa scienza di regime.
Da 19 mesi, ininterrottamente, si sta consumando un attentato contro i diritti politici del
cittadino. Da 19 mesi assistiamo alla patente violazione dell’art. 294 del codice penale.
Dalle ore 23.59 di giovedì 23 settembre e, per ora, fino alla mezzanotte di sabato 11 ottobre riprenderò lo sciopero della fame di dialogo che avevo sospeso il 14 luglio. Riprendo per aiutarla a riflettere su questa mia e per chiederle se vuole continuare ad essere il Presidente di un Paese in cui le più alte cariche dello Stato stanno alimentando un clima d’odio accompagnato da uno squadrismo di regime.
Nel 1937 Gaetano Salvemini, uno degli animatori del “Non mollare”, scriveva: “Un uomo vale tanto quanto sa. Se gli si proibisce di apprendere nuovi fatti e nuove idee gli si mutila l’anima e la gravità della mutilazione è proporzionata alla durata della sua ignoranza. Senza libertà di stampa, un popolo diventa cieco, sordo e muto. L’individuo si trova isolato al centro dell’esistenza. Si torna inconsciamente al sistema medievale dei clan. Vi regna una notte perpetua in cui vagano spiriti smarriti e vuoti di idee”.

Signor Presidente, io invoco la verità. Io invoco lo Stato di diritto democratico. Io invoco la Costituzione. Io invoco, egregio Presidente, tutto ciò che state cestinando oggi più di ieri.

Gli studenti dicono NO al #GREENPASS: la lettera alle università

Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata da Studenti dell’Università degli Studi di Brescia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Accademia di Belle Arti Santa Giulia e Conservatorio Luca Marenzio contro il green pass.
Vi lasciamo alla lettura, più che esaustiva nell'andare a spiegare le motivazioni del perchè un secco no a un documento che è chiaramente lesivo dei diritti costituzionali e totalmente discriminatorio, che non pone nulla di scientifico nel dibattito relativo alla lotta alla Covid.

Riprendiamo un passaggio più che esaustivo dell'intera lettera:
"Siamo di fronte a un’esplicita violazione delle nostre libertà fondamentali, per cui addirittura diritti inalienabili come quello allo studio, al lavoro, alla libera circolazione non sono più universalmente riconosciuti, ma devono essere concessi a tempo. Lo stesso lasciapassare è un simulacro di libertà a scadenza.
È necessario rivedere criticamente l’ormai consolidato e ripetitivo paradigma per cui chi si vaccina si sacrifica in nome del bene comune, per un senso di responsabilità. Ebbene, anche noi siamo mossi da un enorme senso di responsabilità verso la difesa della libertà di scelta relativa all’inoculazione di questo siero – libertà sostenuta da solide riflessioni antropologiche, giuridiche, mediche e sociologiche – da parte di ogni individuo ed è questa convinzione che ci porta, nonostante tutto, a percorrere la strada più faticosa, lastricata di ricatti sempre più pressanti e a tratti insostenibili.".

 

 

Brescia 05/09/2021

Alla cortese attenzione de

I docenti tutti
I ricercatori e i dottorandi
Il Magnifico Rettore Maurizio Tira
Il Magnifico Rettore Franco Anelli
Il Direttore Alberto Baldrighi
La Direttrice Cristina Casaschi
Il personale tecnico e amministrativo
I responsabili delle Biblioteche di Dipartimento
Gli uscieri delle Università e Accademie bresciane

e p.c. a

Tutti gli studenti dell’Università degli Studi di Brescia, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, del Conservatorio Luca Marenzio, dell’Accademia di Belle Arti Santa Giulia e i loro rappresentanti

I giornalisti e gli organi di stampa


Vi scriviamo in rappresentanza di un gruppo di studenti costituitosi in seguito all’estensione dell’obbligatorietà del “green pass” a studenti universitari, docenti e personale Ata, decretata dal DL 06/08/2021 n. 111.

Anche se spesso presentati dai media mediante categorizzazioni avvilenti volte a strumentalizzare e a screditare dal principio posizioni pluralistiche, siamo in realtà un gruppo eterogeneo di studenti, parte integrante della comunità universitaria e accademica bresciana.

La decisione da parte degli Atenei della nostra città di applicare, in taluni casi in modo drastico, questo provvedimento che impone un principio di discriminazione più che evidente, ci spinge a esprimere in merito ad esso una posizione di dissenso.

Con l’adeguamento degli Atenei al DL 06/08/2021 n. 111 vengono de facto esclusi dal diritto allo studio e dai servizi erogati dalle Università tutti coloro che non intendono usufruire del “green pass”, ovvero chi sceglie di non aderire alla campagna vaccinale sperimentale e di non sottoporsi a tamponi o al tracciamento sanitario mediante l’esibizione del “green pass” stesso.

Considerato che l’utilizzo di questo certificato contrasta con i principi della Costituzione Italiana (Artt.1, 2, 3, 4, 32), con la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (i valori universali di dignità umana, libertà, uguaglianza e solidarietà per i cittadini basati sulla democrazia e sullo stato di diritto), nonché con la Normativa Europea sulla Privacy (2016/679), emergono evidenze di illegittimità.

Non possiamo inoltre, come studenti, non citare l’imprescindibile diritto all’istruzione e alla cultura, sancito dalla nostra Costituzione all’Art. 34: “La scuola è aperta a tutti. […]”.

Vorremmo poi ricordare alcuni dei principi fondamentali presenti negli Statuti e nei Codici Etici dei nostri Atenei:

“L’Università Cattolica non ammette alcuna ingiusta discriminazione. Tutti i componenti dell’ateneo hanno diritto di essere considerati come soggetti portatori di diritti e valori, con spirito di comprensione ed eguale rispetto e considerazione, e di non subire direttamente o indirettamente alcuna ingiusta discriminazione.”

(Codice Etico Università Cattolica del Sacro Cuore, Art. 1 comma 1)

“Tutti i membri dell’Università hanno diritto a essere considerati con eguale rispetto e considerazione, e a non essere ingiustamente discriminati, direttamente o indirettamente, in ragione di uno o più fattori, inclusi […] la coscienza e le convinzioni personali […] le condizioni personali e di salute, le scelte familiari.

(Codice etico Università degli Studi di Brescia, Art. 1 comma 1)

“il Conservatorio per quanto di sua competenza, garantisce pari opportunità d’accesso allo studio di tutti gli studenti come previsto dall’art. 34 della Costituzione italiana. Sostiene gli studenti meritevoli, gli studenti privi di mezzi e gli studenti con bisogni educativi speciali, supportandone con strutture e strumenti adeguati il percorso di formazione.”

(Statuto Conservatorio di Musica Luca Marenzio, Art. 4 comma 1)

“L’Accademia svolge la propria attività e organizza le proprie strutture nel rispetto della libertà d’insegnamento ai sensi dell’art. 33 della Costituzione e dei principi generali fissati dalla normativa vigente.”

(Statuto Accademia di Belle Arti Santa Giulia, Art. 1 comma 2)

Chiediamo dunque come possa questo provvedimento essere compatibile con i valori di inclusività e di uguaglianza sopracitati, dato che vengono lesi diritti e limitate libertà in nome di motivazioni medico-scientifiche ancora dubbie e in fase di verifica. Essere contrari al “green pass” non significa infatti essere contro la scienza, ma piuttosto contro un uso strumentale, in quanto unilaterale e politico, della stessa.

Quanti sono effettivamente i dubbi che il dibattito medico-scientifico solleva quotidianamente?

Innanzitutto emergono sempre maggiormente i pareri discordanti della comunità scientifica riguardo l’efficacia immunizzante e preventiva dei vaccini sperimentali, confermata dagli ultimi rapporti riguardanti la cosiddetta “immunizzazione” dei vaccinati nei Paesi con alta percentuale di vaccinazioni (Israele e Gran Bretagna). Ci troviamo d’altronde in presenza di terapie geniche, alcune delle quali ancora in fase di sperimentazione (basti leggere le note informative fornite dalle stesse case farmaceutiche); tutto ciò comporta la mancanza di dati sulle loro possibili reazioni avverse a breve e a lungo termine.

Vi sono inoltre opinioni contrastanti riguardo al rapporto rischi-benefici (soprattutto per la fascia di età degli studenti universitari in cui l’incidenza letale è quasi inesistente) e incognite relative all’uso dei tamponi come strumento diagnostico attendibile (cfr. rapporto Istituto Superiore di Sanità Covid-19 n. 46/2020, sentenza Corte d’appello portoghese 11/11/2020, sentenza del Tribunale di Vienna e continui cambiamenti nelle linee guida da parte dell’OMS).

Come possiamo proprio noi, studenti delle nostre e vostre Università, stimolati dal vostro insegnamento a sviluppare un pensiero critico e plurale, affrontare tutto ciò senza avere dubbi che il “green pass” non sia in realtà un dispositivo di controllo politico-sociale?

Quanta coerenza e razionalità si può individuare in decisioni politiche basate su criteri sanitari mutevoli e non sempre attendibili?

Com’è possibile che tale approccio possa stravolgere valori sui quali per decenni si sono orgogliosamente fondate le università italiane?

A questo si aggiunge la costante criminalizzazione di chi si pone in atteggiamento dubbioso, enfatizzata da una propaganda mediatica unilaterale volta a dividere, a individuare capri espiatori e a far coincidere “pensiero critico” e “irresponsabilità”.

Mai come ora ci sentiamo doverosamente responsabili nell’opporci a una virata legislativa e sociale che con sconcertante semplicità mina uno dei diritti fondamentali su cui si basano le nostre Democrazie. Si legge infatti sul sito ufficiale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca la seguente frase: “Resta comunque applicabile anche il comma 2 dell’Art. 23 del DPCM 02/03/2021 che dispone misure di salvaguardia della continuità didattica a beneficio degli studenti che non riescano a partecipare alle attività didattiche o curriculari in presenza, assicurando loro modalità a distanza ovvero diverse azioni di recupero delle stesse”.

Ci lascia invece amareggiati la difformità di adeguamento da parte degli Atenei bresciani alla normativa, per cui in alcuni casi sarà disponibile la modalità mista per le lezioni (a distanza e in presenza) mentre in altri ciò non verrà assicurato. Pur sapendo che la DAD non sostituisce pienamente le opportunità formative e di crescita personale della didattica in presenza, siamo sconcertati di fronte alla decisione da parte di alcuni Atenei di non garantire la DAD per tutti i corsi.

Questo dimostra una dolorosa mancanza di attenzione alle esigenze reali degli studenti, nonché verso gli sforzi e gli investimenti compiuti nell’ultimo anno e mezzo per l’implementazione della DAD. Se la strumentazione è disponibile, perché non sfruttarla?

Inoltre, anche in caso di lezioni a distanza, rimane rilevante la discriminazione di chi ha obblighi di frequenza regolari con laboratori e/o tirocini per i quali non è stata presa in considerazione la possibilità di usufruire della DAD, obbligando in tal modo alcuni studenti all’interruzione del loro percorso universitario.

Molti di noi si trovano attualmente in questa situazione veramente critica, oltre che demoralizzante, che non solo sta inducendo alcuni ragazzi a mettere in discussione il proseguimento dei propri studi, ma ne sta addirittura spingendo altri a non intraprendere il percorso universitario.

È fra l’altro evidente che l’opzione del tampone ogni 48 ore per l’ottenimento del “green pass” è moralmente degradante e fisicamente insostenibile per coloro ai quali è richiesta una presenza settimanale continuativa; essa non può dunque configurarsi come una reale e valida alternativa.

Vogliamo porvi questa domanda in modo semplice e diretto: se non vige un obbligo e siamo liberi di scegliere se vaccinarci o meno, com’è possibile che siamo stati effettivamente esclusi dalla vita universitaria?

Com’è possibile che si stia perdendo il diritto fondamentale allo studio per esercitare quello di non sottoporsi a un trattamento sanitario facoltativo?

Riteniamo invece che sia un dovere delle Università garantire un trattamento equipollente a tutti gli studenti, vaccinati o meno.

In un momento in cui la divisione e la difficoltà di comunicazione corretta tra le persone stanno purtroppo imperando, diventano per noi fondamentali la collaborazione, l’accoglienza, l’ascolto dei reciproci bisogni e la possibilità di unirsi in gruppi solidali, affinché nessuno resti isolato.

Non ci sono gruppi di studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Università degli Studi di Brescia, del Conservatorio Luca Marenzio e dell’Accademia di Belle Arti Santa Giulia. In questa situazione siamo tutti insieme, noi… e anche voi. Perché i diritti fondamentali non sono nostri o vostri, di un gruppo o di un altro, ma un bene comune e nel momento in cui vengono svalutati siamo tutti a pagarne il prezzo, senza distinzioni.

Siamo di fronte a un’esplicita violazione delle nostre libertà fondamentali, per cui addirittura diritti inalienabili come quello allo studio, al lavoro, alla libera circolazione non sono più universalmente riconosciuti, ma devono essere concessi a tempo. Lo stesso lasciapassare è un simulacro di libertà a scadenza.

È necessario rivedere criticamente l’ormai consolidato e ripetitivo paradigma per cui chi si vaccina si sacrifica in nome del bene comune, per un senso di responsabilità. Ebbene, anche noi siamo mossi da un enorme senso di responsabilità verso la difesa della libertà di scelta relativa all’inoculazione di questo siero – libertà sostenuta da solide riflessioni antropologiche, giuridiche, mediche e sociologiche – da parte di ogni individuo ed è questa convinzione che ci porta, nonostante tutto, a percorrere la strada più faticosa, lastricata di ricatti sempre più pressanti e a tratti insostenibili.

Abbiamo avuto modo di leggere l’intensa lettera, da parte nostra totalmente condivisa, stesa da alcuni nostri colleghi dell’Università degli Studi di Bergamo e di cui ci preme citare una parte: “Esattamente novant’anni fa, nel 1931, venne imposto a tutti i professori universitari l’obbligo di giurare fedeltà al regime fascista, pena la destituzione dalla cattedra di cui erano titolari. Come ben sappiamo, solo 12 professori su

1.225 rifiutarono. Oggi il personale docente e non docente presente negli istituti universitari italiani ammonta a circa 125.600 persone: quanti di questi si rassegneranno ad accettare l’inaccettabile?”.

Ricordiamo come successivamente, nel 1938, lo stesso Manifesto della razza su cui si basarono le leggi razziali fu redatto da alcuni tra i principali esponenti delle istituzioni accademiche e univer- sitarie italiane. Questo ci insegna che le forme di discriminazione, anche le più distruttive nella storia, si sono servite nel tempo della loro presunta validità scientifica per vedersi legittimate e applicate.

Ci rivolgiamo dunque ai nostri professori universitari per chiedere loro di non voltare lo sguar- do, poiché arriveremo a un punto in cui non sarà più possibile farlo.

Potete davvero accettare impassibili che il solo non possesso del “green pass”, caratterizzato nel suo rilascio e nel suo utilizzo da varie contraddizioni mediche, giuridiche e sociologiche, precluda l’accesso alla cultura, al sapere, alla nostra formazione, al nostro futuro?

Nei nostri percorsi formativi ci avete insegnato l’importanza di difendere il libero dibattito democratico e a diffidare dal linguaggio unilaterale dei media.

Ci è stata insegnata l’importanza scientifica del confronto, del dialogo, della verifica e della libertà intellettuale. Abbiamo imparato la necessità di applicare all’attualità il pensiero critico sviluppato dallo studio.

Siamo i vostri studenti, gli stessi che fino a poco fa hanno frequentato i vostri corsi, le vostre lezioni, i vostri laboratori; quelli che hanno assistito ai vostri seminari e hanno letto con interesse e stima i vostri libri: noi non siamo cambiati.

La nostra speranza è quella di raggiungere molte persone della comunità bresciana e di dare sostegno e solidarietà ai colleghi di altre città italiane che coraggiosamente, nei giorni scorsi, hanno fatto sentire la propria voce. È fondamentale per noi cercare quel dialogo costruttivo con i nostri professori e le nostre Università, non basato sullo scontro e sullo screditamento reciproco, ma finalizzato alla nascita di punti di incontro e che possa riportarci ad essere una comunità universitaria e accademica.

Studenti dell’Università degli Studi di Brescia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Accademia di Belle Arti Santa Giulia e Conservatorio Luca Marenzio contro il green pass.

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