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Giovedì, 26 Maggio
Docenti allontanati dalle classi, cosa c’è da imparare

Merita attenzione la questione dei docenti sospesi, rimasta a lungo nel silenzio. Già, non tutti sanno che quei maestri e quei professori allontanati dalle classi per non essersi vaccinati in gennaio, oggi sono presenti nelle scuole ma “tenuti nascosti” per punizione. 

Cominciamo dall’inizio. Il 15 dicembre è entrato in vigore il decreto 172/2021 che ha introdotto l’obbligo di vaccinazione anti Covid per gli insegnanti, dall’asilo all’Università. E, per chi ha deciso di non ricevere le vaccinazione anti Covid, niente lavoro e stop allo stipendio, senza discussione. Nessuna trattativa è stata possibile, nè con i presidi (che si sono giustificati dicendo che fra i loro doveri c’è quello “far applicare le leggi”) e neppure con i sindacati.

Chiediamoci:

Si può pensare di lasciare senza stipendio una categoria di lavoratori?

Una punizione comminata dallo Stato può prevedere che dipendenti pubblici si riducano alla fame, visto che, in genere, si lavora per mantenersi? (Attenzione: non si nega il sostentamento ai detenuti, qualsiasi reato essi abbiano commesso).

Il fine – vaccinare tutti per proteggere i più deboli – giustifica i mezzi?

E come mai, quando si è scoperto che i vaccinati non proteggono gli altri, ma, semmai, trasmettono le infezioni come gli altri, non si è rivisto il decreto nè, tantomeno, la punizione?

Andiamo avanti. Il primo aprile, come effetto del decreto Riaperture, gli insegnanti sospesi sono tornati a scuola ma non a svolgere il proprio lavoro nelle classi (che continua a essere affidato ai supplenti). Hanno riottenuto lo stipendio per occuparsi d’altro, ad esempio lavori in biblioteca o vari progetti in stanze della scuola distanti e isolate da alunni e colleghi.

Nel frattempo, il 10 maggio, il giudice del lavoro di Treviso, Massimo Galli (omonimo del virologo), ha riconosciuto la legittimità del ricorso presentato da 34 docenti sospesi e difesi dall’avvocato milanese Mauro Sandri. In sintesi il giudice ha affermato che gli insegnanti sospesi dal 15 dicembre hanno diritto a ricevere un risarcimento (pari agli stipendi arretrati) perché il governo, con il decreto Riaperture, ha permesso agli insegnanti di rientrare a scuola il primo di aprile.

Secondo il giudice la giustificazione a elargire un risarcimento per gli stipendi bloccati deriva proprio dalle nuove norme del governo. Qui la sentenza. Inoltre, per l’avvocato Sandri, ci sono anche i presupposti per ulteriori risarcimenti di tipo morale.

Quanti sono gli insegnanti sospesi? 

Poco meno dell’1% dei docenti delle scuole, e cioè all’incirca 8.000 dipendenti fra maestri e professori e quasi il 2% del personale Ata, ossia 4.000 bidelli (fonte aggiornata al 13 maggio, qui). Nulla si sa invece dei professori universitari e del personale che lavora negli atenei. Secondo l’ufficio stampa non si può risalire al dato “per motivi di privacy”. Tuttavia dobbiamo dedurre che lo Stato (Ministero delle Finanze) che si vede costretto a pagare due volte la stessa cattedra per mantenere fede a un provvedimento punitivo voluto dal governo, se ne sia accorto per forza. 

Abbiamo intervistato due professoresse sospese. Vi riporto stralci delle conversazioni.

E.T. insegna Storia dell’Arte e disegno in un istituto superiore in provincia di Brescia.  Da dicembre a fine marzo è stata sospesa. “Ho scelto di non vaccinarmi per vari motivi. Mi ero ammalata nove mesi prima, ho avuto la polmonite e sono stata in ospedale, e poi ho svariate allergie, rischio shock anafilattici anche con farmaci da banco. Nel mio istituto siamo stati sospesi in 7 più un personale Ata, con il passare dei mesi siamo rimasti in due perché gli altri colleghi sono risultati positivi al Covid e hanno potuto riprendere a insegnare”.

Cosa ha detto ai suoi allievi?

”Prima di assentarmi ho spiegato le ragioni della mia sospensione, ho ricevuto manifestazioni d’affetto, ho capito che i ragazzi mi rispettano e, a dirla tutta, è questo il mio premio. In classe ragioniamo spesso esercitando il pensiero critico, abbiamo ricordato Lionello Venturi, il critico d’arte costretto a rinunciare alla cattedra per non essersi tesserato durante il regime fascista”.

E i colleghi?

Alcuni sono piuttosto rigidi, durante i consigli di classe avevano espresso parole molto dure nei confronti delle famiglie che non hanno vaccinato i figli e considerano criminali le persone come me. Sì mi ha fatto male accorgermi che, proprio a scuola, dove dovrebbe prevalere una certa forma mentis, non si sia inclusivi con chi esprime un pensiero diverso”.

Cosa è successo quando è rientrata?

“Avevo a cuore i ragazzi, due mie classi faranno la maturità e avrei avuto piacere di seguirli (lo avrei fatto gratis), così, con il preside, abbiamo studiato il modo di poterlo fare rispettando il decreto. Di fatto sono in biblioteca, isolata. Ma mi collego online per spiegare la mia materia a chi vuole partecipare dalle 8 alle 9 (orario di inizio delle lezioni). Non è una procedura semplice, c’è bisogno che un altro insegnante sia fisicamente in classe con gli studenti. In aggiunta a questo ho ricordato ai ragazzi che all’aperto ci si può incontrare e così, ogni tanto, li vedo in giardino. Poi mi occupo dell’alfabetizzazione dei ragazzi stranieri”.

È vero che i primi giorni gli studenti non sapevano che fosse tornata?
“Sì, la cosa ha meravigliato anche me, ma nessun collega aveva parlato ai ragazzi”.

E che aveva timore di presentarsi in sala professori?

“All’inizio sì, poi mi sono fatta coraggio, non ho nulla di cui vergognarmi e sono entrata”.

Rispetto a quanto ci ha riferito – mesi fa un suo collega aveva spalancato la finestra come a dire ‘cambiamo aria entra una no vax – è cambiato ora l’atteggiamento?

“Sì, oggi è diverso. C’è più consapevolezza, molti colleghi vaccinati si sono ammalati e le posizioni si sono ammorbidite”.

Anna Maria Verna insegna spagnolo in una scuola media di Roma. È una degli otto docenti su tre plessi che ha scelto di non vaccinarsi ed è tornata a scuola ai primi di aprile, isolata nel laboratorio di Scienze, prima, e in un ambulatorio, poi. “Avrei dovuto svolgere un lavoro di catalogazione in biblioteca, su indicazione della preside, ma la biblioteca era già impegnata. Non mi sono vaccinata soprattutto perché, in coscienza, non ritengo moralmente accettabile assumere un farmaco che contiene cellule umane provenienti da feti abortiti volontariamente (Astrazeneca e Johnson&Johnson) o che è stato realizzato usando queste cellule in una fase di preparazione (Pfizer e Moderna).
Ho vissuto il mio rientro a scuola con molta emozione dopo tre mesi di isolamento, aperta ad un dialogo costruttivo con colleghi e genitori, con la segreta speranza che la mia presenza potesse suscitare in loro almeno curiosità”.

È riuscita nell’intento?

Con un po’ di pudore iniziale e con molta semplicità ho raccontato a tutti la mia esperienza. Sono una persona riservata ma ho deciso che era arrivato il momento di metterci la faccia, con dolcezza ma anche con determinazione. Con un certo stupore mi sono accorta che molti colleghi non erano informati di nulla. Non erano al corrente nè dei miei mesi di assenza, nè della mia forzata lontananza dalle classi. Come se la vicenda che ha riguardato una minoranza degli insegnanti e una personale e legittima scelta – punita sicuramente in modo sproporzionato – dovesse restare nell’indifferenza. Invece ora, per fortuna, il confronto è stato aperto. Che gioia poter essere di nuovo me stessa! Il pressing incessante dei media contro i non vaccinati, quasi fossero i responsabili di tutti i mali del mondo, mi aveva messo addosso una cappa dalla quale io per prima ho faticato moltissimo a liberarmi. Anche se ognuno resta della sua idea, finalmente adesso almeno  riesco a parlarne. È stato molto difficile per me consegnarmi a questo tipo di confronto perché c’era il pericolo di essere sbrigativamente etichettata come un’antiscientifica no vax. 

Vorrei che i colleghi capissero che alcuni di noi sono stati giudicati inidonei a svolgere il proprio lavoro senza il pronunciamento di una commissione medica, inoltre sono state raddoppiate le ore di servizio passate da 18 a 36 andando, così, a toccare il contratto collettivo nazionale del lavoro senza che nessuno protestasse. Lo considero un precedente molto pericoloso che tutti devono avere chiaro in mente. Alcuni colleghi hanno capito che quello che è capitato a me oggi, domani potrebbe riguardare loro, magari per un altro motivo. 

In realtà sta già cominciando ad accadere, perché alcuni colleghi sono stati male dopo la seconda o terza dose e non potranno più sottostare al ricatto, “se non ti vaccini, non lavori”. Insomma, se non facciamo qualcosa oggi, l’allontanamento in qualche ambulatorio o sgabuzzino potrebbe diventare una certezza per tutti…”

Poi però a maggio ha contratto il Covid ed è tornata a insegnare.

“Sì ma non sto seguendo le terze medie – quando si rientra dopo troppe assenze non si accompagnano le classi all’esame finale – quindi, se non ho sostituzioni, trascorro parecchio tempo in sala professori. Mi dispiace moltissimo non seguire i miei ragazzi fino alla fine ma considero queste ore un’opportunità in più perché favoriscono il dialogo con i colleghi. Per me è terapeutico tornare a parlare con loro dopo questa specie di apartheid subito e spero che aiuti anche loro a vedere le cose da un punto di vista diverso rispetto a quello monolitico passato attraverso i media. Ricordando sempre che il compito di un insegnante degno di questo nome è quello di perseguire incessantemente la ricerca del vero e del giusto nel confronto, nel rispetto e nell’imparzialità“.

“Gli Ordini professionali? Non ci rappresentano più”

Vi presento il primo congresso di ContiamoCi!, l’associazione nata dall’insoddisfazione dei medici nei confronti della politica sanitaria e che comprende oggi, oltre ai sanitari, anche diversi rappresentanti della società civile e svariati cittadini (insegnanti studenti, imprenditori, commercianti, liberi professionisti e disoccupati).

Si terrà a due passi da Bergamo, sabato 7 e domenica 8 maggio, al Winter Garden Hotel di Grassobbio. Cliccate qui e qui per informazioni. Il titolo dei due giorni di incontri, “Non praevalebunt”, racchiude il senso di quest’associazione che ha appena istituito anche un sindacato.

Sintetizza Dario Giacomini, il radiologo e dirigente medico che ha fondato ContiamoCi!: “Siamo nati per affermare la libertà di cura e il diritto al lavoro. Nell’estate del 2021 ci siamo resi conto che il 2022 sarebbe diventato problematico per l’occupazione: dall’obbligo di presentare il green pass alla crisi economica, dai licenziamenti al rincaro dei prezzi. ‘Contiamoci’ per noi ha anche il senso di ‘contare sul prossimo’: abbiamo sostenuto i soci in difficoltà con assistenza legale e manifestazioni di piazza e invitiamo tutti a collaborare”.

Italia prima in Europa per booster (ma è fra i Paesi dove si muore di più di Covid)

Dopo due anni di pandemia sta emergendo che la mortalità da Covid è diversa, in Europa, da un Paese all’altro. Premessa: per ragionare sull’impatto della malattia non basta soffermarsi sulla letalità del virus, che abbiamo visto essersi attenuata con gli anni. La letalità è la percentuale dei morti rispetto al totale degli infettati (infection-fatality-ratio, IFR).

“C’è un altro indicatore che getta luce sulla virulenza di una malattia infettiva – ci spiega Stefano Petti, epidemiologo e docente de La Sapienza – ed è il numero degli infettati necessari per avere un decesso Covid. La formula per esprimerlo è l’inverso dell’IFR, quindi 1/IFR. Se questo numero è piccolo significa che il Covid è molto aggressivo. Esempio: un valore pari a 100 significa che muore 1 persona di Covid ogni 100 infettati. Se è grande, la malattia è meno aggressiva”.

Da dati del 2022 pubblicati da Our World in Data, che appaiono nella tabella sotto, riferiti ai Paesi dell’Europa occidentale che sono assimilabili tra loro per caratteristiche (livello socio-economico, livello culturale, efficienza della sanità pubblica) emerge che in Italia il Covid è molto aggressivo perché muore 1 persona ogni 387 infettati (seconda colonna). Un andamento simile a noi c’è solo in Svezia, Regno Unito e Spagna.

In Paesi come Austria, Svizzera, Israele e Olanda muore una persona su oltre 1000 infettati: “Significa che il Covid è ben tre volte più mite rispetto all’Italia” fa notare Petti. E in tutti gli altri Paesi dell’Europa occidentale muore soltanto una persona ogni 500-850 infettati”.

Come mai queste differenze?

Da quando la discriminazione non fa più notizia?

L’antefatto: abbiamo saputo della protesta del professore di Filosofia del liceo Einstein di Milano e ne abbiamo parlato qui: Saverio Mauro Tassi dorme in tenda da 21 notti e, da altrettanti giorni, ha ripreso lo sciopero della fame (si nutre solo di liquidi) per richiamare l’attenzione del ministero dell’Istruzione sulla discriminazione creata dal Green Pass.

Sì perché, anche se ciò che indigna il professore non fa notizia, ci sono comunque – e purtroppo – studenti di serie A e studenti di serie B. I primi, i privilegiati, possono salire sugli autobus, partecipare alle gite scolastiche e praticare tutti gli sport.  I secondi no. Proprio come 90 anni fa accadeva ai ragazzi ebrei.

Un paragone azzardato?

No. La discriminazione è sempre una: la “società” esclude, rosicando i diritti (partendo dai diritti umani…). All’inizio non c’è bisogno di una giustificazione, basta imbrigliare le menti con le redini della paura (“gli ebrei sono infetti, contaminano la razza” , cit. Mein Kampf e oggi “chi non ha il Green Pass è un pericolo per gli altri ed è potenzialmente – o sicuramente – infetto”). Poi si prosegue con la presunta forza della legge. Fatto sta che pochi, pubblicamente, si sono domandati la ragione di questo modus operandi, fra questi il professore di Filosofia del liceo Einstein e alcune associazioni (che però sono sempre più numerose. Per fortuna).

E così un gruppo di studenti, nel 2022, vive da escluso. Quanti sono i ragazzi sprovvisti della tessera dei diritti? Qualcuno si è preso la briga di censirli? Non pare visto che la reazione più diffusa è ignorarli.

Si obbietterà che anche una fetta di adulti italiani è discriminata con le stesse “accuse” (“chi non si vaccina non fa parte di questa società” cit. Mario Draghi) e molti di loro sono pure sospesi dal lavoro.

Certamente. Ne abbiamo discusso e continueremo a parlarne.

Resta il fatto che una simile discriminazione all’interno delle scuole risuona come un intero spartito stonato. È ancora più sfacciata.

Perché in classe si studia la storia, si cerca di ragionare sulle propagande, sui regimi, sugli stermini: si conoscono i pensatori del passato arsi vivi per aver espresso idee etichettate come “sbagliate”. Non solo. Fin dalla materna si mette in pratica “l’inclusione”: italiani e stranieri, maschi e femmine, poveri e ricchi. Si promuovono corsi per prevenire il bullismo. Già, il bullismo, “forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, tanto di natura fisica che psicologica, ripetuto nel corso del tempo” (cit. wikipedia).

Oggi – cancellino passato sulla parola accoglienza – gli studenti senza Green Pass vivono come clandestini. (“Mi avvicinano in privato e mi ringraziano”, rivela il professor Tassi). Si vergognano di non avere un Qr Code da esibire, più che se avessero copiato il compito in classe; si sentono a disagio e in difetto. Possibile che nessuno, tranne il professore di Filosofia dell’Einstein se ne sia accorto?

Raccontano bugie per evitare di partecipare alle uscite di gruppo; i più saldi psicologicamente reggono l’onta, i più fragili crollano (beneficeranno del bonus per lo psicologo che il nostro governo ha generosamente elargito per affrontare il post Covid?). Fino a ieri erano costretti pure a una gogna pubblica, in presenza di 4 compagni positivi, loro, i senza tessera, finivano in Dad mentre i tesserati restavano in presenza.

Il fatto.  L’ Associazione Scuola Uguale X tutti, fondata a gennaio dal professor Tassi testimonia diversi casi di discriminazione “al di fuori della legge”. Che significa? Che talvolta lo zelo – in questo caso quello di far rispettare il decreto sul Green Pass – prende la mano e si aggiungono a capocchia altri divieti, purtroppo sempre più discriminatori.

Il decreto sul Green Pass, ad esempio, non prevede alcuna tessera, nè base, nè rafforzata, per minorenni che praticano sport individuali all’aperto. Ma a gennaio un gruppo di adolescenti che frequentava un campo sportivo dal mese di ottobre, si è visto chiudere i cancelli. Motivazione? “Per la sicurezza”. Replica delle famiglie: “I ragazzi sono entrati fino a dicembre, le regole non sono cambiate e sono iscritti fino a giugno”. Risposta: “Abbiamo meno personale e non possiamo controllare chi entra negli spogliatoi al chiuso”. Così ingiustizia è fatta.

Neppure l’occupazione della segreteria del centro sportivo da parte di Saverio Mauro Tassi ha risolto la questione. Per allontanare il professore – disposto a presidiare il campo sportivo anche la notte – sono intervenuti carabinieri e polizia. “Dopo varie telefonate abbiamo ottenuto un colloquio fra i genitori dei ragazzi esclusi e il presidente del centro” ha chiarito il professore. Ma il tavolo è tuttora aperto.

Discriminazione, chi era costei?

Nel frattempo alcune considerazioni.

L’assessore milanese allo sport Martina Riva ha deciso di non commentare l’accaduto poiché “un genitore ha coinvolto avvocati”.

Eppure, fino a pochi anni fa, per i ragazzi isolati da una situazione inverosimile provocata da un decreto e discriminati ulteriormente dalla mala interpretazione dello stesso, perfino il sindaco sarebbe intervenuto.

Oggi – dopo il Covid?-  l’ufficio stampa del Comune ha considerato le mail che descrivono l’accaduto come non degne di risposta.

Perfino i colleghi dell’ufficio stampa del ministero dell’Istruzione si sono fatti ripetere  diverse volte le nostre richieste come se stentassero a comprenderle. C’è un professore che digiuna da 20 giorni, la cui associazione chiede di poter parlare al ministero, esattamente come ha fatto la Rete studentesca. Scuola Uguale X tutti chiede un dibattito sul Green Pass discriminatorio, gli studenti hanno chiesto di rendere più facili le prove di maturità. Chi è stato ricevuto seduta stante e chi invece ignorato?

Forse il ministro Patrizio Bianchi ha già espresso parole contro la discriminazione?

Iniziative

Pubblico il calendario di iniziative milanesi promosse da Scuola Uguale X tutti, intitolato “I pomeriggi dell’attendato”. Gli incontri si svolgono dalle 18 alle 19 nel giardino Norma Cossetto che si trova alle spalle della tenda del professore in via Einstein 3. (Si diceva la storia…i giardini sono dedicati a una studentessa universitaria torturata e uccisa, poi gettata nelle foibe dai partigiani di Tito nel 1943.)

Lunedì 28 marzo: “Perché la maggioranza degli italiani apprezza la politica sanitaria di Speranza?“. Incontro con Saverio Mauro Tassi.

Martedì 29 marzo: danza BUTOH ad opera di Maruska Marulyn Ronchi (BUTOH MARI).

Mercoledì 30 marzo: “Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio“, una chiacchierata sul patto educativo territoriale promossa e animata da Stefano Terraneo, rappresentante regionale delle associazioni dei genitori nella scuola FoRAGS della Lombardia.

I successivi appuntamenti verranno pubblicati sulla pagina Facebook dell’Associazione,  verrà organizzata anche La Via Crucis della Costituzione.

Il Consiglio di Giustizia per la Sicilia, “Vaccini troppo rischiosi, l’obbligo è incostituzionale”

È di ieri la sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Sicilia (sorta di sede distaccata del Consiglio di Stato) che chiama in causa direttamente la Corte Costituzionale sulla legittimità dell’obbligo vaccinale.

Toccherà alla suprema Corte esprimersi sulla costituzionalità dell’imposizione dei prodotti anti Covid per gli operatori sanitari (ma, a cascata, le motivazioni varranno anche per gli altri lavoratori), visto l’alto numero degli eventi avversi post vaccinazione.

Andiamo con ordine.

Il massimo organo giurisdizionale amministrativo della Sicilia ha accolto le tesi di due avvocati, Vincenzo Sparti e Roberto De Petro, in difesa di un infermiere specializzando a cui era stato negato l’accesso all’Università di Palermo. Per partecipare al tirocinio formativo era stato imposto agli universitari l’obbligo di vaccinazione.

Sono diversi i punti affrontati e documentati nell’ordinanza di 53 pagine che trovate qui

Sintetizziamo i più importanti.

Molti di voi ricorderanno che lo scorso ottobre il Consiglio di Stato si era espresso a favore dell’obbligo. I giudici avevano paragonato i prodotti anti Covid agli altri vaccini obbligatori adducendo come motivazione che le vaccinazioni obbligatorie ci sono sempre state e che, come tutti i farmaci, non sono esenti da effetti indesiderati.

Ma questo è il punto. Gli avvocati hanno inserito nell’istruttoria i rapporti Aifa di diverse vaccinazioni, pur con i limiti di una farmacovigilanza passiva. Da un lato i vaccini pediatrici che nel 2020 hanno riportato 17,9 segnalazioni ogni centomila somministrazioni (considerata grave 1,9 segnalazione ogni centomila) e zero morti successive ai vaccini. Dall’altro, con le vaccinazioni anti Covid somministrate per il primo anno, nel 2021, ci sono state 109 segnalazioni ogni centomila dosi somministrate e 17,6 eventi gravi ogni centomila. E ci sono stati anche decessi a seguito di queste somministrazioni.

(Morti che il database europeo “Eudravigilance”, anch’esso basato solo sulla vigilanza passiva, stima in 23 mila e calcola gli eventi avversi in oltre 2 milioni)

Perciò, gli avvocati precisano che “le emergenze istruttorie suggeriscono una rivisitazione degli orientamenti giurisprudenziali fin qui espressi”.

Inoltre – l’ordinanza ripercorre sentenze della Corte Costituzionale – si apprende che la legge che impone i trattamenti sanitari obbligatori non prevede che vi siano conseguenze dannose per il singolo salvo per quelle “considerate tollerabili e temporanee”. Per capirci, una disabilità permanente è un rischio che non potrebbe essere ammesso in un trattamento sanitario obbligatorio.

Ma c’è di più.

Per la Corte Costituzionale non conta tanto il numero degli eventi avversi quanto la loro gravità. Si legge, “il criterio posto dalla Corte Costituzionale in tema di trattamenti sanitari obbligatori non pare lasciare spazio a valutazioni quantitative, si escludono i preparati che superano la soglia della normale tollerabilità”.

La Corte ci dice, insomma, che è sufficiente un solo evento avverso grave (o un solo decesso)  per far decadere  l’obbligatorietà di un trattamento.

Già.

Con quale coraggio si può pensare di imporre a una categoria di lavoratori un trattamento sanitario che ha dei rari rischi gravi? O, sapendo che Aifa collega 18 decessi ai prodotti anti Covid raccomandare gli stessi ai bambini? A chi spetta individuare la categoria dei sacrificabili?

L’ordinanza tocca anche altre questioni di pertinenza della Corte: il fatto che a chi rifiuta la vaccinazione sia impedito di lavorare o ne sia ostacolata la formazione; l’inadeguatezza della farmacovigilanza passiva, la carenza di quella attiva; il mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage prevaccinale e dunque la mancanza, nella fase di triage, di approfonditi accertamenti e di test positività/negatività al Covid. L’irrazionalità del sistema di raccolta del consenso informato (che da un lato chiede una manifestazione della volontà dall’altra la comprime).

Alla luce degli ultimi dati e dell’inefficacia delle vaccinazioni di fronte alle varianti “non vi è prova di vantaggio certo per la salute individuale e collettiva superiore al danno per i singoli”. E “appare carente un adeguato bilanciamento tra valori di rilievo Costituzionale, tutela della salute da una parte e tutela dello studio e del lavoro dall’altra”.

Gioia Locati
Nell’autunno del 2007 ho scoperto di avere un tumore al seno, da allora la mia vita è cambiata profondamente ma non in peggio.
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