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Sabato, 24 Agosto
“Bimba malata di tetano, indagati i genitori”, ma non era tetano

Ricordate la storia della bambina di 7 anni che si era ammalata di tetano? (Autunno 2017, Torino). La piccola non era stata vaccinata e perciò i genitori furono indagati per lesioni colpose. La bimba si ristabilì in poco tempo e venne dimessa dopo qualche settimana (nel frattempo venne vaccinata contro il tetano). I genitori subirono immediatamente un processo mediatico ferocepari a quello dell’ostetrica di Macerata licenziata in tronco per non aver fatto il vaccino trivalente di cui non aveva alcun bisogno – e poi un procedimento penale.

Ma, colpo di scena, “Il fatto non sussiste”. Così ha stabilito il giudice. La malattia, verosimilmente, non era tetano. E il pm che indagò la mamma e il papà della piccola, dopo aver nominato un consulente, esaminato la cartella clinica e recepito la memoria difensiva costruita da diversi medici (fra i quali il Premio Nobel Luc Montagnier, il virologo Giulio Tarro, il professor Paolo Bellavite, l’infettivologo Fabio Franchi, il chirurgo Giorgio Pellis) chiese l’archiviazione nel novembre scorso. Il gip ha accolto la richiesta pochi giorni fa. Non si va più a processo.

La diagnosi di tetano è stata messa in dubbio. Perciò, per la malattia che ha afflitto la piccola – probabilmente una laringite acuta con trisma (il serramento delle mascelle) -, non vi sono responsabili.

Non solo. I periti fanno presente che il tetano si può presentare anche in persone vaccinate e con un alto livello di anticorpi, a differenza di quanto molti ritengano. Comunque, il protocollo prevede che, in caso di ferita, ci debba essere la certezza dell’avvenuta vaccinazione (comprensiva di regolari richiami), altrimenti si provvede a farla e a somministrare anticorpi (immunoglobuline).

Come succede per altre malattie (Herpes Zoster, meningiti, pertosse, parotite, influenza), la vaccinazione e persino la presenza di anticorpi non garantiscono la protezione contro la malattia.

Le statistiche USA mostrano che circa il 15-20 % dei casi di tetano avviene in soggetti completamente vaccinati.

Torniamo al fatto.

La richiesta di archiviazione dell’ipotesi di reato nei confronti dei genitori torinesi risale al novembre 2018, a un anno dall’accaduto. Ne diede notizia l’agenzia Ansa con poche righe che trovate qui. Nessun altro giornale o talk show riportò l’epilogo.

Di poche settimane fa la notizia che il gip ha accettato l’archiviazione (che ora è effettiva).

Eppure la vicenda ha incuriosito da subito.

Dapprima per il fatto che la bimba non aveva riportato alcuna ferita, né profonda, né superficiale nei mesi precedenti l’episodio e poi perché “ha sempre vissuto in città e mai in campagna a contatto con terra e animali” si legge nella memoria difensiva costruita dagli avvocati Luigi Isolabella, Angela Quatraro e Nicola Pietrantoni.

I periti chiamati dalla difesa hanno potuto dimostrare (così hanno sostenuto) che il tetano non c’entrasse affatto sulla base dei documenti e delle cartelle cliniche.

Sì, era tutto scritto.

Si legge che la piccola era stata considerata un “codice giallo”, che in sala d’attesa, pur avendo dolore al collo e difficoltà a spalancare la bocca riusciva comunque ad aprire la mandibola (aspetto, quest’ultimo, incompatibile con un tetano in atto) e che, “seduta con le gambe incrociate, aveva trascorso il tempo disegnando”. Che aveva gonfi i linfonodi del collo e, “nelle prime ore del mattino dolore alla parte alta della schiena”, tuttavia è stata trovata da subito “vigile, reattiva, orientata”, ha infatti sempre parlato con i medici e i familiari. Dopo la tac eseguita il giorno successivo all’ingresso in ospedale la diagnosi è stata “Sospetto ascesso retrofaringeo? Trisma (serramento delle mascelle)”. Alla visita otorinolaringoiatrica svoltasi al momento del ricovero, lo specialista, non avendo alcun sospetto di tetano, aveva prescritto antiinfiammatorio e cortisone.

Tuttavia, il secondo giorno di ricovero, la bimba è trasferita nella “Divisione di sospetto tetano” dove le verrà prescritto l’antibiotico che si usa per contrastare l’infezione tetanica; dopo 4 giorni però, i medici hanno sostituito l’antibiotico preferendone uno adatto alle patologie tonsillari. Questo cambio di strategia terapeutica è indicativo della poca convinzione dell’équipe medica nei riguardi della diagnosi di tetano.

Come è possibile che non vi sia certezza?

In sostanza, secondo i periti, mancavano prove essenziali e il decorso non era caratteristico del tetano. Si legge: “Non è stata ricercata la tossina tetanica nel sangue, non c’era alcuna infezione in atto con il germe tetanico. Non c’era storia di un’infezione precedente. Gli esami strumentali – elettromiografia e di laboratorio – oltre all’esame obiettivo non erano compatibili con il tetano in atto. Il chirurgo Giorgio Pellis, che è stato per lunghi periodi in ospedali africani, ha osservato svariate decine di casi di tetano”.

Tuttavia, i sintomi iniziali hanno giustamente allertato i medici, ma poi il quadro temuto non si è sviluppato affatto.

A ciò si aggiunga che il dolore della bimba si è attenuato progressivamente con il solo paracetamolo (i dolori da tetano sono insopportabili e persistenti e non si placano con paracetamolo).

“Perciò il quadro disegnato dagli esperti della difesa è tale da seminare un significativo dubbio sulla esattezza della diagnosi di tetano”. Così hanno concluso gli avvocati. E per questi motivi il pm ha chiesto al giudice l’archiviazione.

Non era tetano e non ci sono colpevoli.

Assolti i genitori da ogni accusa. Poiché – come illustrato nella memoria difensiva – vi erano opportune ragioni di salute dietro la scelta di non sottoporre la bimba a tanti vaccini insieme. Innanzitutto il fatto che la piccola, come la madre, è allergica ad alcuni farmaci e alimenti. “Il percorso dei genitori, lungi dall’essere dettato da mode o convincimenti ideologici, è il frutto di un ampio e continuo lavoro di documentazione su basi scientifiche”.

Cosa ci insegna questa storia.

Che il più delle volte, in medicina, le situazioni sfumano nell’“incertezza”. Che l’impegno profuso a mani piene – sia da parte dei medici che degli avvocati – permette, talvolta, di “accarezzare” la verità . Altre volte no, non si riescono a salvare vite o a dipanare matasse, ma ha valore comunque.

Che il processo mediatico è in antitesi con la ricerca della verità, perché, imprigiona intenzioni e persone in etichette feroci. I genitori della piccola erano finiti sulle prime pagine di tutti i giornali, additati come mostri irresponsabili. Qualcuno era arrivato a dire che la bambina non avrebbe dovuto ricevere cure in un ospedale pubblico perché “non era vaccinata”.

Non si sollevarono obiezioni, o, se ci furono, non si sentirono: il grido giustizialista riuscì a far tacere il buon senso e a far dimenticare i principi della Costituzione.

Chissà se ora qualcuno chiederà scusa a questa mamma e a questo papà.

Licenziata per aver rifiutato il vaccino (e aveva fatto la malattia!)

Una storia da cui trarre esempio, che molti di voi in parte già conoscono. Riguarda l’ostetrica marchigiana licenziata in tronco nel novembre scorso perché – così hanno liquidato il caso giornali e televisioni – “rifiutava di vaccinarsi”.

Vedremo che la donna:

1) Non ha rifiutato le vaccinazioni ma, anzi, ha cercato in tutti i modi di fare il vaccino contro la parotite (che esiste all’estero ma è difficile da reperire).

2) Avendo 57 anni, ha anticorpi per tutte le malattie esantematiche contratte da bambina: alte le protezioni da morbillo, varicella, rosolia e appena sotto la soglia quella per la parotite; perciò – come previsto dalla legge 119/17 sull’obbligo vaccinale – ha declinato l’offerta del trivalente.

3) Rivoltasi a un perito, ha ripetuto tre volte il test sierologico in laboratori certificati: in uno è risultata appena sotto la soglia (negativo), negli altri due gli anticorpi erano sopra il limite di positività (francamente positivi, dunque). Come possibile? Si è visto che “non esiste un limite riconosciuto per gli anticorpi da parotite”, lo ammettono esplicitamente l’Ema (Agenzia del farmaco europea) e testi specialistici. [Fonte: Ema (Query ASK-32116, dell’ 11 luglio 2017)]. Si legge nella perizia: “I limiti di positività e negatività dei test (di tutti i test per la parotite) sono arbitrari. Infatti, si sono verificate numerose ed estese epidemie anche in comunità altamente vaccinate. La malattia può colpire non solo chi è già vaccinato, ma anche chi è vaccinato ed ha titoli anticorpali molto alti. Del tutto diversa è la situazione nel caso della malattia naturale che conferisce, all’opposto del vaccino, protezione duratura”.

Fra le poche certezze della Medicina oggi, vi è quella che le malattie esantematiche sono come Paganini, non si ripetono.

Pur tuttavia, M. G. ostetrica di 57 anni, a pochi mesi dalla pensione, è stata licenziata. Lei sola su 3.400 dipendenti della Asur Vasta 3 di Macerata per effetto di una determina del direttore generale dell’ottobre 2017 che obbliga chi lavora nei reparti a rischio (oncologia, ematologia, neonatologia, rianimazione) a vaccinarsi contro le malattie esantematiche.

Si dirà che è un provvedimento sacrosanto. Ma se fino al 2017 se ne è fatto a meno, e nessun neonato è stato infettato durante il parto, qualche riflessione occorre farla.

La prima: se una persona di 57 anni ha contratto tutte quelle malattie nell’infanzia (e M.G. ha potuto dimostrarlo) e, come la stragrande maggioranza degli italiani di quell’età, ne è immune, la politica che vara un provvedimento simile oggi dovrebbe considerare questo contesto. Negli Usa, infatti, le persone nate prima del 1957 sono considerate “protette” per le infezioni dei bambini.

Una volta era considerato normale ammalarsi di morbillo, rosolia e orecchioni da piccoli, “così non ci si pensa più”; perfino nei Baci Perugina si trova ancora il bigliettino con scritto “il matrimonio è come una malattia esantematica, prima o poi tocca tutti”. (In fotografia la versione dedicata al morbillo).

Poi, ci si chiede: i 3.400 dipendenti dei tre ospedali, Civitanova, Macerata e Camerino, erano tutti in regola con le vaccinazioni quando M.G. è stata licenziata? Ricordiamo che il rapporto di lavoro dell’ostetrica è stato brutalmente troncato in due mesi: a settembre la richiesta di vaccinarsi, a novembre lo stop.

Si dirà che non tutti sono pediatri, infermieri o ostetriche e che gli impiegati non entrano in contatto con le partorienti. Mica vero. L’ambiente è lo stesso e i virus non si fermano davanti a una porta chiusa: una neomamma si serve di documenti, bar, ristoranti, toilette, rivendite di libri e giornali e cammina pure per i corridoi. Ci si chiede, poi, se chi ha deciso le sorti dell’ostetrica è vaccinato per tutte quelle malattie. Si sa che i medici, bravi a prescrivere le punture per gli altri, sono assai restii a farlo per se stessi.

Eppure solo sull’ostetrica è calata la mannaia: licenziata in tronco nonostante abbia dimostrato di aver già contratto la malattia. Non solo. Non è stato considerato neppure un cambio mansioni per quei pochi mesi che restavano fino alla pensione. Intanto, su giornali e tivù, rimbalzava l’accusa: “Ha rifiutato i vaccini, perciò è una criminale”.

Il mobbing.

“Quando mi è stato richiesto di vaccinarmi ho presentato in direzione i miei esami; valutati gli anticorpi della parotite appena sotto la soglia, avevo manifestato la volontà di rifare il test (ero certa di aver contratto la malattia in passato), l’azienda rifiutò e mi segnò in ferie per un mese. Usai quel tempo per trovare un vaccino monocomponente. – racconta M.G. – Ho cercato ovunque: alle farmacie Vaticane, a San Marino, in Svizzera. Perfino in Paesi europei dove ho parenti. Alla fine mi è stato detto che il vaccino esiste in Inghilterra e a San Pietroburgo ma che occorre una particolare procedura d’acquisto (il singolo non può farla); la mia azienda si è però rifiutata dicendo che esiste il trivalente…”.

Che lei ha scelto di non fare.

“Ho chiesto ai miei superiori di assumersi loro la responsabilità se, dati i miei anticorpi alti, aggiungerne di nuovi sarebbe stato come bere un bicchier d’acqua, ma non lo hanno fatto, la salute è mia”.

All’epoca aveva letto i documenti che stabiliscono che non esiste un limite di anticorpi per stabilire la protezione dalla parotite?

“No, ma ero certa di aver avuto la malattia e avrei portato mia madre e mio fratello a testimoniarlo. I medici della commissione avrebbero dovuto sapere che la malattia dà una protezione immunitaria efficace che non si limita alla presenza di anticorpi. E poi, ho avuto anche recentemente uno stretto contatto con un soggetto affetto da parotite e, guarda caso, non l’ho presa”.

Come è avvenuto il licenziamento?

“L’ho appreso dai giornali la mattina del 15 novembre. Il mio avvocato ha ricevuto la comunicazione ufficiale tramite Pec alle 9:40 dello stesso giorno. I media erano sicuramente stati informati con dovizia di particolari, qualcuno aveva svelato loro la mia identità e le mie vicissitudini perché la pubblicazione del licenziamento sull’albo pretorio dell’azienda, apparsa 12 ore prima della spedizione della Pec, era anonima e senza dettagli”.

Cosa hanno scritto i giornali?

“Titoli grandi così. Qualcuno mi ha dato della ‘criminale’ paragonandomi a un ‘camionista che guida ubriaco’. Dopo decenni di lavoro svolto con cura e coscienza, immagini cosa è stato per me leggere quelle parole. Ho fatto pochissime assenze per malattie, sono sanissima e ho sempre svolto con passione il mio lavoro, bella riconoscenza…”

La carriera.

La scrittrice marchigiana Lucia Tancredi è intervenuta su Cronache maceratesi in difesa dell’ ostetrica che “l’ha sostenuta nel periodo più delicato” e che “ha insegnato il parto naturale a migliaia di donne”. Leggete qui. M. G. ci mostra le lettere di solidarietà delle mamme che ha assistito. In una leggiamo: “Quando ho dato alla luce mio figlio, in ospedale sono stati commessi non pochi errori, questa donna si è presa cura di noi con dedizione e profondo rispetto delle tappe del bambino e della madre. Sono passati tre anni, ancora le dico grazie, mentre la grande azienda ospedaliera ci mandava a casa con una busta di latte in polvere, forte di ciò che ho appreso in quei momenti, ho sempre allattato al seno il mio bambino”.

Parlando con lei apprendiamo che ha un libretto vaccinale zeppo di date e vaccini, perché è stata sul punto di partire in missione in Kosovo, con i militari. Che ha donato il midollo a uno sconosciuto, che offre regolarmente il sangue, che non fuma e conduce una vita sana. Che non le è stato riconosciuto niente, né un’indennità, nè il Trattamento di fine rapporto, neppure il mezzo stipendio in attesa della sentenza come è stato concesso all’infermiere della stessa Asl accusato di aver violentato una donna in psichiatria. Leggete qui. E pensare che a Civitanova c’è pure un primario che non presta servizio in ospedale perché nominato sindaco di Montelupone. Leggete qui.

In attesa di giustizia.

Il licenziamento di M.G. è stato rapidissimo. La sentenza del giudice del lavoro, invece, si fa attendere. “Abbiamo depositato in gennaio un ricorso per ottenere il reintegro e il risarcimento del danno – spiega l’avvocato Monica Seri – l’udienza si è tenuta in febbraio, siamo in attesa della decisione del giudice”.

L’avvocato si chiede se in tutta l’area Vasta 3 sia da considerarsi a rischio (di infettare le partorienti) solo M.G.: “Abbiamo saputo che nei reparti di ostetricia, ginecologia e pediatria, ci sono operatori nella stessa situazione in cui si è trovata la mia assistita. Tuttavia a loro è consentito di continuare a lavorare. Perché solo M.G è stata considerata pericolosa da essere allontanata e poi licenziata?”.

Conclusioni.

Resta così ancora aperto il caso dell’ostetrica M.G. licenziata in tronco a mezzo stampa, trattata come una criminale (non è malata, non è infetta e, come da letteratura medica, è più protetta dalla parotite di chi ha fatto il vaccino), lasciata senza stipendio e senza Tfr.

Pare la perfetta rappresentazione delle conseguenze del “Leso Vaccino”, la nuova Maestà sanitaria cui obbediscono tutti i ministri e i parlamentari senza distinzione politica: “Rifiuti il trivalente anche se non ne hai bisogno? Ecco cosa ti succede”.

Vede, il Capro Espiatorio non è solo quello che, all’occorrenza paga per gli altri. È soprattutto, e anzitutto, un principio esplicativo, signor Malaussène.”(Daniel Pennac)

Scuola e vaccini, la nuova legge toglierà il ricatto?

L’antefatto.

Eravamo scesi in piazza per questo. Per chiedere a gran voce che le malattie non si prevengano con il ricatto. 

È sleale – per non dire illegale – condizionare un diritto garantito dalla Costituzione (come il frequentare la scuola) alla completezza del libretto vaccinale. Un diritto vive di vita propria, se lo concedi “sotto condizione …” lo snaturi, non è più un diritto.

Tuttavia è successo. La legge 119/17 ha introdotto “la prevenzione sanitaria con ricatto” avvalorando un rapporto mercenario tra l’atto del vaccinare e l’ingresso a scuola. Se fino a due anni fa il medico suggeriva il meglio per noi – che poteva essere anche ‘ora-quel-vaccino-no’ – d’un tratto la politica ha deciso che lo Stato fa meglio del medico. Scordatevi il posto dell’accoglienza per antonomasia, la mano che sostiene le mamme lavoratrici: stop a nidi e materne se non prestate il braccio di vostro figlio a 10 punture. Do ut des, bellezza. È il mestiere più vecchio del mondo, occorre farsene una ragione

No, grazie. Abbiamo occupato le piazze, molti di noi hanno rinunciato all’asilo e non perché siamo no-vax ma perché sappiamo che la prevenzione delle malattie è una cosa seria. Da affrontare a mente aperta con il proprio medico, con chi ci conosce bene. 

La notizia.

È di ieri un emendamento al testo che diventerà legge  (il ddl 770 ancora in discussione) che – Deo gratias – abolisce il ricatto “niente scuola se non vaccini”. Il testo 2 numero 7.0.1 cofirmato da Lega e M5S prevede che “a decorrere dall’entrata in vigore della nuova legge, per tutte le scuole di ogni ordine e grado, i documenti vaccinali non costituiranno più requisito d’accesso”. Cliccate qui per vedere il testo completo messo a punto dai senatori Maria Cristina Cantù (Lega), Pierpaolo Sileri (M5S) e Sonia Fregolen (Lega).

Che dire? È un passo avanti rispetto al buio della legge 119, che, con successive circolari ha autorizzato il ministro a inviare i carabinieri nelle scuole, non per controllare che siano rispettate le norme antiincendio (più della metà degli edifici è a rischio), ma per chiudere i cancelli ai bimbi senza certificato.

Le critiche.

Tuttavia in queste ore stanno arrivando le critiche. Fra i genitori c’è chi replica che un emendamento da solo non fa una legge. In effetti, il testo è ancora tutto da votare. Ma se ci sono volontà politica e finalità di intenti l’emendamento passerà.

A ben guardare è un provvedimento coerente con il contratto di governo sottoscritto da Salvini e Di Maio in cui si fa riferimento a “un giusto equilibrio fra diritto all’istruzione e diritto alla salute”. Quindi ora c’è la strada per far partire la promessa.

Altre famiglie però non si fidano. Avrebbero preferito che la coerenza su questo aspetto si fosse concretizzata durante l’anno scolastico per impedire le esclusioni da scuola e le vaccinazioni con ricatto. Temono si tratti di una “mossa elettorale” per conquistare voti in vista delle Europee.

Tutto può essere. E se è vero che il tempo è galantuomo, avremo modo di capire se si tratta di una promessa da Pinocchio. 

Nel frattempo preferisco fidarmi e poi, eventualmente, ricredermi piuttosto che rinunciare ad apprezzare i presupposti di un buon lavoro.

Quelle cellule fetali per produrre vaccini

Si usano da mezzo secolo: cellule di feto abortito per produrre vaccini. Vaccini che tutti noi abbiamo ricevuto, o fatto fare ai nostri figli, il più delle volte senza conoscere il processo di fabbricazione. Dietro lo scudo contro morbillo, parotite, varicella, poliomielite, epatite A e febbre gialla, ci sono due gravidanze volontariamente interrotte al terzo e quarto mese di gravidanza. Due bambini mai nati.

Gioia Locati
Nell’autunno del 2007 ho scoperto di avere un tumore al seno, da allora la mia vita è cambiata profondamente ma non in peggio.
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