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Lunedì, 10 Agosto
Come ci si curerà nella Fase 2

“Quando si presentano i primi sintomi (febbre alta soprattutto) è il momento di agire e di considerare il paziente come un malato di Covid-19. Abbiamo capito che intervenire nelle prime fasi del decorso è fondamentale per evitare il tracollo”.

Stefano Manera, anestesista e rianimatore, è uscito da pochi giorni dalla rianimazione numero 6 dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Si è ripreso la sua vita dopo un mese e mezzo di lavoro incessante nel reparto dei più gravi. Ha intubato e dimesso diversi malati ma ne ha visti altri spegnersi. Ha gestito lo stress, contenuto l’ansia, risolto grane. Ha brancolato nel buio e perso il sonno prima di riuscire ad apprezzare qualche risultato.

“Il reparto di rianimazione dove ho lavorato è stato ricavato da un deposito, il nostro staff di specialisti formato in quattro e quattr’otto, c’erano 15 posti letto. Nel momento clou (avevamo degenze lunghe e continui ingressi) qualche paziente è stato trasferito in Germania. Grazie a Dio, ora, quel reparto è vuoto ma non dismesso.

I malati arrivavano gravissimi. Nessuno, neppure chi di noi ha i capelli bianchi, si era mai imbattuto in polmoniti simili. Abbiamo gestito infiammazioni diffuse, alterazioni della coagulazione e gravi danni agli organi: al fegato, ai reni, al cuore o al cervello, anche contemporaneamente. La malattia a quel livello altera l’organismo, gli esami ci restituivano dati contrastanti, anomalie degli esami ematochimici e stranamente polmoni morbidi, anziché rigidi.

I nostri pazienti erano tutti sedati e intubati, anche per ridurre il consumo metabolico; la ventilazione meccanica richiedeva alte concentrazioni di ossigeno che raramente si utilizzano; molti avevano bisogno di dialisi, altri dell’ECMO, l’ossigenazione extra corporea per mettere a riposo cuore e polmoni.

Con le prime autopsie siamo riusciti a capire qualcosa in più. Gli esami hanno evidenziato tante embolie polmonari e manifestazioni trombotiche disseminate: la malattia provoca una disfunzione endoteliale dei vasi sanguigni. Ecco perché è importante agire sui primi sintomi, prima che il virus scateni la cosiddetta tempesta di citochine (molecole infiammatorie che danneggiano velocemente tutti gli organi). In rianimazione si accolgono i malati nella fase acuta, ora abbiamo capito che questa si può evitare”.

Stefano Manera è stato rianimatore per 16 anni negli ospedali lombardi, l’ultimo in cui ha lavorato è stato il San Carlo Borromeo di Milano. Poi ha aperto uno studio privato e si è dedicato ai suoi interessi di Medicina Integrata, nutrizione, omeopatia e medicina subacquea.

Ai primi di marzo, quando è scoppiata l’emergenza e aveva già chiuso lo studio, ha partecipato al bando della Regione Lombardia. “Il giorno successivo alla mia candidatura ero già a Bergamo; colleghi stavano arrivando da ogni parte d’Italia”.

Cosa avete imparato e come si può trattare la malattia in questa fase?

“Oltre a quello che abbiamo visto, mi rifaccio all’esperienza e alle considerazioni di chi considero mio maestro, da Luciano Gattinoni, ex direttore scientifico del Policlinico di Milano, presidente della Società mondiale di terapia intensiva e attualmente professore emerito all’Università di Gottinga, in Germania ad Antonio Pesenti, direttore della Scuola di specialità in Anestesia e Rianimazione, a Pierluigi Viale, professore e infettivologo a Bologna. Oggi abbiamo visto che la malattia si sviluppa in tre fasi, la prima si presenta con sintomi simili a quelli di una comune influenza, febbre alta, mal di testa e tosse. Qui è importante intervenire non tanto con il paracetamolo ma anche con antivirali, antimalarici ed eparina a basso peso molecolare, questi farmaci hanno infatti proprietà immunomodulanti (regolatori del sistema immunitario). Vi è anche un  antibiotico che può affiancare gli antivirali, l’azitromicina, che ha anch’esso proprietà immunomodulanti.

Se non si interviene così è probabile il passaggio alla seconda fase caratterizzata dalla dispnea, quando il respiro è compromesso e si richiede l’ospedalizzazione. A questo punto è fondamentale somministrare l’eparina a basso peso molecolare poiché la polmonite interstiziale è affiancata da fenomeni trombotici, anticamera della fase acuta, quella di pertinenza del rianimatore in cui la tempesta di citochine, con l’esplosione dell’interleuchina 6, ha invaso gli organi e in cui ormai il virus non c’entra più (possiamo dire che la virosi è caratteristica della prima fase) e siamo di fronte alla reazione smodata del sistema immunitario”.

Somministrando questi farmaci, peraltro usati da tempo, ci si potrà curare a casa?

 “Ci si dovrà curare a casa, come sta emergendo dai primi studi, evitando però il fai-da-te. È importante che siano i medici a gestire queste terapie. Occorrerebbero linee guida, nella consapevolezza che ogni malato è diverso, ma ai medici di base ancora non è stato detto che fra tutti i farmaci impiegati durante le emergenze, questi che ho citato hanno avuto risultati (assieme al plasma dei guariti e all’ozonoterapia, queste due peraltro prive di effetti tossici) altri, invece, non hanno portato a nulla”.

È vero che non si trovano più nè antivirali nè antimalarici?

“È vero. E non se ne capisce il motivo. Le aziende che li producono non hanno chiuso”.

Ma chi dovrebbe praticare la terapia domiciliare, il medico di base?

“Lui o equipe create ad hoc, la cosiddetta medicina del territorio di cui abbiamo accusato la mancanza. I medici di base non possono essere lasciati con 1.500/2.000 iscritti ciascuno e mandati allo sbaraglio come è successo… hanno visitato i malati senza protezione alcuna. Come se l’esperienza cinese non fosse servita a nulla. Ha presente i soldati italiani spediti in Russia con le scarpe di cartone? È increscioso che nel 2020 più di cento medici siano morti in questo modo. Onorare la loro memoria e il loro sacrificio significa anche cercare i responsabili dell’accaduto...”

In ospedale il personale si è ammalato?

“Purtroppo sì, qualcuno è ancora grave. Noi però abbiamo sempre avuto tutte le protezioni. Il rischio nel nostro lavoro c’è sempre, la sicurezza assoluta non esiste”.

Se non vengono praticati i tamponi come si può procedere al trattamento dei primi sintomi?

Prevalga il buon senso, anche senza tampone, se i sintomi persistono è bene somministrare  antivirali e antimalarici. Anche l’eparina a basso peso molecolare si può prescrivere a domicilio, sotto stretta osservazione. C’è da dire che i tamponi al momento non sono molto attendibili e c’è un silenzio sconcertante sui test anticorpali”.

Si dice che il coronavirus sia come il raffreddore, non lasci immunità, è vero?

“Si sa molto poco, ma proprio in questi giorni qualche dato a riguardo dovrebbe essere stato raccolto”.

Una previsione sui prossimi mesi?

“Non credo che il virus sparirà, diventerà endemico, e potremo ritrovarlo in autunno. Per questo è importante non lasciarsi cogliere impreparati. Attrezzare la medicina del territorio è fondamentale. È importante che l’Istituto Superiore di Sanità chiarisca quanto prima le linee guida di pronto intervento domiciliare e che specifichi quali sono i trattamenti da abbandonare che sono stati applicati senza risultati. Con una terapia domiciliare tempestiva e attenta si potrà evitare la fase della rianimazione”.

E i vaccini?

“Se i vaccini verranno testati come si deve non saranno certo pronti in settembre ma fra almeno un anno. È importante che siano sicuri, non provochino danni e che rilascino un’immunità certa. Guai a tralasciare queste tappe, si rischierebbe di provocare più malati di quanti ne abbia fatti il Coronavirus”.

C’è un modo di prevenire le complicanze di Covid-19?

“Certamente. La prevenzione non è la prima fase ma una condizione da mettere in atto tutti i giorni. È in pratica il nostro stile di vita. La nostra salute dipende da come mangiamo, da come ci muoviamo e da come sappiamo gestire lo stress. Il cibo è l’integratore numero uno. Poi si può integrare con le vitamine fondamentali, la C tutti i giorni e mantenere la D a un buon livello. Non trascurare il benessere dell’intestino, assumere ciclicamente probiotici ( su indicazione medica) ed eventualmente oligo-elementi come zinco, rame, selenio glutatione”.

Gioia Locati
Nell’autunno del 2007 ho scoperto di avere un tumore al seno, da allora la mia vita è cambiata profondamente ma non in peggio.
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