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Martedì, 02 Giugno
Università di Medicina - iter e costi per la formazione di un medico

Proprio quest'oggi è stato accolto l'appello del Sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, che dalle pagine del quotidiano principale della città ne denuncia la carenza e chiede più medici presso i nosocomi bresciani.
E nello stesso giorno, mentre si cercano le cause del collasso del Sistema Sanitario Nazionale, arriva una lettera firmata in redazione che vuole mettere in luce alcuni aspetti che, almeno in parte, interessano quanto sta avvenendo oggi in Italia.
E' il riflesso di un sistema universitario, quello di Medicina e Chirurgia, che si è reso complice anch'esso di quella situazione che oggi tutti stiamo pagando:

 

In questi giorni si è tanto dibattuto sul tema della carenza di personale sanitario qualificato, sulla mancanza di medici e di specialisti da arruolare in prima fila a combattere in questa dura e difficile emergenza sanitaria.

Emergenza che ha colpito improvvisamente il nostro paese e che ha brutalmente rivelato quanto era noto a tutti da tempo ma che paradossalmente tutti facevano finta di non vedere o che faceva comodo non vedere, rimandando l’argomento a vaghe promesse in campagna elettorale fatte da tutte le fazioni politiche.

Mi sono permessa di fare delle indagini al fine di chiarire alcuni dubbi inerenti la gestione a livello statale della formazione di queste categorie, in particolare di quella dei medici, e di come attualmente funzioni l’iscrizione all’Università di Medicina e Chirurgia.

La nostra costituzione è un ottimo punto di partenza per un ragionamento obiettivo, critico e costruttivo

L’articolo 34 recita quanto segue:

“La scuola è aperta a tutti. …. I capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.


Nel corso dell’anno accademico 2018-2019 sono state conteggiate, su base nazionale, circa 66.000 domande di iscrizione al corso di Medicina e Chirurgia a fronte di soli 9.779 posti in tutte le Università italiane.

Da vari anni, infatti, per tale ed altri corsi di laurea , in differenti ambiti, è stato istituito il numero chiuso programmato.

A ragion di logica, per quanto afferma l’articolo 34 della costituzione, si tratterebbe di una pratica anti-costituzionale.

Se il diritto allo studio deve essere concesso a tutti, cosa significa limitare gli ingressi e le iscrizioni?

Ogni anno 66.000 famiglie pagano per l’iscrizione al test di Medicina una cifra variabile dai 50 ai 170 €, con un esborso annuale che varia dai 3,3 ai 5 milioni di € , a secondo se il test viene fatto presso una Università pubblica o privata.

Inoltre molti studenti , al fine di aumentare la possibilità di superare il test, decidono di iscriversi in più di una università.

Se per assurdo tutti i 66.000 aspiranti medici dell’anno accademico 2018-2019 si fossero iscritti a tutte e tre le prove, il risultato sarebbe un esborso da parte delle famiglie di ben 22 milioni di € ( anno / test ), senza ovviamente alcuna garanzia di ritorno dell’investimento economico fatto sulla  carriera universitaria dei figli.

Incasso che lo stato potrebbe utilizzare per ri-finanziare le stesse Università.

Come può un così dispendioso iter tutelare chi non ha i mezzi economici per studiare ed essere considerato lecito, costituzionalmente valido e accettabile?

Se il concorso di accesso alla facoltà di Medicina e Chirurgia si svolge nelle singole sedi universitarie, la graduatoria risulta a livello nazionale.

Tralasciando i brogli e gli imbrogli che si verificano puntualmente tutti gli anni in alcune sedi universitarie , come ben documentato in note trasmissioni di denuncia , si verifica quanto segue: per ipotesi, uno studente residente a Milano supera il test di accesso a Medicina e viene assegnato a Palermo o a Napoli o in altra sede persa dalla sua residenza.

Per le famiglie, dopo quello delle tasse universitarie, si presenta il secondo grande ostacolo di tipo economico, cioè la ricerca di un alloggio per lo studente e la messa a disposizione nel bilancio familiare di una certa cifra che consenta al soggetto di pagare l’affitto, il cibo, i trasporti, mantenersi e vivere una vita al minimo dignitosa, senza sfarzi né sprechi.

Quante famiglie al giorno d’oggi sono in grado di ottemperare a questo grande sforzo economico, sacrificandosi per anni per sostenere il proprio figlio desideroso di compiere una carriera universitaria in campo medico, in una città persa rispetto a quella di origine o di appartenenza?

Sarebbe sicuramente più logico , economico, costruttivo ed utile avere la possibilità di frequentare l’Università nella propria città di residenza con un notevole risparmio da parte delle famiglie e dando l’opportunità anche a medici di zona di crescere degli specialisti a cui trasferire tutto il proprio know-how che invece con questo iter va perso.

Per chi dispone di capacità economica non è certo un problema investire nella formazione del figlio, scegliendo anche tra una delle tanti sedi universitarie all’estero che ospitano gli studenti per il corso di laurea.

Spesso le rette di queste strutture non sono certo spese affrontabili da tutti.

Solo per la retta universitaria si parte da 15.000 € annui ed in alcune Università , per esempio della Spagna o della Svizzera, si arriva anche a 30.000€ annui.

Di nuovo sorge spontanea la domanda di come un così dispendioso iter possa tutelare chi non ha i mezzi economici per studiare  ed essere considerato lecito, costituzionalmente valido ed accettabile se, la costituzione stessa, sempre al già citato art.34 recita che “ … I capaci e meritevoli anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”?

Di recente, la Federazione Medici di Medicina Generale (Fimmg) ed il Sindacato dei Medici dirigenti Anaao hanno lanciato un preoccupante allarme: per effetto dei pensionamenti dei medici di famiglia e dei medici del Servizio Sanitario Nazionale in Italia , nei prossimi 5 anni, mancheranno 45.000 medici.

Stima ancora più critica nei prossimi 8-10 anni se si considera che nel 2028 saranno andati in pensione 33.392 medici di base e 47.284 medici ospedalieri, per un totale di 80.676 persone.

Mediamente la formazione di un medico richiede 6 anni per il corso di laurea e altri 4-5 anni per la scuola di specialità.

Nella migliore delle ipotesi, uno studente che inizia a studiare medicina oggi sarà pronto ad entrare nel nostro sistema sanitario tra non meno di 10 anni.

Nel frattempo, come si gestirà l’emergenza sanitaria generata dalla carenza negli ospedali di personale qualificato?

Non sarebbe il caso che lo Stato si interrogasse sulle giuste misure da adottare a sostegno del futuro delle nuove generazioni?

Meglio continuare ad elargire contributi come un reddito di cittadinanza, fini a sé stessi, o meglio investire, con importanti sforzi economici statali che hanno una base di ritorno nel versamento delle tasse, nella revisione del sistema universitario volto alla formazione di nuovi medici che ci assicureranno la continuità di quello che oggi è considerato uno dei migliori Sistemi Sanitari a livello mondiale?

Stante la normativa attuale, in Italia, senza una specializzazione non è possibile esercitare la professione di medico.

E qui nasce la seconda beffa.

Il numero dei posti ottenibili nelle varie scuole di specializzazione è inferiore al numero di studenti che si laureano ogni anno.

Per le scuole di specialità vale la stessa regola del corso di laurea: un medico residente a Roma con molta probabilità andrà a fare la specialità a Cagliari e quello di Cagliari verrà mandato magari a Bologna.

Durante la scuola di specialità i medici sono stipendiati; tuttavia lo stipendio percepito, nella maggior parte dei casi, non basta a sostenere tutte le spese necessarie alla vita fuori dalla propria sede di residenza.

Al fine di poter completare il ciclo di studi alle famiglie è quindi chiesto un altro ulteriore gravoso sforzo economico. Mantenere uno studente , fuori sede, per un tempo stimato di circa 10 anni, resta purtroppo un privilegio per pochi. Ma quindi l’art.34 della Costituzione, come si sposa con tutto questo modus operandi?

Allo stato attuale siamo la Nazione d’Europa con il numero minore di Laureati.

Siamo esattamente al penultimo posto , superati solo dalla Romania: 26,2 % contro una media Europea del 40%. Siamo superati ampiamente anche da nazioni come Belgio 54,6% , Svezia 51% ed anche Cipro 53,4%.

Non sarebbe meglio permettere a tutti l’accesso alle Università evitando così che un numero elevatissimo di ragazzi siano costretti a rivedere le proprie aspettative e le proprie scelte di vita?

Sarà il corso di Laurea stesso a selezionare negli anni i migliori medici e i migliori professionisti, come del resto avveniva in passato e come avviene oggi in tutta Europa.

Lo Stato bisognoso ed in emergenza chiama a gran voce a raccolta la categoria dei medici ma non fa nulla affinché questa categoria sia tutelata, nel presente e nel futuro.

Per giuramento e missione di vita i medici eroi rispondono alla chiamata.

Ma quanto durerà tutto questo?

Alessia Francesca Raineri

 

 

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