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Sabato, 04 Dicembre
Vaccino e RSA

Arriva una lettera in redazione che decidiamo di pubblicare.
Lo sfogo di una infermiera di una RSA con sede in Lombardia, che racconta una verità che molti non vogliono sentire, perché sentire significa impegno, sentire significa fare i conti con la propria coscienza.

Una infermiera che, come lei stessa scrive, ha lavorato sul campo, nei periodi peggiori di questa pandemia, e che conferma che quello che sta avvenendo oggi e la compiacenza di alcuni medici non corrisponde a ciò che lei ha studiato e per ciò che ha giurato.

Buona lettura!

 

Sono un’infermiera, non vaccinata e non ancora sospesa. Ogni giorno può essere l’ultimo di lavoro, ma non posso pensarci altrimenti mi prendono attacchi di ansia, perché so fare solo questo, ho un’età in cui riciclarsi diventa difficile e senza stipendio non si vive. Inoltre, come tanti infermieri qui in Lombardia, la sospensione significa di fatto licenziamento definitivo in quanto lavoro come partita IVA.

Sono infermiera in una delle strutture che per prime sono state colpite dal COVID. Tutti i pazienti (con patologie multiple) sono risultati positivi.
Mi sono spaventata ma non avvilita all’inizio, non ho mai avuto paura della malattia in quanto tale, ma del caos che si è creato: nuovi protocolli quasi quotidiani che smentivano e sovvertivano i precedenti, notizie che si accavallavano dalla sera alla mattina, la sensazione ogni giorno più forte che chi inviava le mail dalle AST ne sapesse meno di noi sul campo.

Metà personale si è preso finta malattia per paura, grazie a medici di famiglia compiacenti o amici e parenti specialisti.
E l’altra metà è rimasta al suo posto con turni terrificanti, senza DPI e a lavoro anche quando contagiati finché erano in piedi perché altrimenti la struttura sarebbe rimasta in balia di se’ stessa.

Sono caduti i ruoli, durante i turni infiniti medici, infermieri, OSS facevano quello che era necessario, addirittura distribuire vitto e disinfettare ambienti.
Ho sperimentato l’unione di un gruppo che doveva portare avanti uno scopo, senza schemi a volte, ma con un fine comune chiaro a tutti: perdere meno pazienti possibile.
Era il periodo in cui non c’erano neanche abbastanza tamponi e noi tornavamo al lavoro appena ci reggevamo in piedi per dare il cambio a chi nel frattempo non ne poteva più.

Ma non è di questo che voglio parlarvi, perché ciascuno di noi, chi più chi meno ha vissuto sulla propria pelle il covid.

Voglio fare un passo avanti, quando hanno approvato la vaccinazione per anziani e fragili.

Prima della vaccinazione anti covid ho parlato e spiegato ad ognuno dei miei pazienti in grado di seguire un discorso quello che andavano a firmare con il consenso informato, ho compilato personalmente le anamnesi con cui si sono presentati ai medici vaccinatori (alcune contenenti TUTTE le controindicazioni a questi vaccini).
Però la paura era stata grande e loro, appartenenti ad una generazione che ha avuto sempre fiducia nello Stato e nei telegiornali, sono andati a vaccinarsi felici di farlo perché speravano che così non avrebbero preso più quel mostro di malattia e che le videochiamate che noi operatori facevamo fare ai parenti con i nostri smartphone sarebbero di nuovo sparite per lasciare il posto ad abbracci veri.

Quasi la metà dei nostri ospiti ha avuto effetti collaterali di media gravità, tutti regolarmente segnalati con le difficoltà che conoscete sicuramente.
Tutti hanno fatto uno dei vaccini ad mRna.
Molti hanno cominciato a dire che dal covid erano “guariti”, ma non si erano mai sentiti “guariti” dalla vaccinazione.

Facciamo un altro salto in avanti.

Tutti i nostri ospiti, con pregresso covid e doppia dose di vaccino, hanno avuto la scorsa settimana la somministrazione di vaccino antinfluenzale.
Tutti.
Anche quelli che non volevano farlo e negli anni passati mai lo hanno fatto, con la sottile “minaccia” di dover lasciare la struttura.

Mi si è aperto un baratro davanti.
Vedere un anziano che mi guarda e mi dice “Io non voglio farlo, non lo ho mai fatto” e non poter di fatto far nulla, mi ha straziato.
Che scelta ha in realtà un anziano in RSA o una persona che vive in una comunità?

Il mese prossimo avranno la terza dose. TUTTI. Anche quelli che con terrore mi dicono che dopo il vaccino sono stati peggio e non si sono più ripresi.

Sono anziani, con parenti che non vogliono o non possono occuparsi di loro.
Alcuni soli, senza nessuno. Che reale scelta hanno? Dove andrebbero se rifiutassero la terza dose? Io cosa posso fare per aiutarli?

Non se ne parla mai, ma gli anziani nelle RSA, tutti coloro che vivono in comunità, hanno un obbligo di fatto alla vaccinazione esattamente come noi sanitari.

Per noi il ricatto è il lavoro, per loro è la vita stessa, lo sfratto da quella che per loro è “casa”.
Che diritto ha un paese che li ha abbandonati nelle strutture sanitarie e residenziali, dicendo che erano troppo vecchi per essere curati e che dovevamo applicare “cure compassionevoli “ ai più gravi, decidere di far rischiare loro la poca vita che resta e che per loro è preziosissima?
Che diritto ha questo paese di togliere a questI anziani, inutilmente, per un folle progetto economico, anche solo un giorno di parole crociate, cucito, sole o abbracci?

Ho la fortuna di lavorare in una struttura dove i medici non si sono limitati a applicare ciechi protocolli, dove ognuno di chi è rimasto, dagli infermieri ai cuochi, ha dato l’anima per farli sopravvivere. Ed ora dobbiamo vederli peggiorare di nuovo, come dopo le prime due dosi, forse irrimediabilmente e soprattutto senza che loro abbiano possibilità di scelta?

Non è questo ciò per cui ho studiato, non è questo ciò che ho giurato.

Chiudo questo sfogo che in fondo è una richiesta di aprire gli occhi e il cuore a chi può aiutarli, con quello che mi ha detto una nostra ospite, che all’entrata in vigore del greenpass è tornata qualche giorno a casa.
Le ho chiesto se voleva le stampassi il greenpass nel caso i parenti la volessero portare al ristorante. Mi ha risposto con un enorme sorriso: "Mio padre è morto partigiano, andassero al diavolo loro e il greenpass!".

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