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Giovedì 15 Novembre 2018
Obbligo flessibile o proroga? Due facce della stessa medaglia

Il tema della proroga dell’obbligo vaccinale come requisito d’accesso ai nidi e alle scuole d’infanzia, fascia 0-6 anni, sta infiammando il web, e non solo. In queste calde giornate d’agosto, il topic delle vaccinazioni è tra i più cliccati. Ma cosa sta accadendo veramente? Facciamo un passo indietro per capire come si sia innescato questo tira e molla che ha tutto il gusto di una presa di posizione politica invece che di reale preoccupazione per la salute.

Proroga sì, proroga no, da quali presupposti si parte

Secondo la ministra Grillo (che ha firmato anche una circolare il mese scorso per consentire alle famiglie di autocertificare le vaccinazioni sostenute) non si devono fare passi indietro sull’obbligo, o meglio, si dovrà ipotizzare un obbligo flessibile, ma non si discute sull’utilità delle vaccinazioni.

Fatta questa premessa, però, era necessario prendere tempo dato che non tutte le regioni sono dotate di anagrafe vaccinale e gestire i flussi creati dalla 119 diventa sempre più oneroso e per le famiglie e per le aziende sanitarie, con tutte le falle che il sistema sanitario nazionale già ha evidenziato nell’ultimo anno.

Superare l’obbligo, lo chiede la Lega

C’è poi il Ministro Salvini che, in fase di propaganda elettorale, ha promesso alle famiglie che tutti i bambini a settembre sarebbero stati a scuola, quindi è necessario, in qualunque modo, superare (anche se sembra temporaneamente) l’obbligo della 119.

La proroga

In questo scenario viene quindi a delinearsi un emendamento che viene inserito di fretta e furia all’interno del Decreto Mille Proroghe che è stato discusso ieri sera. In cosa consiste la proroga? Da una parte abbiamo il PD e accoliti inviperiti, dall’altra i sostenitori della libera scelta per metà esultanti e per l’altra metà delusi. Perché? Perché alla fine questa proroga servirebbe solo per consentire ai bambini di accedere a scuola (parliamo sempre della fascia 0-6) per l’anno 2018/2019, niente superamento dell’obbligo, solo un temporeggiare – dicono – per consentire l’istituzione dell’anagrafe vaccinale in tutte le regioni.

A onor del vero sembra più una “donabbondiata”, come dire, dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte. Sembra che in questo modo non si voglia scontentare nessuno, anche se pare sia il modo migliore per scontentare tutti.

I contrari alla proroga

I contrari alla proroga sono diversi, dalla senatrice Fattori del M5S ad altri del movimento, il PD, che si è sempre distinto per aver giocato a spada tratta la carta degli immunodepressi e, naturalmente, l’ordine dei medici.

Ma cosa c’è di vero nella storia degli immunodepressi? In questi giorni hanno sbattuto in prima pagina perfino foto di bambini piccoli, con la stessa tecnica di marketing che viene utilizzata per strappare offerte per le varie associazioni che si adoperano in Africa: scene strazianti, bambini al limite della sopravvivenza, e poi sotto, quella che viene chiamata in termini tecnici CTA, call to action, del tipo “salva una vita, dona adesso”.

Nel web marketing queste si chiamano leve, o meglio, leve del dolore. Far percepire al target una situazione di grave disagio per poi VENDERE la soluzione. Coi bambini immunodepressi si gioca allo stesso copione.

Tutti abbiamo a cuore la salute dei bambini, di tutti i bambini di tutto il mondo, dal profugo annegato al bambino siriano morto tra le macerie. Chi non ha un sussulto nel vedere simili immagini? Ovvio che poi la foto di una bellissima bambina bionda, immunodepressa, faccia il suo effetto.

Quindi i genitori che non vogliono vaccinare sono dei mostri, incoscienti ed egoisti. Ma partiamo dall’assunto del perché si dovrebbe rischiare un trattamento potenzialmente dannoso e non certamente efficace al 100% per salvare, forse, un ipotetico bambino immunodepresso? Va bene la solidarietà, ma a scapito della propria incolumità pare di chiedere un atto di fede, pare quando Dio chiese a Isacco di sacrificare il figlio, insomma, siamo un attimo concreti.

La verità è che un bambino immunodepresso è comunque in pericolo. Il bambino immunodepresso non va solo a scuola, va a fare le visite, e quale luogo migliore di un ospedale per contrarre contagio di qualche batterio? Forse chi spinge su questa leva dell’immunodepresso ignora cosa questo comporti.

I casi di infezioni batteriche negli ospedali sono sempre in aumento, lo dice l’ISS http://www.epicentro.iss.it/problemi/infezioni_correlate/infezioni.asp, sarebbero circa 7 mila i morti all’anno per infezioni contratte nei nosocomi. Basta quindi anche fare semplicemente la fila in uno studio medico, il proprio pediatra per esempio, per contrarre un virus o un batterio, basta andare a fare un semplice prelievo ematico in un laboratorio.

Se poi il bambino si sposta con i mezzi pubblici, va al parco, al cinema, in chiesa, in campeggio, in piscina o in qualsiasi altro posto pubblico, la sua vita è sempre appesa a un filo, ma non per il morbillo, non per la pertosse. Basta un banale streptococco, un banale rinovirus, per complicare il suo quadro. Di questo, chi mette in prima linea i bambini immunodepressi mentre lui sta comodo in trincea, deve essere consapevole.

Bambini vaccinati, siamo davvero sicuri?

Quindi la Grillo tenta subito di calmare le acque con quella pacatezza che ormai stiamo imparando a conoscere e che per molti si tratta più di titubanza che non di lungimiranza. La Grillo assicura che i bambini immunodepressi saranno inseriti solo in classi blindate, di bambini solo vaccinati, ma siamo davvero sicuri questo sia un bene per loro?

Iniziamo da una prima riflessione. Quando un bambino viene vaccinato si fanno controlli per vedere che effettivamente il vaccino abbia fatto effetto e che il bambino sia coperto? La risposta è NO. Si vaccina, punto, poi ci sono i dati statistici. Peccato però che una classe non si debba formare coi dati statistici, ma sia fatta di bambini in carne e ossa, bambini che possono, nonostante il vaccino, essere scoperti.

A quel punto che gli raccontiamo ai genitori del bambino immunodepresso? Basterà loro sapere che i compagnetti di classe sono vaccinati o pretenderanno di avere la tipizzazione di tutti i bimbi della classe? E se un piccolo vaccinato dovesse comunque contrarre, per esempio, la pertosse, come lo spiegheranno ai genitori del bambino immunodepresso? Certo, diranno, è un caso rarissimo, ma non si può escluderlo a priori, e quel rarissimo caso per un bimbo immunodepresso può essere letale.

C’è poi il problema dei vaccini a virus vivi attenuati, ci si affanna a coprire l’immondizia gettandola sotto il tappeto, ma verba volant, scripta manent, il foglietto illustrativo del vaccino per la varicella parla chiaro, 6 settimane a casa dopo la punturina. Chi lo nega lo fa scientemente sapendo di mentire, ancor più se costui è un medico.

Quindi, il bambino appena vaccinato per la varicella (“Varivax”) potenzialmente può contagiare il compagnetto immunodepresso. Se poi si vaccinano tutti nello stesso periodo, il bambino immunodepresso è esposto a una sorta di “effetto gregge al contrario”. Fate vobis.

Interessi politici o sanitari?

Sembra quindi che il nodo della questione sia più di carattere politico, laddove uno schieramento che sta rasentando la soglia del 15% si accanisce ancorandosi con le unghie e con i denti a questa legge discriminatoria che poco o nulla ha dell’interesse della collettività, quanto, forse, in quello economico, e il dubbio, purtroppo, viene.

Insomma, la diatriba è quanto mai aperta, nonostante molti genitori, anche tra quelli favorevoli alle vaccinazioni, hanno ravvisato un certo sentore di “bruciato” in tutta questa vicenda che si è creata attorno alla 119.

Poco importa che dall’altra schierino fior fior di “influencer”, la possiamo chiudere anche con una metafora che pare vadano per la maggiore in questo periodo: inutile mettere le cinture di sicurezza se non si fanno periodici controlli sull’auto. La cintura sarà pure allacciata, ma se i freni non funzionano…

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