Il Blog di Gioia Locati

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Italiani fra i più vaccinati al mondo (con mRNA) e più vessati

Siamo i terzi in Europa per numero di vaccinati, ma siamo anche quelli trattati peggio. Per la precisione abbiamo inoculato 201,36 dosi ogni cento abitanti, più di due punture per ciascun italiano. In cima alla classifica europea e davanti all’Italia ci sono solo la Danimarca con 221,36 somministrazioni ogni cento abitanti e l’Islanda con 204,18 dosi ogni cento abitanti. Ma sia Danimarca che Islanda sono Paesi meno popolati del nostro: perciò in numeri assoluti abbiamo il record europeo di vaccini somministrati.

Così calcola il sito Ourworldindata al 18 gennaio.

Poi, se guardiamo al resto del mondo, siamo comunque in testa per le somministrazioni di vaccini a m-RNA. Nella top ten dei più vaccinati siamo superati da Cuba (291,07 ogni 100) leader mondiale, dal Cile (237,51 ogni 100), dagli Emirati Arabi Uniti (231,22) e dalla Cina (203,72) che stanno usando vaccini diversi.

Insomma, gli italiani sono stati i più diligenti e fra coloro che più hanno risposto all’appello di presentarsi all’hub vaccinale, una, due, tre volte. Ma nessuno li sta ringraziando.

Anzi siamo bastonati ogni quindici giorni (più o meno è questo il tempo necessario a elaborare decreti sempre più insensati e complicati).

E ora ci ritroviamo costretti ad accettare perfino il divieto di andare a comprare le calze al centro commerciale (se sprovvisti di dose booster o di qualsiasi vaccino).

Cliccate qui, sul primo grafico e con il mouse avvicinatevi ai Paesi in verde scuro, quelli con più vaccinati.

In Europa

In Israele si contano 189,72 vaccinazioni ogni 100 abitanti. Degli israeliani, che per primi hanno iniziato le somministrazioni, si sa che più del 50% ha fatto la terza dose, alcuni sono già alla quarta. Emerge dunque che più di una persona su tre non ne ha fatta nemmeno una. Questo per dire che siamo più bravi e disposti a vaccinarci anche del Paese modello. In Portogallo sono a quota 201,83, nel Regno Unito 200,37, in Francia 196,63, in Germania 189,55.

Perseguitati

Gli italiani, super diligenti dal punto di vista delle punture e delle tessere, stanno ricevendo solo schiaffi (e, a questo punto, chiediamoci perché) e continue limitazioni ai loro spostamenti. Ma non solo: è di oggi la notizia che l’ospedale Galeazzi di Milano ha arbitrariamente negato interventi chirurgici a chi aveva solo due dosi di vaccino o neppure una.

Non era mai successo prima nella storia della Repubblica e della Costituzione: l’Italia, infatti, si è sempre distinta per la sua disponibilità a curare clandestini, clochard e assassini senza pretendere il permesso di soggiorno o la fedina penale pulita.

In aggiunta, come emerge dalle complicate regole delle quarantene scolastiche, tutti i vaccinati con due dosi a 120 giorni dall’ultima, sono considerati e trattati come se non avessero fatto nessuna puntura: vanno in Dad se ci sono tre positivi in classe.

Ci chiediamo a questo punto quante siano le dosi da appuntarsi al petto, pardon al braccio, per essere considerati degni di vivere. 

Italiani fra i più vaccinati al mondo (con mRNA) e più vessati

Il mondo che verrà

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Il mondo che verrà

Me lo sono immaginato ieri, il mondo, che verrà.

Mentre respiravo la manifestazione di protesta contro Green Pass e obbligo vaccinale promossa da Italexit. Eh sì che ho respirato, facendomi largo tra migliaia di persone nella piazza che Milano ha intitolato alla libertà,  XXV Aprile. Non si vedevano raduni così da anni.

Evviva l’Italia
Dal sonno s’è desta…

Premessa. Non sappiamo cosa succederà domani: nessuno può saperlo. Non sappiamo come si orienterà il governo, o chi verrà eletto Presidente nè quando si andrà a votare. Però, talvolta, l’immaginazione funziona da sesto senso. E i segnali si colgono sentendo da dove arriva il vento favorevole.

Il buongiorno del mattino

Con sentenza resa pubblica ieri, il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dal Comitato Cura Domiciliare Covid 19. Bocciato il protocollo anti Covid del Ministero della salute, no a paracetamolo e vigile attesa e sì a ciò che prescrive ogni medico in scienza e coscienza.

Diventano carta straccia le imbarazzanti linee guida di Aifa del 26 aprile 2021, queste. Ventisei pagine per vietare ai medici di prescrivere farmaci da sempre raccomandati contro le influenze o la Sars. 

Anche l’Africa s’è desta

Diversi Paesi africani hanno rifiutato le dosi dei vaccini in scadenza. Sono milioni le confezioni donate al Continente dalla Fondazione Gavi degli ex coniugi Gates finite sotto le ruspe o bruciate nei falò (come si può chiamare regalo un prodotto quasi di scarto?) Qui.

Vicinanza di intenti e fisica

Tornando alla folla di ieri. Esseri umani accanto ad altri esseri umani, fratelli d’ Italia, nessuna tessera da esibire, nessuno additato come “untore”. Non si respirava aria di discriminazione. “Fate un intervento dal palco?” chiedo ai tre poliziotti scesi da una camionetta. “Oggi sì”.

Prende la parola un agente sospeso del sindacato OSA, Luca Cellamare: “…quante rinunce abbiamo fatto, quanti giorni di festa dedicati al lavoro perchè abbiamo sempre creduto nel bene comune. Lo abbiamo fatto per dovere. Oggi alcuni di noi sono sospesi con l’accusa di essere contagiosi. L’accusa è per spingerci a fare una cosa che non vogliamo: non andremo a controllare il qr code di chi mangia un panino al bar mentre le città e i mezzi di trasporto sono invasi da criminali e stupratori. Ci sono assassini che hanno l’assegno alimentare e noi che abbiamo servito il Paese ci ritroviamo senza stipendio. Non siamo soli in Europa, molti colleghi hanno dovuto cedere al ricatto ma sono con noi: non sono robot”.

Segnali di insofferenza importanti arrivano anche dai ristoratori. Alessia Brescia presidente dell’Associazione ristoratori Veneto, ha auspicato la fine delle tessere, “non siamo controllori, questo sistema ci porta al fallimento e ci mette gli uni contro gli altri”.

Il Premio Nobel Luc Montagnier (“a cui i fact-checker vorrebbero togliere il Nobel” cit. Gianluigi Paragone).

Applaudito a gran voce, il professore che isolò il virus dell’HIV nel 1983 e che oggi continua a presiedere un laboratorio di ricerca, ha detto che per fermare la malattia non bastano i vaccini ma occorre “una combinazione di cure e di stili di vita”.

“Contrariamente a quanto era stato detto all’inizio si è visto che questi vaccini non proteggono dall’infezione. Tutti i medici lo sanno. Vi sono poi i rischi legati alla proteina Spike, molti sportivi hanno avuto malattie cardiache importanti come conseguenza delle vaccinazioni. Ed è un crimine pensare di vaccinare i bambini, è importante che i medici intervengano al più presto, ne va di mezzo il futuro dell’umanità”. Il premio Nobel ha poi aggiunto che “le persone non vaccinate aiuteranno in qualche forma i vaccinati che si ammaleranno”. E che saranno le leggi della natura a prevalere”.

Sull’immediato futuro non è pessimista, “ogni cittadino è libero, approfittate di prossime elezioni per dire il vostro parere”.

Un nuovo ministro della Salute

L’immaginazione ci fa intravedere la fine dell’era Speranza. Per voltare pagina, certamente. E poi perché tutto ha una fine.

La vox populi vorrebbe un medico (Speranza è laureato in Scienze Politiche e prima di diventare ministro della Salute era assessore all’Urbanistica).

Piace molto Alberto Donzelli che si è occupato per 40 anni di sanità pubblica. Da mesi Donzelli, assieme ad altri colleghi, chiede un confronto con il comitato tecnico scientifico CTS e non ha mai ricevuto risposta. “Occorre interrogarsi sull’eccesso di mortalità fra i giovani e gli adulti emerso nel 2021; non è necessario vaccinare i bambini con questi vaccini che, stiamo osservando dalle pubblicazioni, dopo tre mesi dall’ultima dose rendono il soggetto vaccinato più esposto alle infezioni”.

Qui potete ascoltare il portavoce di Ema, Marco Cavaleri, che a proposito di questi studi e per gli stessi motivi indicati da Donzelli, mette un freno a ulteriori richiami (booster).

I figli sono il futuro

Applauditissimi  anche gli interventi di Heather Parisi e dell’ex pilota di MotoGP Marco Melandri. La Parisi, ha avviato anche una campagna per informare le famiglie sulle vaccinazioni ai bambini. “…parlo anche come madre che si preoccupa per i figli. I vaccini non contribuiscono a curare la malattia e nessuno può dirci come curarci. Basta addossare le colpe di politiche non assennate ai non vaccinati, che esercitano soltanto il loro sacrosanto diritto di scelta”.

Melandri: “Non possiamo negare ai ragazzi la libertà di fare sport; oggi stanno negando questo diritto. Vengo dalle case popolari, mi sono svegliato tutte le mattine con il sogno di diventare pilota, e grazie alla mia famiglia ci sono riuscito. Lo sport mi ha insegnato a stare con la gente e a rialzarmi, ho conosciuto il mondo e imparato valori che mi aiutano a diventare un padre migliore. Senza sport i ragazzi rischiano di perdersi.

Voglio poter guardare mia figlia negli occhi e darle un futuro, la libertà è un futuro. I ragazzi devono essere liberi di vivere e di rispettare qualsiasi scelta. Questa tessera verde non dà nessuna libertà, può essere revocata in qualsiasi momento”.

Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?

Diritti umani

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Diritti umani

Vi riporto le riflessioni di Claudia Pretto, giurista, ricercatrice ed esperta di monitoraggio dei diritti umani, intervenuta al convegno “Pandemia, invito al confronto” promosso dal Coordinamento 15 ottobre e dall’associazione ContiamoCi! Il dibattito si è tenuto a Roma all’hotel Nazionale di Piazza Montecitorio ed è durato due giorni (3 e 4 gennaio). Ha visto la partecipazione di 25 relatori fra i quali i membri della CMS, la Commissione medico scientifica indipendente di cui abbiamo parlato qui e qui. Qui trovate gli interventi dei relatori oltre a quello di Claudia Pretto intitolato “La gestione della pandemia in Italia al vaglio degli obblighi internazionali in materia di diritti umani”, qui.

Le leggi non sono tutte uguali

Claudia Pretto ha esordito ricordando che gli Stati devono rispettare gli obblighi internazionali precedentemente sottoscritti.

Nella gerarchia delle leggi le convenzioni internazionali sono sovraordinate rispetto alle leggi ordinarie. Significa che hanno più forza, come stabilito dall’art. 10 della Costituzione.

Pretto si è soffermata su due convenzioni. Il Patto sui diritti civili e politici e il Patto sui diritti economico sociali e culturali, entrambi adottati nel 1966 ed entrati in vigore nel 1976.

“In caso di emergenza si possono derogare i diritti umani, ossia è ammesso il non rispetto di questi diritti per un certo periodo – ha spiegato la giurista – ma attenzione, le modalità di deroga sono illustrate dal Comitato Onu sui diritti umani. E non tutti i diritti possono essere sospesi, solo alcuni”. Pretto precisa che diversi studiosi internazionalisti sono concordi nel ritenere la pandemia un’emergenza ma “è obbligo per gli Stati notificare al segretario delle Nazioni quali sono gli articoli sospesi”.

Facciamo un passo indietro

Quali sono i diritti inderogabili? Ossia quelli che non si possono sospendere MAI neppure in caso di emergenza?

L’articolo 4, comma 2 evidenzia i diritti che non si possono mai interrompere. Li trovate qui. Leggeteli e vedrete che la discriminazione – per qualsiasi motivo – non è mai ammessa. Poi, l’articolo 6 sul diritto alla Vita non si può mai violare. Anche il 7 sugli esperimenti medici compare fra gli inderogabili. Si legge: “Nessuno può essere sottoposto alla tortura nè a punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare nessuno può essere sottoposto senza il suo libero consenso a un esperimento medico scientifico”.

Pensate, perfino l’articolo 18 sulla libertà di espressione e opinione è intoccabile. “Alla libertà di espressione e di opinione per motivi politici e religiosi, anche in fase di emergenza non possono essere posti limiti” precisa Claudia Pretto. Il paragrafo 3 prevede sì un’eccezione per derogare la libertà di espressione ma, per farlo, occorre una legge discussa in Parlamento.

La giurista ricorda che in questi casi “l’autorità è chiamata a rispondere proprio perché si tratta di violazione dei diritti umani”. E che in caso di violazione “si risponde personalmente”.

Precisa inoltre cosa voglia dire il “libero consenso” del singolo che accetta di sottoporsi a un esperimento medico. “L’espressione ‘libero’ non rimanda a qualsiasi consenso, ogni persona deve essere messa in condizione di comprendere appieno l’esperimento al quale decide di sottoporsi. Infatti è stato stabilito che un consenso dato da una vittima di tratta (schiavitù) non è rilevante. Allo stesso modo non lo è il consenso della persona sottoposta a pressioni psicologiche o minacce, come la minaccia di perdere la fonte di sostentamento, il lavoro o la socialità”.

Come si può derogare ai diritti umani

Claudia Pretto riferisce che, durante l’emergenza pandemica, l’Italia non ha attivato i principi di deroga. Al contrario, altri Paesi lo hanno fatto. Ad esempio il Perù, il Guatemala, l’Armenia e la Romania. “Un funzionario Onu si è recato nelle nazioni che hanno dichiarato quali diritti sono stati sospesi ed è stata aperta una procedura di monitoraggio”.

Questo perché vi sono precise regole da rispettare, ribadite il 27 aprile 2020 dalle linee guida dell’Alto commissario. In sintesi: i diritti che si possono sospendere, non quelli citati nell’articolo 4, “devono rispondere a criteri di ragionevolezza, proporzionalità e durata. Va adottata la misura strettamente necessaria e meno invasiva”.

Conclusioni

Durante un’emergenza non è mai ammessa la discriminazione di qualsiasi tipo; non si possono minimamente scalfire le libertà di pensiero, coscienza, di religione così come il diritto di disporre di acqua, cibo e lavoro. La giurista Claudia Pretto invita a interrogarsi sui provvedimenti che l’Italia ha attuato per limitare il sostentamento.

Si può sospendere un cittadino dal lavoro?

Si può favorire un accesso al lavoro diversificato sulla base di una vaccinazione?

Il super green pass risponde ai requisiti illustrati dall’Alto commissario Onu?

I decreti continuativi rispondono ai principi di legittimità, proporzionalità e ragionevolezza?

Ricordiamo che anche sotto emergenza lo Stato ha obblighi vincolanti e che di tutto quello che accade – anche se non è monitorato dall’Onu – ne sono testimoni i popoli. Dunque, noi.

La pandemia si spegnerà (se lo vogliamo)

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La pandemia si spegnerà (se lo vogliamo)

Abbiamo tracciato la pandemia da Covid 19 per filo e per segno. Elaborato grafici e diramato bollettini sull’andamento dei “casi” dal primo giorno della comparsa del virus. Abbiamo preteso di controllare il fenomeno per provare a fermarlo.

In principio era la pandemia e la pandemia era presso il paziente zero…(la pandemia era dio?).

Abbiamo temuto e rispettato la pandemia come un dio. Addirittura ci siamo sentiti noi stessi il dio della pandemia quando abbiamo imposto limiti e regole, concordato postulati, giudicato i malati (dividendoli in degni e indegni), imposto cacce all’untore (presunto) e castighi, fino a trasmettere in televisione alcuni pentimenti pronunciati sul letto di morte.

Ora, chi stabilirà la fine della pandemia?

Se lo chiedono gli studiosi David Robertson e Peter Doshi  in un articolo sul British Medical Journal che trovate qui. E che si conclude con queste parole:

La pandemia di Covid-19 sarà finita quando spegneremo i nostri schermi e decideremo che altre questioni sono ancora una volta degne della nostra attenzione. A differenza del suo inizio, la fine della pandemia non sarà trasmessa dalla televisione”.

Prima considerazione: la pretesa di controllare un fenomeno per sua natura incontrollabile, ci ha dapprima illuso, nel mentre reso schiavi e, infine, depresso.

Scrivono gli autori: “Le tabelle, con i loro pannelli di numeri, statistiche, curve epidemiche e grafici multicolori hanno imperversato sui nostri teleschermi, sui nostri computer e sui nostri smartphone. Al centro c’è il fascino dell’obiettività e dei dati a cui aggrapparsi in mezzo all’incertezza e alla paura”.

“Le tabelle hanno aiutato le popolazioni a concettualizzare la necessità di un rapido contenimento e controllo,  orientando le sensazioni del pubblico, alimentando la pressione per l’imposizione di contromisure e contribuendo a mantenere un’aura di emergenza. Danno la sensazione che le cose siano sotto controllo quando i casi si riducono a seguito di determinate contromisure, ma possono anche generare un senso di impotenza e di catastrofe imminente quando i casi aumentano”.

Così è successo. Definiamo e misuriamo tutto ma capiamo sempre meno.

“Non esiste una definizione universale dei parametri epidemiologici della fine di una pandemia. In base a quali parametri potremo allora sapere che è effettivamente finita? L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la pandemia di Covid-19, ma chi ci dirà quando sarà finita?”

Quando finirà la pandemia?

“L’ubiquità delle tabelle ha contribuito a creare la sensazione che la pandemia finirà quando tutti gli indicatori dei grafici raggiungeranno lo zero (infezioni, casi, decessi) o 100 (percentuale di vaccinati). Tuttavia, le pandemie respiratorie del secolo scorso dimostrano che la fine non è chiara e che la conclusione della pandemia andrebbe intesa come la ripresa della vita sociale, non il raggiungimento di specifici obiettivi epidemiologici”.

Gli autori ripercorrono tre pandemie del passato, l’influenza spagnola del 1918, l’ asiatica del 1957 e quella di Hong Kong del 1968 e riportano il parere di alcuni storici, i quali hanno osservato che lo stress provocato dalle procedenti ondate pandemiche è stato inferiore a quello di oggi e le interruzioni della vita sociale sono state ben più fugaci di quelle dovute alla Covid.

Il monitoraggio assiduo impedisce il ritorno alla normalità

“La storia suggerisce che la fine della pandemia non seguirà semplicemente il raggiungimento dell’immunità di gregge o una dichiarazione ufficiale, ma piuttosto avverrà gradualmente e in modo non uniforme man mano che le società cesseranno di essere tutte logorate dalle misure scioccanti della pandemia. La fine della pandemia è più una questione di esperienza vissuta, e quindi è più un fenomeno sociologico che biologico.

Alcuni storici hanno osservato che le pandemie non si concludono quando cessa la trasmissione della malattia ma piuttosto quando, nell’attenzione del pubblico in generale e nel giudizio di alcuni media e delle élite politiche che modellano quell’attenzione, la malattia cessa di essere degna di nota. Le tabelle sulla pandemia forniscono carburante senza fine […] anche quando la minaccia è bassa.

Prendere le distanze da queste tabelle potrebbe essere l’azione più potente per porre fine alla pandemia. Questo non significa nascondere la testa sotto la sabbia. Piuttosto, è un riconoscere che nessun insieme di misurazioni potrà dirci quando la pandemia sarà finita”.

Irrazionali

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Irrazionali

Due parole sul rapporto Censis divulgato due settimane fa. Trovate qui una sintesi intitolata “Gli italiani e l’irrazionale”, vi invito a leggerla con attenzione per capire cosa significhi ‘non ragionare’ per il Censis.

L’incipit si sofferma sull’irriconoscenza degli italiani. Gli estensori del report si chiedono come mai più del 64% degli intervistati non “gioisca di orgoglio” rispetto all’anno passato ma sia ancora più sfiduciato.

Primo significato di irrazionale:

Testuale: “Vaccini efficaci disponibili in tempi rapidi, sussidi e ristori di Stato a tutti, un robusto rimbalzo dell’economia e un cospicuo piano di rilancio finanziato dall’ Unione Europea: sono notizie che, dopo la “paura nera” dello scorso anno, dovrebbero far tirare un sospiro di sollievo e far gioire d’orgoglio per la tenuta socio-economica del Paese. Si tratta di una vittoria della ragione, della umana facoltà razionale di risolvere i problemi”.

Eppure, mostra l’indagine, per il 66,2% degli interpellati, in Italia, si viveva meglio in passato. Il 67,1% ha dichiarato che il potere è concentrato nelle mani di un gruppo ristretto di potenti (alti burocrati, uomini d’affari, politici), e non è distribuito in modo democratico.

Per il 64,4% le grandi multinazionali sono responsabili di tutto ciò che accade; per il 56,5% esiste una casta mondiale di superpotenti che controlla tutto.

Per il Censis, chi non condivide i proclami e le intenzioni dell’Unione europea, chi ha timore dei vaccini o preferisce lavorare piuttosto che ricevere i sussidi di Stato, chi osserva che siamo governati da un’oligarchia e non siamo più in democrazia, non riconosce la “vittoria della ragione”, perciò sragiona.

Secondo significato di irrazionale:

La razionalità che nell’ora più cupa palesa la sua potenza risolutrice lascia il posto in molti casi a una irragionevole disponibilità a credere alle più improbabili fantasticherie, a ipotesi surreali e a teorie infondate, a cantonate e strafalcioni, a svarioni complottisti, in un’onda di irrazionalità che risale dal profondo della società. Il 31,4% degli italiani oggi si dice convinto che il vaccino è un farmaco sperimentale e che quindi le persone che si vaccinano fanno da cavie, il 10,9% sostiene che il vaccino è inutile e inefficace, per il 5,9% (cioè circa 3 milioni di persone) il Covid-19 semplicemente non esiste. In definitiva, dalle vicende del periodo emergenziale il 12,7% degli italiani trae la conclusione che la scienza provoca più danni che benefici”. E poi: “L’irrazionalità ha infiltrato il tessuto sociale, sia le posizioni scettiche individuali, sia i movimenti collettivi di protesta che quest’anno hanno infiammato le piazze”.

Curioso poi che il Censis – il cui compito dovrebbe essere quello di analizzare i dati e i comportamenti per descrivere la società – inserisca in un unico calderone (la tendenza a credere alle fantasticherie) l’atteggiamento scrupoloso di quasi un terzo della popolazione che legge le schede tecniche dei farmaci (ove si apprende che i vaccini approvati sono ancora sottoposti a monitoraggio) al 5,9% che nega l’esistenza della malattia o al 5,8% che crede che la terra sia piatta.

Dunque, è irrazionale chi rifiuta qualcosa o protesta.

Terzo significato di irrazionale: 

Di fianco alla maggioritaria società ragionevole e saggia, si leva un’onda di irrazionalità, un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà circostante […] Le proposte razionali che indicano la strada per migliorare la situazione vengono delegittimate a priori per i loro supposti intendimenti, con l’accusa di favorire interessi segreti e inconfessabili. Il 29,7% degli italiani non crede che il razionalissimo Pnrr cambierà il Paese, perché è condizionato da lobby che volgeranno tutto a proprio beneficio o perché la Pubblica Amministrazione non starà al passo, malgrado gli annunci, secondo il 44,3%”.

Il Censis affianca l’aggettivo “razionalissimo” al Pnrr, il Piano di ripresa e resilienza, ed ecco che chi si chiede a che prezzo avverrebbe tutto ciò, in quanti ad esempio perderanno il lavoro sull’altare del green o del digitale: chi semplicemente chiede, d’emblée diventa “uno stregone”.

Dunque, è irrazionale chi non si fida.

Tuttavia quando si analizzano la situazione economica e quella del lavoro, il Censis propende per un quarto significato di irrazionalità che diventa sinonimo di “essere realisti”, “vedere le cose come stanno”.

Negli ultimi trent’anni di globalizzazione accelerata, tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite: -2,9% in termini reali rispetto, ad esempio, al +276,3% della Lituania, il primo Paese in graduatoria. Lavorare in Italia rende meno rispetto a trent’anni fa e siamo l’unica economia avanzata in cui ciò è avvenuto. Non a caso, l’82,3% degli italiani ritiene di meritare di più nel lavoro e il 65,2% nella propria vita in generale: una cocente disillusione rispetto agli investimenti economici realizzati e alle aspettative sul piano emotivo. Qui si originano le inquietudini della società irrazionale: il 69,6% degli italiani si dichiara molto inquieto pensando al futuro, e il dato sale al 70,8% tra i giovani e al 76,9% nei ceti a più basso reddito”.

Ma c’è un quinto significato di irrazionale che è la descrizione dell’atteggiamento rinunciatario: se a tanto impegno non corrispondono risultati, meglio mollare…

Il caso emblematico del ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali è quello dei percorsi di istruzione e formazione. Le generazioni più competenti e titolate di sempre sono destinate a redditi bassi e a una precarietà continuata. L’81,1% degli italiani ritiene, infatti, che oggi è molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, di energie e di risorse profuso nello studio. Più di un terzo (il 35,5%) è convinto che semplicemente non conviene impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per poi ritrovarsi invariabilmente con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento. Il contesto rende non più conveniente fare quello che la saggezza razionale indicherebbe, ovvero investire le proprie risorse sul futuro con la promessa che poi si starà meglio, individualmente e collettivamente”.

Pensiero unico, sostantivo unico

Così il Censis con un solo sostantivo, l’irrazionale, fornisce un quadro della realtà di oggi. Che dire? Avremmo preferito la ricchezza del dizionario italiano per provare a descrivere, certo, senza esaurirla, la complessità in cui siamo immersi.

Ma…ops…non siamo d’accordo: siamo irrazionali?

Ora il Green Pass verrà sospeso a chi si ammala

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Ora il Green Pass verrà sospeso a chi si ammala

Si dirà che è stata una dimenticanza. Oppure che l’eventualità che i vaccini non siano così protettivi non era stata presa in considerazione.

Fatto sta che il lasciapassare con tecnologia di tracciamento, da quando è stato varato, non segnala la malattia. Ma a cosa doveva servire? Così capita che un vaccinato diventi positivo, abbia i sintomi, malauguratamente finisca in ospedale, però, al momento del fatidico controllo QR Code, ottenga sempre un via libera.

Anche se il tampone ha accertato l’infezione, un vaccinato positivo può circolare. (Sì, il tampone finito in soffitta con il Super Green Pass per punire i no vax è pur sempre l’unico strumento per accertare la positività). Non solo, anche un vaccinato malato, benché il medico abbia allertato Asl, Usca, Regione, ha sempre il Green Pass funzionante.

Ora però al ministero della Salute stanno cercando di correggere il difetto nel tesseramento. E presto calibreranno la app per permettere uno stop temporaneo al lasciapassare che comprenda il periodo di positività, di malattia e di convalescenza.

Il via libera va consentito solo ai sani, insomma. Peccato accorgersene (o ammetterlo) solo ora.

La farmacovigilanza attiva? Non si trova

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Per legge spetta ad Aifa la farmacovigilanza attiva sui farmaci appena immessi sul mercato (fra i quali sono inclusi i vaccini anti Covid che non sono ancora stati approvati).

È questo, infatti, l’unico modo per conoscere gli effetti di una terapia sulla popolazione ed è il punto di partenza di eventuali futuri studi. Dal 2012 la normativa che regola la farmacovigilanza è diventata più stringente poiché si è visto che il 5% degli accessi ospedalieri è dovuto a una reazione avversa a un farmaco (ADRs). Cliccate qui.

Attiva e passiva

La farmacovigilanza attiva consiste nel seguire nel tempo chi ha ricevuto il farmaco. Con telefonate, questionari, esami o visite, sono annotati tutti i disturbi e gli eventi avversi fino alle eventuali ospedalizzazioni intercorse dall’inizio della terapia. Nel caso dei vaccini non è necessario controllare tutte le persone vaccinate perché è sufficiente seguire un campione rappresentativo della popolazione.

La farmacovigilanza passiva si basa sulle segnalazioni spontanee del medico, dell’ospedale o del paziente stesso. Importante: ogni farmacovigilanza prevede la raccolta di qualsiasi evento, senza esclusioni a priori. Saranno poi le successive valutazioni (autopsie, anamnesi, studi) a stabilire se vi sia o meno una correlazione.

Una sottostima di 339 volte

Uno studio di farmacovigilanza attiva avviato nel 2018 in Puglia sul vaccino quadrivalente (anti morbillo, varicella, parotite, rosolia) mette in evidenza che i sistemi basati sulle segnalazioni spontanee sono sottostimati di 339 volte rispetto a quelli attivi. Cliccate qui.

I vaccini anti Covid

La somministrazione dei vaccini anti Covid è iniziata in Italia nel dicembre 2019 mentre i farmaci erano ancora sottoposti a monitoraggio addizionale (di fatto lo sono ancora, la raccolta dati del Pfizer cesserà nel 2023). Il primo dei nove report di Aifa dedicato alla farmacovigilanza è stato divulgato il 4 febbraio, l’ultimo il 12 ottobre scorso. Fin dal primo report Aifa precisa che i dati che appaiono nei documenti sono elaborazioni di segnalazioni spontanee ad eccezione di un 4% frutto di farmacovigilanza attiva. Sfogliando la pubblicazione però non emerge dove sia stata fatta farmacovigilanza attiva, né compaiono altri dati a riguardo.

Aifa non risponde

Dopo un lungo – e infruttuoso – scambio di mail abbiamo saputo da Aifa solo che la percentuale del 4% citata nei documenti si riferisce a progetti regionali (ma non ci è stato detto di quali regioni). Abbiamo così provato a contattare direttamente le amministrazioni scoprendo, ad esempio, che la farmacovigilanza attiva non si fa nè in Puglia, nè in Lombardia. Ma in Veneto sì. Tuttavia la farmacovigilanza attiva condotta in Veneto fa parte di un progetto europeo iniziato in Italia in giugno e non riguarda un campione rappresentativo della popolazione italiana poiché si concentra su sottogruppi.

Il progetto europeo

Si chiama “il miovaccinocovid19”. Qui. Vi aderiscono diversi centri italiani, da Nord a Sud (associazioni scientifiche, gruppi di ricerca universitari, centri regionali) coordinati dall’Università di Verona. L’elenco è sulla homepage del sito in basso. La raccolta delle segnalazioni è iniziata nei mesi di giugno-luglio, al momento non vi sono dati da rendere pubblici. In altri Paesi europei i progetti sono partiti prima. Cliccate qui per saperne di più.

Chi si vaccina è invitato a compilare 5-6 questionari per un tempo di 6 mesi dopo la prima dose. Il progetto si sta adattando per poter raccogliere a breve anche i richiami vaccinali (terze dosi).

La farmacovigilanza attiva è in corso in Veneto solo su sottogruppi. Che sono: 12-18enni; donne in gravidanza; soggetti immunocompromessi; soggetti allergici e soggetti con Covid.

Dichiarazione fuorviante 

Il sottosegretario alla Salute Andrea Costa ha dichiarato il 27 settembre scorso che “una sospetta reazione avversa alla vaccinazione viene segnalata solo quando sussiste un ragionevole sospetto che gli eventi siano correlati e sia necessario effettuare approfondimenti”. Di fatto, dal punto di vista metodologico, tutti gli eventi avversi andrebbero correlati fino a prova contraria, perciò non vi può essere un’esclusione a priori. E che sia Aifa a doversi occupare di incentivare la raccolta di segnalazioni oltre che a promuovere una farmacovigilanza attiva rappresentativa di tutta la popolazione lo ribadisce il decreto del 30 aprile, art. 15. Cliccate qui.

La sottostima sui vaccini anti Covid

Una farmacovigilanza attiva sarebbe quanto mai opportuna – oltre che necessaria –  per capire il reale rischio-benefici dei vaccini anti-Covid. Soprattutto in questo momento in cui si ipotizza un terzo richiamo su tutta la popolazione. Dati di letteratura dicono che gli operatori sanitari segnalano dall’1% al 5% di quello che osservano. Un articolo apparso su La Verità, il 12 giugno, a firma di Patrizia Floder Reitter, calcola che le segnalazioni passive riferite al vaccino Moderna da Aifa sono sottodimensionate di 900 volte. Si legge: “Nel quinto rapporto, Aifa parla di 88 segnalazioni ogni 100mila dosi per il Moderna. La casa farmaceutica segnalò nei trial 87.800 reazioni avverse su 100mila dosi dopo la prima dose e 92.000 su 100mila dopo la seconda”.

Trombosi e miocarditi

Nonostante i limiti della farmacovigilanza passiva, sia Aifa sia le industrie, si sono accorte che il vaccino Astrazeneca può provocare episodi trombotici (anche in giovanissimi sani) e che gli altri vaccini possono causare peri e miocarditi anche nei giovanissimi sani. Così sono state aggiornate le schede tecniche dei prodotti.

Da sapere: segnalati 27.242 decessi

1) Il sistema di segnalazione europeo Eudravigilance (che raccoglie le segnalazioni spontanee dei Paesi UE, Italia compresa) registrava il 9 ottobre 27.242 decessi post vaccino (riferiti a Astrazeneca: 5.630; Moderna: 7.320; Pfizer: 12.835 e Janssen: 1.457) quindi 50 decessi per milione di abitanti e 1.038.776 soggetti colpiti da eventi avversi. Cliccate qui, seguendo le indicazioni per accedervi date dal sito Informazione Libera in calce al seguente articolo, qui.

Come potete osservare la proporzione degli eventi avversi gravi, oltre che dei decessi, riportata da Aifa e da Ema è assai sbilanciata. Per Aifa gli eventi avversi gravi sono il 14,4%  per Ema superano il 40%. Attenzione però, il sito europeo non riporta i totali ma permette di calcolarli aprendo i vari menù (l’operazione richiede diverso tempo ma si può fare seguendo le indicazioni di Informazione Libera).

2) Il report di segnalazioni passive di Aifa, d’ora in poi, verrà divulgato trimestralmente.

3) Chi desidera fare una segnalazione spontanea può scrivere a vigifarmaco.it, portale valido su tutta Italia, gestito dall’Università di Verona.

 

laverita eventiavversi

I morti da Covid sono più dell’anno scorso. Perchè non se ne parla?

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I morti da Covid sono più dell’anno scorso. Perchè non se ne parla?

Quanto si muore oggi per Covid in Italia? Cerchiamo di capirlo da diverse fonti.

Morti per tutte le cause

L’anno non si è ancora concluso perciò l’Istat ci permette di confrontare soltanto i mesi da gennaio a giugno dei due anni 2020 e 2021. Cliccate qui su “decessi anni 2011-2021” e poi scaricate la “Tavola decessi totali regionali”. Sono i morti per tutte le cause. Emerge un eccesso di ben 15.752 morti nei primi 5 mesi del 2020. Ma questo lo sapevamo già. 

Da gennaio a giugno 2020 sono morte 378.428 persone

Da gennaio a giugno 2021 sono morte 362.676 persone.

Morti per Covid

L’ISS e il sito internazionale Our World in data ci permettono di calcolare i morti da Covid. Per avere i dati giornalieri cliccate sul sito dell’ISS, qui, quindi aprite “Covid 19 ISS open data”. Appare un file excel che va convertito in numeri. Ci ha aiutato Stefano Petti che ha generato per noi un file con i dati degli ultimi mesi, dal 16 giugno al 16 settembre. Numeri confrontabili con lo stesso periodo del 2020. Petti ha utilizzato due metodi diversi, contraddistinti dagli asterischi. Accanto vedete i suoi grafici che mostrano la curva dei decessi giornalieri, li ho allegati anche come immagini. Qui trovate il file generato da Petti: mortalitàCovidItaliaGiugnoSettembre

Sintesi dati ISS

Dal 16/6/20 al 17/9/20 (93 giorni) sono morte 1.101 persone.

Dal 17/6/21 al 17/9/21 (93 giorni) sono morte 2.508 persone. 

Quest’anno, negli stessi 93 giorni, abbiamo avuto 1.407 decessi in più.

Negli ultimi 30 giorni i decessi in più rispetto all’anno scorso sono stati 1.097.

Sintesi dati Our Worl in data

La tabella allegata come immagine riporta i dati sulla mortalità tratti dal sito Our World in data, qui, e mostra l’andamento della prima settimana di settembre in vari Paesi. (Ci si muove facilmente sul sito spostando il mouse, esempio: dove appare “metric” lasciare “confirmed deaths” e su “interval” inserire “weekly”, dopo si regola la striscia blu in basso per spostare le date. Sulla sinistra si sceglie il Paese).

Nella prima colonna della tabella allegata compare la percentuale delle persone vaccinate al 10 settembre, cliccate qui; nella seconda e nella terza il confronto tra il tasso di mortalità settimanale del 2020 con quello del 2021. Nella quarta, l’ultima colonna, la percentuale di crescita dei decessi calcolata per noi da Stefano Petti.

Cosa emerge

La mortalità da Covid è aumentata in tutti i Paesi rispetto a un anno fa, tranne che in Polonia e in Repubblica Ceca. Solo in Svezia è rimasta stabile. È poi diminuita in quasi tutti i Paesi del Sud America (in settembre per loro è piena estate) mentre è aumentata in Asia, Africa, Oceania e Nord America.

Guardiamo l’Italia: la mortalità è passata da 1,5 a 6,9 per milione (!). Significa che è più che quadruplicata. Nel Regno Unito è aumentata di 10 volte: nel 2020 era 1,1 su milione di abitanti e oggi è di 14,4. Il triste primato spetta alla Lituania: il tasso di mortalità è passato da 0,3 decessi per milione di abitanti a 26,4 per milione.

Si obietterà che questi sono i dati di una settimana di settembre. E che non è detto che l’andamento delle prossime settimane rispecchi questo tragico trend (ce lo auguriamo!). Secondo Petti in questo momento “è difficile fare previsioni per il prossimo inverno”.

Tuttavia ci si chiede come mai nessuno faccia notare che abbiamo 4 volte i decessi dell’anno scorso visto che tutti i giorni il numero dei morti (giornaliero) da Covid compare fra le notizie dei telegiornale. 

Cercherò di informarvi quanto prima sulla percentuali di vaccinati e non vaccinati fra i deceduti. 

graficidati

Il tampone salivare? Permette di ottenere il green pass ma non si dice

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Il tempone salivare? Permette di ottenere il green pass ma non si dice

Partiamo da maggio quando una circolare del ministero della Salute riconosce la validità dei tamponi salivari, li paragona a quelli nasali e mette per iscritto che “sono un’alternativa qualora non sia possibile eseguire un tampone nasale”. Cliccate qui. (La circolare non è stata nè smentita nè ritirata nei mesi successivi).

Come per i nasali, i tamponi salivari esistono nelle due modalità, test rapido antigenico con risultato dopo pochi minuti e test molecolare con risultato dopo 24 o 48 ore. L’attendibilità è stata studiata da varie università (Milano, Torino, Padova, per citarne alcune) e si aggira attorno al 98%. A differenza dei tamponi nel naso sono assai più pratici e indolori. Si presentano come un lecca lecca di cotone, si tengono in bocca pochi secondi, non vi è necessità di spingerli in gola poiché il Sars Cov 2, se presente, si trova nella saliva.

Sono molto più adatti ai bambini e a tutti coloro che soffrono di epistassi o hanno il setto nasale deviato.

Ora che riaprono scuole ed università e tutto il personale dovrà mostrare il Green Pass per poter lavorare, e anche gli studenti universitari dovranno esibirlo per poter frequentare le lezioni e sostenere gli esami – premesso che non si è capito ancora chi sia la figura addetta alla supervisione del documento, poiché, al di fuori dei sanitari e delle autorità aeroportuali, tutti gli altri incaricati devono comparire in un elenco della Commissione europea e risulta che il governo non abbia ancora inserito nessuno (regolamento UE 953/2021, punto 22) e poi chi controlla il controllore del pass? – salvo tutto questo, abbiamo pensato di presentarvi una mappa dei laboratori che eseguono i salivari accreditati per il Green Pass.

Sì, perché nonostante il decreto Draghi vieti espressamente i test salivari per ottenere il Green Pass, cliccate qui sulle FAQ (ma non perdete tempo a cercare le ragioni politiche del veto perché non ci sono), diversi laboratori li propongono rilasciando un certificato cartaceo che consente poi di ricevere il lasciapassare.

In sintesi: i test salivari sono validi, sono promossi sulle pagine dei vari laboratori, permettono di ottenere il qr code per il Green Pass ma per Asl, Regioni e Ministero della Salute non esistono.

Ipocrisia istituzionale?

C’è da chiederselo, poiché Il Ministero della Salute che nega che il salivare sia riconosciuto ai fini del lasciapassare è lo stesso Ministero  che poi invia il Green pass sullo smartphone degli utenti che lo hanno eseguito.

Dove si fanno

Abbiamo rintracciato 18 laboratori in Lazio (17 fra Roma e provincia e uno a Viterbo) del network Lifebrain che eseguono il salivare molecolare a 50 euro. I risultati arrivano dopo 24 ore. “Rilasciamo copia cartacea e codice, poi, sullo smartphone arriverà il Green pass” ci viene spiegato. E chi spedisce il Green Pass? Il ministero. Cliccate qui per trovare i 18 laboratori.

Abbiamo chiesto al gentile operatore come mai in altre regioni i laboratori dello stesso network Lifebrain non eseguono il salivare ma solo il nasale. E ci è stato risposto che in Lazio “è stato siglato un accordo con la Regione” e “sono in attesa per le altre Regioni”. Regione Lazio da noi interpellata, tramite ufficio stampa, ha risposto di “non sapere se esistano questi accordi”.

In Lombardia abbiamo trovato solo il centro milanese MedNow in viale Zara. Tampone rapido salivare, con risultato in pochi minuti, a 60 euro. E salivare molecolare da 150 a 250 euro. Ci spiegano: “Il nostro test salivare è riconosciuto ai fini del ricevimento del Green Pass, siamo un centro accreditato, i risultati sono inoltrati nel flusso giornaliero ad ATS”.

ATS (che è la Asl milanese) da noi interpellata ha dichiarato di “non aver mai autorizzato nessun centro ad eseguire tamponi salivari ma vi sono diversi laboratori autorizzati sui nasali. In questo caso, con la specifica struttura deve esserci stato un fraintendimento”.

Le criticità

I salivari sarebbero il mezzo più pratico e sicuro, oltre che per sapere se si è contagiosi, anche per non dover soffrire ogni 48 ore dovendo disporre di un Green Pass.

Ma costano troppo per essere uno strumento da farsi ogni 48 ore per il lasciapassare (soprattutto il molecolare che richiede almeno 24 ore di attesa e risulta così spendibile un solo giorno).

La discriminazione

Chi non può o non desidera vaccinarsi (in Lombardia al momento il 14% del personale scolastico) è costretto a pagare l’obolo tampone per andare a lavorare. Identica la situazione per gli studenti universitari: in barba al diritto allo studio e alle tasse pagate non potranno frequentare lezioni e sostenere esami senza Green Pass.

Cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Sì perché le varie iniziative di tamponi nasali gratuiti, proposte da alcune regioni a tutto il personale scolastico, si sono all’improvviso “ristrette” per non intralciare la vaccinazione di massa.

Così abbiamo una Regione Emilia Romagna che ha rinnovato il lodevole progetto dei mesi scorsi: tamponi gratuiti in farmacia a studenti, insegnanti e ai loro familiari, dalle primarie all’università. Peccato vi si possa accedere solo ogni 15 giorni: dunque, non funziona come via libera a poter lavorare (sic!). Cliccate qui.

Poi c’è l’intraprendente Lombardia, fra le prime a studiare i salivari, a divulgarne l’attendibilità per poi lasciarli in un cassetto che, un anno fa circa, prima della vaccinazione di massa, aveva disposto posti per fare i tamponi, i Drive Throuth, gratuiti a libero accesso per studenti e personale scolastico. Oggi che questi spazi servirebbero per poter permettere agli insegnanti che non possono o non vogliono vaccinarsi di entrare a scuola in sicurezza, è rimasto solo quello di via Ovada 26, all’ospedale San Paolo (dove, per fortuna, ci si può recare anche ogni 48 ore). Gratis per tutti c’è l’Unità Mobile della Croce Rossa alla Stazione Centrale. Quindi stop.

Qui invece trovate l’elenco delle farmacie italiane accreditate con il ministero dove il tampone costa 15 euro per gli adulti e 8 per i bambini.

La dissidenza individuale

Vi invito a leggere l’intervento (allegato in immagine) che il professor Francesco Benozzo, ordinario di Filologia romanza all’Università di Bologna, ha scritto oggi per La Verità. “Vi esorto a chiedere a voi stessi, in coscienza, se ha davvero senso pensare a voi stessi come insegnanti, come docenti, come persone libere in un’istituzione libera a fronte di questo ricatto che costringe voi a obbedire a una regola insensata e i vostri colleghi che non obbediscono a stare fuori dalle aule…”Così conclude:

Credo che molto, o tutto, dipenda da voi”.

 

21h28 laverita

Lo studio di Colonia: ci si ammala dopo due dosi di vaccino

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Lo studio di Colonia: ci si ammala dopo due dosi di vaccino

Torniamo sull’argomento che una volta era chiamato “fallimento vaccinale”. I vaccini non sono infallibili – ci hanno sempre spiegato – in una piccola percentuale di casi possono non funzionare. Succede così che un vaccinato possa comunque ammalarsi.

Oggi, che è stato introdotto il Green Pass, questa eventualità andrebbe “quantificata” con attenzione (ad esempio: in quale percentuale ci si ammala e in quale si resta solo positivi? E se si è positivi, o infetti, si può contagiare?) altrimenti si rischia di sottovalutare il pericolo credendosi protetti al 100% quando invece si è untori.

Sarà per questo che il premier Mario Draghi ha chiesto a tutti i giornalisti presenti alla conferenza stampa di ieri  (quella sull’annuncio del Green Pass con le famose parole che passeranno alla storia, o vaccino o morte) di presentarsi con un tampone antigenico recente?

Leggete la testimonianza in apertura de Il Tempo di oggi, da foto allegata. Inutili le perplessità e le richieste di chiarimento dei presenti vaccinati con due dosi e muniti di Pass Verde, tutti i 25 colleghi ammessi nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio hanno dovuto esibire il tampone. 

È ufficiale: ci si può ammalare dopo il vaccino

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È ufficiale: ci si può ammalare dopo il vaccino

Le hanno chiamate “Vaccine-breakthrough infections” (VBI), sono le infezioni da Sars-Cov-2 che si verificano dopo aver completato il ciclo vaccinale. Lo studio riguarda le persone che hanno fatto i vaccini a mRNA.

Tutte le persone che si sono infettate e ammalate dopo la vaccinazione completa avevano alti livelli di anticorpi nel sangue, quindi erano da considerarsi immuni.

Gli anticorpi, se pur presenti in quantità, non hanno tuttavia evitato la malattia a 24 militari e sanitari su un totale di 1547 infettati, tanti i partecipanti dello studio. Zero protezione sia nei confronti del ceppo originale del virus che delle varianti.

Qui lo studio. La rivista è autorevole ma non è la sola a parlarne, ci conferma l’epidemiologo Stefano Petti.

Ci sono più ricoveri dell’anno scorso, perché non si dice?

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Ci sono più ricoveri dell’anno scorso, perché non si dice?

Cominciamo dal considerare che, rispetto all’anno scorso, nello stesso periodo, l’Italia conta più persone ricoverate in ospedale e in terapia intensiva. Osservate le tabelle costruite sui dati della Protezione Civile e dell’ISS, aggiornate e gentilmente concesse dal “Gruppo Info Vax evidence based”. La discesa della curva della mortalità appare simile al 2020 ma quelle che indicano i ricoveri ospedalieri e i posti occupati in terapia intensiva mostrano, rispetto all’anno scorso, una discesa meno accentuata. Come mai? E perché non se ne parla? Perché si continua a sostenere che la discesa di ricoveri e morti è solo un effetto delle vaccinazioni che nel 2020 non c’erano?

Forse la circolare allegata, emanata dall’Asp Palermo, può dare un’indicazione? Si legge la preoccupazione per l’eventualità che il personale ospedaliero vaccinato possa trasmettere infezioni. Quante contagi stanno avvenendo negli ospedali? E fuori? Perché questo silenzio?

Cerchiamo di capire alla luce della Evidence based medicine.

Uno studio del British Medical Journal, uscito a marzo, coglie la necessità “di frenare la socializzazione in chi è appena stato vaccinato”.

Si dice che l’incidenza giornaliera del numero di casi di Covid è circa raddoppiata dopo la vaccinazione fino all’ottavo giorno. Cliccate qui.

Come si spiega questo maggior numero di casi tra i vaccinati?

I ricercatori inglesi ipotizzano che ciò sia dovuto a “una falsa percezione di sicurezza che avrebbe fatto interrompere le precauzioni”. Più verosimilmente, secondo i dati del Gruppo Studio Info Vax, “dopo la vaccinazione si verifica una transitoria immunodepressione (infatti si sta osservando un aumento dei casi di Herpes Zoster): diminuiscono i linfociti e i vaccinati si ritrovano più esposti alle infezioni. Si dirà che l’effetto è transitorio e poi le infezioni nei vaccinati discendono – fanno notare gli studiosi –  È vero, come è vero che accade lo stesso nei guariti anche se hanno sviluppato un’infezione lieve o asintomatica. Torneremo su questo punto fondamentale confutando la credenza che giovani e bambini non vaccinati siano un serbatoio di virus”.

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“Imitiamo i tedeschi, non vacciniamo ragazzi e bambini”

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“Imitiamo i tedeschi, non vacciniamo ragazzi e bambini”

L’istituto Koch ha sconsigliato la vaccinazione anti Covid agli adolescenti, consigliandola solo per i ragazzi con malattie importanti. Per il ministero della Salute berlinese somministrare loro il nuovo vaccino rappresenta più un rischio che un beneficio. Perché i dati raccolti sono alquanto scarni. Forti perplessità arrivano anche dalla Svezia e dalla Gran Bretagna.

L’unica sperimentazione fatta sui giovanissimi dai 12 ai 15 anni, con il vaccino Pfizer, è durata due mesi, sono stati reclutati 2.260 adolescenti ma il farmaco lo hanno ricevuto solo in 1.130.

Nella settimana di sorveglianza attiva dopo la vaccinazione sono emersi svariati effetti secondari, nel 40% circa moderati (cioè che possono interferire con attività e abilità quotidiane) e, nell’1,5% dei vaccinati severi (disabilitanti, che richiedono un trattamento medico). Se i 2,3 milioni di 12-15enni italiani si vaccinassero avrebbero 34.000 reazioni disabilitanti per il solo dolore locale grave. 

In più ci sono trenta adolescenti vaccinati la prima volta che non si sono presentati per la seconda dose. Non se ne conosce il motivo, il report non fornisce spiegazioni. Nessun ragazzo del gruppo dei riceventi il vaccino si è ammalato, dell’altra metà 16 sono risultati positivi al virus. Cliccate qui.

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