Vuoi contribuire?

 Desideri contribuire ad espandere il progetto?

Il tuo interesse potrebbe essere quello di chiedere alla redazione informazioni o fonti non indicate su qualche articolo?

Oppure ti interessa proporre un tuo articolo da pubblicare? Se hai segnalazioni da fare non esitare a contattare la nostra redazione, ti risponderemo il più presto possibile.

Scrivi alla redazione

Martedì, 02 Giugno

Gli italiani si sentono ripetere più volte al giorno di fare attenzione, di lavarsi le mani, di usare le mascherine.
Viene intimato di evitare la movida, con la non velata minaccia di una riattivazione del lockdown se la curva dei contagi dovesse tornare a salire.

E sempre più spesso le colpe vengono attribuite alla popolazione.

Ma quando l'incompetenza, l'inerzia, ma soprattutto il comportamento sconsiderato è degli enti ospedalieri, organizzati dal Servizio Sanitario Regionale, come dobbiamo comportarci?
Ci sarebbe da appellarsi alla magistratura, perchè chi sta causando danni è tutta là, dove qualcuno tenta malamente di portare avanti una regia sanitaria che di azioni reali ma soprattutto sensate ne sta facendo un gran poche.

Regione Lombardia, dalle pagine istituzionali del proprio sito Internet 1, scrive precisamente:

  • i test non devono essere venduti o messi a disposizione di “profani”, ovvero persone non esperte di test diagnostici

 .... e ancora:

Si precisa che:

la verifica della correttezza dei percorsi sopra indicati è in capo al medico responsabile
 i relativi costi NON sono in carico al SSR;
 il referto positivo a test sierologico con metodica CLIA o ELISA o equivalenti deve essere comunicato alla ATS di residenza del soggetto, attraverso gli appositi flussi predisposti secondo specifiche indicazioni regionali, indicando:
 i dati anagrafici;
 il telefono;
 il referto del test;
a data di avvio dell’isolamento fiduciario;
 la data prevista per l’effettuazione del tampone
e comporta l’avvio del percorso di sorveglianza di caso sospetto.

Pubblichiamo quanto accaduto alla famiglia di una nostra lettrice, le prove sono state fornite alla nostra redazione che ha provveduto a nascondere opportunamente i dati sensibili della madre.
Difronte al rifiuto del SSR, è andata a fare i test sierologici di sua iniziativa, leggete quanto accaduto:

 

Scrivo perchè vorrei che questa esperienza possa denunciare i limiti e i confini estremi di una totale incompetenza nella gestione di una cosi detta pandemia ... per chi ci crede!

Mia madre, 62 anni, custode in un condominio dove è presente anche un ambulatorio medico,  il 13 maggio 2020 si reca in una grande struttura ospedaliera di Sesto San Giovanni per effettuare il test sierologico.

Nel mese di marzo è stata male, una influenza che si è trascinata più del solito, durata un paio settimane con febbre che inizialmente faticava a scendere, trattata in fase 1 (per restare in tema decreti) con la classica terapia antinfiammatoria.
Successivamente, in fase 2, dopo la visita col medico di base, la prescrizione di un antibiotico, forse per la presenza di una tosse persistente che le causava dolori un po' ovunque.

Non è mai stata trattata come paziente Covid.

Nonostante le insistenze di mia mamma di approfondire con un tampone o altro metodo diagnostico, considerando il suo lavoro a contatto con la gente, la risposta è stata sempre negativa.
Solo un certificato di malattia per stato influenzale, nessun riferimento ad un isolamento preventivo e quarantena.

Il 15 maggio, due giorni dopo il test, doveva recarsi presso la struttura ospedaliera per ritirare il referto, ma una chiamata la invitava a presentarsi il successivo lunedi 18 maggio per un colloquio col medico.

Le ovvie preoccupazioni per l'esito del test sono aumentate quando, dopo tre giorni, riceve una telefonata dalla struttura che le rinvia l'appuntamento al mercoledi 20 successivo, con il ritiro dei documenti.

Giunge il 20 maggio e finalmente ritira il referto che viene letto insieme al medico: mia madre risulta positiva sia per IgG che per IgM, ergo ha sia gli anticorpi Cov, sia un'infezione tuttora in corso.

Non vengono fatte domande di rito, non le viene chiesto se persistono i sintomi e non viene svolta alcuna visita.
Nessuna domanda riguardo al suo lavoro, nessuna istruzione riguardo l'avvisare le persone con cui è venuta in contatto, i familiari e il datore di lavoro.

La invitano solo a presentarsi l'indomani per effettuare un tampone. 

Mi domando ora: quanta credibilità può avere una gestione di questo genere, in cui le persone potenzialmente infettive vengono lasciate a piede libero?
Quanti come mia mamma?
Parliamo di una cittadina che si è recata spontaneamente per fare un approfondimento, che ha trascorso 5 giorni nella paura, ricevendo solo rimandi, il tutto considerando la pressione mediatica degli ultimi quattro mesi?

Consideriamo che mia mamma ha vissuto la sua quotidianità lavorativa, senza sapere che poteva essere un problema per tutte le persone che incontrava.

A questo punto mi vien persino da pensare che gli aggiornamenti quotidiani dei nuovi casi pubblicati dalla Protezione Civile li facciano sulla base degli esiti di questi test: gente a casa che sta bene, ma che ancora risulta positiva.

Difficile non pensare che dietro a tutto questo ci sia solo una grande tavola grassa; un insieme di interessi nutrito dal grosso sacrificio e dettato purtroppo dalla paura di molte persone.

Con tutto il rispetto per chi ha vissuto in prima linea e per chi ha perso qualcuno, credo sia arrivato il momento di grattuggiare letteralmente le incapacità di gestione e la perseveranza negli errori con cui alcuni continuano a trattare la questione.
I trucioli che ne deriveranno potrebbero essere le risposte di cui abbiamo bisogno!

Fonti:

  1. Sito web istituzionale Regione Lombardia - Test sierologici per ricerca anticorpi anti COVID-19
0
Shares

Sei interessato?

Seguici anche sui nostri canali Social...

0
Shares