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Martedì, 21 Settembre
No-vax sospesi dal lavoro? Una bufala

Una notizia diffusa ieri si è rivelata imprecisa. Anzi, è meglio dire: errata.

La trovate qui. Si racconta di una decina di dipendenti di due case di riposo del bellunese che si sarebbero rifiutati di vaccinarsi in febbraio e che per questo sono stati sospesi dal lavoro (messi in ferie forzate). Il medico delle due strutture avrebbe stabilito l’ inidoneità al servizio degli operatori sanitari,  “permettendo ai vertici delle case di riposo di allontanarli dal luogo di lavoro, senza stipendio, per impossibilità di svolgere la mansione lavorativa prevista”, così si legge sul Corriere.

La cronaca prosegue raccontando che gli operatori sanitari si sono rivolti al giudice “per essere reintegrati nel posto di lavoro rivendicando la libertà di scelta vaccinale prevista dall’ordinamento italiano e dalla Costituzione”.

Il giornalista, poi, ci mette del suo lasciando intendere che le sue parole chiariscano maggiormente il verdetto del giudice, eccole: “C’è poco da gridare ai quattro venti che l’autorizzazione ai vaccini è temporanea, che c’è stata poca sperimentazione e che ci sono rischi, il tribunale ha ritenuto insussistenti le ragioni degli operatori no vax”.

Quindi l’articolo ricorda che i dipendenti non sono stati licenziati ma solo “sospesi”, “significa che quando cesserà il pericolo per la salute, cioè se si vaccineranno o se la Covid sparirà dalla faccia della terra, potranno essere reintegrati con effetto immediato”.

C’è anche una ciliegina – pindarica, perché non c’entra con il resto -: addirittura, secondo gli avvocati delle RSA, “la condotta degli operatori sanitari si può paragonare a mobbing nei confronti degli ospiti delle RSA”. Avete capito bene: gli ospiti anziani sono liberi di vaccinarsi o meno e, secondo questi avvocati, sarebbero mobbizzati dagli operatori che esercitano lo stesso diritto.

L’estensore conclude che la sentenza “è destinata a fare da pilota per i prossimi ricorsi” e suggerisce come dovranno comportarsi in futuro i direttori ospedalieri “in mancanza della possibilità di sospendere i no-vax, i direttori generali potranno metterli in reparti isolati dove non saranno in grado di contagiare e contagiarsi”.

Ora leggiamo la sentenza qui e cerchiamo le differenze.

Così l’idrossiclorochina finisce al Consiglio di Stato

Cos’è l’idrossiclorochina? Fa bene o fa male? Come si affronta oggi il Covid? Ci si può curare a casa? Proviamo a rispondere con l’aiuto di un medico, l’oncologo e professore Luigi Cavanna, che ha seguito centinaia di malati di Covid, trattandoli con questo farmaco al loro domicilio. Da maggio però non si può più prescrivere né somministrare idrossiclorochina (vedremo perché).

Il 10 dicembre il Consiglio di Stato si esprimerà sull’esposto presentato da alcuni medici che chiedono il via libera al farmaco e di poter prescrivere in scienza e coscienza. 

L’ antefatto

L’idrossiclorochina si usa da oltre 50 anni per curare la malaria e alcune malattie autoimmuni. Per le sue proprietà immunomudulanti, anti trombotiche e anti virali è stata impiegata anche per contrastare alcune importanti infezioni, dall’HIV all’Ebola, dalla Sars alla Mers. Costa poco.

Durante la prima ondata del Sars-Cov-2, l’idrossiclorochina era presente nelle linee guida dei Paesi occidentali colpiti dall’infezione (approvata, dunque, anche da Aifa ed Ema) per trattare i malati, sia in ospedale che a domicilio.

A maggio però esce uno studio su Lancet – rivelatosi poi fallace – che richiama le attenzioni delle agenzie regolatorie. Si afferma che l’idrossiclorochina era stata causa di un aumentato numero di decessi, a riprova si millanta l’analisi di 96mila cartelle di pazienti in 970 ospedali nel mondo. Ma, a una prima seria verifica, le basi di quel lavoro, crollano. Nessuno aveva esaminato quelle cartelle e la società che eleborò i dati falsi finì indagata. Cliccate qui.

Tuttavia l’idrossiclorochina è rimasta inaccessibile ai malati di Covid. Sospesa la somministrazione nei Paesi occidentali già a poche ore dalla pubblicazione dello studio fallace. A giustificazione, oggi, Aifa cita la posizione dell’OMS che “per prudenza ne ha sospeso i trial”. Sarebbe pericolosa per il cuore e potrebbe aumentare i decessi. Qui.

La situazione oggi

In mezzo mondo, i medici che, nei mesi di marzo aprile hanno trattato i malati con quel farmaco, hanno raccolto e pubblicato i loro dati. Secondo chi l’ha prescritta, “soprattutto nei primi giorni di malattia”, l’idrossiclorochina ha contribuito a contenere i decessi. Sono stati fatti numerosi confronti sia con con gruppi di pazienti ricoverati sia con chi si è curato a domicilio. Qui uno studio osservazionale belga su 8.075 partecipanti.

Si sono poi studiati i decorsi dei pazienti che non hanno usato quel farmaco e si è giunti alle conclusioni che sintetizza Luigi Cavanna, oncologo, primario all’ospedale di Piacenza e ricercatore: “La mia esperienza con l’impiego di quel farmaco è più che buona, ho seguito personalmente a casa oltre 300 malati, dei quali il 30 per cento con forme severe e un altro 30 per cento con forme moderate. Di questi nessuno è morto e i ricoverati sono stati meno del 5 per cento”. 

E poi. “Mi sono sentito ringraziare con queste parole, ‘dottore, stavo così male che pensavo di non farcela, dopo 3 giorni di terapia la mia vita è cambiata”.

Lo staff del professor Cavanna ha raccolto i dati in due pubblicazioni sui malati di tumore che hanno avuto il Covid e un terzo lavoro verrà spedito nei prossimi giorni per essere pubblicato. Intanto, altre ricerche sono state pubblicate, dapprima una metanalisi, ossia una summa di 26 studi che riferiscono dell’impiego di idrossiclorochina su 44.521 malati di Covid e che mostrerebbero una riduzione di mortalità con il farmaco a basse dosi. Cliccate qui.

Poi un altro lavoro tutto italiano che riunisce le esperienze di 33 ospedali della Penisola in uno studio osservazionale multicentrico che trovate qui. Sono stati seguiti i decorsi di 3.451 pazienti non selezionati, ricoverati dal 19 febbraio al 23 maggio. Ed è emersa una mortalità ridotta del 33% in chi ha usato quel farmaco.

In luglio, 13 Regioni italiane hanno chiesto di poter usare l’idrossiclorochina off label nei trattamenti domiciliari, cliccate qui. Ma Aifa è rimasta ferma sulla sua posizione. Qui.

Nel frattempo ci sono stati ricorsi al Tar e si attende il verdetto del Consiglio di Stato del 10 dicembre. Cliccate qui.

Per l’Ema è un farmaco che “se preso in dosi elevate induce al suicidio”

Il 30 novembre Ema pubblica una nota. Si dice che “a seguito di una revisione dei dati sono emersi 6 casi di disturbi psichiatrici in pazienti Covid a cui erano state somministrate dosi di idrossiclorochina superiori a quelle autorizzate”. Cliccate qui.

Professor Cavanna ha osservato anche lei la tendenza al suicidio?

“Qualsiasi farmaco preso a dosi da cavallo fa male…che dico farmaco, anche la pastasciutta…Penso che ci si debba avvicinare ai dati con umiltà e senza pregiudizi. Invito a guardare a ogni terapia in termini di costi e benefici, tenendo presente gli effetti collaterali e la situazione di ciascuno. A Piacenza ci sono stati oltre 900 morti nella prima ondata, in quel periodo, dei pazienti che noi seguimmo a domicilio trattati con idrossiclorochina – all’incirca 300 – i ricoveri sono stati inferiori al 5% e nessuno è morto”.

Per quanti giorni va somministrata l’idrossiclorochina? 

“Per una settimana, non di più. Si ottenevano miglioramenti dopo due-tre giorni. Abbiamo osservato che è importante dare il farmaco ai primi sintomi, ed è sufficiente un basso dosaggio”.

Cosa pensa del fermo divieto delle agenzie regolatorie?

Che per onestà sia necessario spiegare ai pazienti che hanno ricevuto l’idrossiclorochina nei primi mesi e sono guariti che cosa è successo; se hanno rischiatoche cosa hanno rischiato, e come hanno fatto a rimettersi in piedi. Una spiegazione è dovuta. Prima il farmaco era ammesso e lo è stato per tre mesi, ora è vietato. Perché Aifa non va vedere come stanno queste persone?”.

Aifa sostiene che non esistono studi randomizzati sui pazienti Covid

“Abbiamo molti dati, non solo noi di Piacenza, ma da tutta Italia, penso alla provincia di Alessandria, a Novara, a Milano, e a Bologna. Sono stati pubblicati gli studi osservazionali (vedi sopra), una metanalisi che mostra la riduzione di mortalità su 40mila malati. Questi report vanno messi sul tavolo. Si tratta di  uomini e donne, non di esperimenti in vitro. Sono un sostenitore dello studio randomizzato (si dividono i pazienti in due gruppi omogenei, a uno si somministra la miglior cura esistente più il farmaco da testare, all’altro la miglior cura più il placebo) ma lo studio è sempre un mezzo, non un fine. I malati bisogna guardarli in faccia e, in mancanza di studi randomizzati utilizzare farmaci di provata efficacia ‘sul campo’, di facile somministrazione, di costo contenuto e con pochi effetti collaterali.

Cosa farebbero all’Aifa se qualcuno di loro o dei loro familiari si ammalasse di Covid e si ritrovassero con una febbre alta che non passa dopo tre giorni, tosse e fiato pesante? Si accontenterebbero dell’antipiretico e del saturimetro (sono le indicazioni per curarsi a casa) aspettando forse di peggiorare per essere ricoverati d’urgenza? È come se misurassimo la pressione alta senza dare alcun farmaco ma consigliando di tenere a casa l’apparecchio per la pressione…”

Il Covid si può curare a casa?

Assolutamente sì, la cura precoce, fatta cioè nei primi giorni di febbre alta, tosse e affanno, consente ai pazienti di evitare il ricovero in ospedale e di guarire. La mia esperienza coincide con quella di centinaia di medici in Italia e migliaia nel mondo che hanno curato a casa i pazienti”.

Cosa prendere ai primi sintomi?

“Chi non ha sintomi o ne ha pochi non deve fare nulla, isolarsi con le precauzioni per non infettare gli altri. Chi ha sintomi può assumere un antinfiammatorio. Se sopraggiunge tosse o se la febbre non passa in 24-30 ore bisogna rivolgersi al medico di famiglia che può attivare le Usca, Unità mediche territoriali che, a domicilio, possono visitare, fare un’ecografia ai polmoni, fare un tampone e valutare il livello dell’ossigeno” (nel Piacentino funziona così).

Insomma, è importante agire subito?

“Sì. Durante la pandemia abbiamo visto arrivare in ospedale persone con alle spalle 10 e più giorni di febbre, tosse, dispnea, non va bene”.

Ma oltre all’antinfiammatorio? Antibiotico o cortisone?

“Decide il medico. Se c’è il sospetto che l’infiammazione abbia intaccato i polmoni l’antibiotico va consigliato. Il cortisone va dato non subito ma nei giorni successivi per evitare il picco infiammatorio. L’eparina se il paziente è allettato o fatica a muoversi. Fondamentale è misurare la saturazione di ossigeno”.

Come mai un oncologo cura i malati di Covid a domicilio?

“L’oncologo ha come background culturale la presa in carico del malato, lo segue nel suo percorso di cura e nei successivi controlli fino alla guarigione o alle cure palliative. Ricordo un paziente che ci disse che avrebbe dovuto interrompere la terapia perché il figlio non lo poteva più accompagnare in ospedale poiché avrebbe rischiato di perdere il lavoro. Era 20 anni fa. Decidemmo di istituire una rete territoriale che funziona ancora oggi: nelle zone senza ospedale ci sono i nostri presidi, portiamo le cure oncologiche vicino al domicilio del paziente e siamo stati i primi in Italia a eseguire le terapie nella Casa della Salute, in una vallata del Piacentino priva di ospedali”.

Con l’inizio del Covid vi siete comportati così?

“Un nostro paziente, malato di tumore, ci avvisò di avere tosse e febbre. Siamo andati a domicilio. È cominciata così…Poi sono stati trattati tanti altri malati, anche, e soprattutto, non oncologici”.

Guariti con idrossiclorochina?

“Esattamente”.

Oggi in ospedale a Piacenza avete tanti malati Covid?

“Molti meno che a marzo, grazie anche alla nostra rete di assistenza domiciliare”.

Ora cosa farete?

“Cercheremo di convincere Aifa a cambiare le linee guida con la forza degli argomenti ma anche con la determinazione che ci trasmettono i malati”.

Ci sono speranze?

“C’è un assoluto bisogno di cure precoci. Ci sono tanti dati, c’è un’interrogazione parlamentare presentata dal senatore Armando Siri che ha a cuore la nostra causa e c’è il Consiglio di Stato”.

Di cosa si muore

Il ministero della Salute calcola che negli ultimi otto mesi ci siano stati 43.589 morti di Covid. I dati si riferiscono al periodo 11 marzo-12 novembre. 

Abbiamo chiesto all’epidemiologo Stefano Petti di spiegarci quanto incidono questi decessi su tutte le morti.

“Il numero dei decessi totali del 2020, in Italia, sarà disponibile solo fra un paio d’anni. Per capire il peso del Covid sulla mortalità generale possiamo fare riferimento all’ultimo anno utile, che è il 2017. Soltanto i dati relativi al Covid sono aggiornati al 2020, ma è un fatto insolito. Non è mai accaduto, infatti, che si registrassero in tempo reale i morti totali per una determinata causa.

Ma accogliamo questa anomalia. Allo stesso modo accettiamo che nel novero dei decessi Covid ci siano anche i casi probabili, le malattie simil Covid con tampone negativo e i morti con varie patologie gravi (come la demenza, quinta causa di decessi nel mondo o l’ictus) che non sembrano correlate all’infezione e tampone positivo. Qui le tabelle Istat del 2017.

Nel 2017 ci sono stati 646.833 morti. Ma visto che dobbiamo ragionare su 8 mesi calcoliamo i decessi in questo arco di tempo: sono 431.222. Quindi i morti Covid rappresentano il 10,1% di tutti i decessi”.

E il 90% della popolazione di cosa muore?

“Sempre l’Istat ci dice che i decessi per malattie cardiovascolari e per tumori nel 2017 sono stati 231.732 e 179.351. Facendo lo stesso rapporto vediamo che le malattie cardiovascolari rappresentano il 35,8% e i tumori il 27,7% di tutti i decessi. Infarti, ictus e tumori insieme provocano i ⅔ dei decessi in Italia.

In altre parole: per ogni morto di Covid ci sono 3,5 morti di malattie cardiovascolari e 2,7 morti di tumore”.

Si dice però che il 2020 registrerà un aumento della mortalità generale.

“Sì, si parla di una mortalità in eccesso stimata al 30 agosto 2020 del +188%, potremmo arrivare a 680.000 morti l’anno. Il sito our world in data, che è usato dagli epidemiologi in tutto il mondo, da Harvard a Stanford a Oxford, individua anche le cause di questo eccesso…”.

…dovuto al Covid…

“Non solo. Gli studiosi individuano l’eccesso di mortalità soprattutto nel sovraffollamento della sanità pubblica, nel fatto che le risorse sono state dirottate tutte sul Covid a scapito, ad esempio, dei reparti di cardiologia e oncologia. Poi nel fatto che le persone non si recano al pronto soccorso per malattie che non siano Covid trascurando quindi la loro salute…”. Cliccate qui (cercando “Excess mortality for all ages”).

Ma ci sono già i dati?

“Sì, sono stime. La Società Italiana di Cardiologia ha mostrato che gli accessi al pronto soccorso per infarto del miocardio durante il lockdown sono stati dimezzati (meno 48%) e la mortalità per infarto del miocardio non correlata al Covid è triplicata. Cliccate qui”.

Quindi a causa dell’emergenza Covid stanno aumentando i decessi per malattie cardiovascolari?

“Purtroppo sì. Ci hanno detto che grazie al lockdown sono diminuiti gli incidenti stradali, è una buona notizia, anche se dobbiamo aspettare i numeri ufficiali. Intanto possiamo dire che nel 2017 gli incidenti stradali incidevano per lo 0,5% di tutte le morti; che le malattie cardiovascolari e i tumori rappresentavano il 63,5% di tutte le morti e stiamo osservando ora che la Sanità pubblica si sta focalizzando sul 10% delle morti, disinteressandosi del 63,5%. Fra i reparti chiusi o ridotti per dirottare il personale verso il Covid ci sono anche quelli di cardiologia e oncologia. La Federazione degli Ordini degli Infermieri documenta il 40% di ricoveri ospedalieri in meno rispetto al 2019, una riduzione del 36% delle prestazioni specialistiche ambulatoriali e 1,4 milioni di screening oncologici in meno. Cliccate qui”.

Ma questo significa che la percentuale del 63,5% delle morti provocate da infarti e tumori potrebbe aumentare ancora?

“Purtroppo sì. Non ha alcun senso, ma è quello che sta emergendo: nonostante le buone intenzioni del Piano Operativo Regionale per il recupero delle liste di attesa – cliccate quiper bloccare la causa del 10% dei decessi, si fanno crescere le altre. La spiegazione è che le risorse sono sempre le stesse, si recuperano spostandole da settori già carenti e centrali per la nostra Sanità. Questo modus operandi porterà a registrare morti in eccesso alla fine del 2020 come spiegato dagli statistici di our world in data. Pare assurdo ma all’ OMS se ne accorsero già in aprile…”

In che senso all’OMS se ne accorsero in aprile?

“Nel seguente documento, cliccate il pdf alla quarta pagina, Policy Issues. L’OMS valuta che la risposta alla pandemia avrebbe provocato un aumento della mortalità generale, con peggioramento delle malattie preesistenti, più errori medici e nella gestione delle altre malattie. Insomma, un peggioramento della qualità delle cure”.

Parlando delle sole malattie respiratorie. L’Istat calcola che i morti da malattia respiratoria furono 79.017 nel 2017 pari a 52.678 in otto mesi. In questa voce compaiono le malattie croniche delle basse vie respiratorie ma anche le polmoniti e le influenze. Si tratta di malattie respiratorie infettive, come mai per evitare questi decessi non abbiamo mai fatto un lockdown?

“È giusto chiederselo: come mai? Guardando alla situazione mondiale, il quadro è ancora più evidente. Cliccate qui. Il totale dei decessi nel mondo per Covid reale + presunto, dall’11 gennaio al 13 novembre 2020, è stato di 1.293.105.

I morti totali nel mondo nel 2017 sono stati 55.950.000, nei mesi da febbraio (da quando è comparso il Covid) a novembre sono 41.962.500 e il Covid rappresenta solo il 3,1% di tutti i decessi.

Nel 2017 i decessi per polmoniti sono stati 2.560.000, che diventano 1.920.000 per nove mesi; ma ci sono stati anche 1.180.000 decessi per tubercolosi (computate al di fuori delle polmoniti), che diventano 885.000 in nove mesi.

Quindi ci sono 2,2 morti per polmoniti e tubercolosi per ogni morto di Covid”.

Conclusioni: l’OMS era al corrente del rischio, poi rivelatosi reale, di una crescita dei morti da altre malattie. Tuttavia i governi dei Paesi occidentali si sono concentrati solo sulla nuova infezione, responsabile, nel mondo del 3,1% dei decessi e, in Italia del 10%, relegando tutti dentro casa e danneggiando le economie nazionali. Il Covid è un’ infezione respiratoria che provoca meno della metà dei morti che ogni anno provocano le altre infezioni respiratorie.

Come ci si curerà nella Fase 2

“Quando si presentano i primi sintomi (febbre alta soprattutto) è il momento di agire e di considerare il paziente come un malato di Covid-19. Abbiamo capito che intervenire nelle prime fasi del decorso è fondamentale per evitare il tracollo”.

Stefano Manera, anestesista e rianimatore, è uscito da pochi giorni dalla rianimazione numero 6 dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Si è ripreso la sua vita dopo un mese e mezzo di lavoro incessante nel reparto dei più gravi. Ha intubato e dimesso diversi malati ma ne ha visti altri spegnersi. Ha gestito lo stress, contenuto l’ansia, risolto grane. Ha brancolato nel buio e perso il sonno prima di riuscire ad apprezzare qualche risultato.

“Il reparto di rianimazione dove ho lavorato è stato ricavato da un deposito, il nostro staff di specialisti formato in quattro e quattr’otto, c’erano 15 posti letto. Nel momento clou (avevamo degenze lunghe e continui ingressi) qualche paziente è stato trasferito in Germania. Grazie a Dio, ora, quel reparto è vuoto ma non dismesso.

“Bimba malata di tetano, indagati i genitori”, ma non era tetano

Ricordate la storia della bambina di 7 anni che si era ammalata di tetano? (Autunno 2017, Torino). La piccola non era stata vaccinata e perciò i genitori furono indagati per lesioni colpose. La bimba si ristabilì in poco tempo e venne dimessa dopo qualche settimana (nel frattempo venne vaccinata contro il tetano). I genitori subirono immediatamente un processo mediatico ferocepari a quello dell’ostetrica di Macerata licenziata in tronco per non aver fatto il vaccino trivalente di cui non aveva alcun bisogno – e poi un procedimento penale.

Ma, colpo di scena, “Il fatto non sussiste”. Così ha stabilito il giudice. La malattia, verosimilmente, non era tetano. E il pm che indagò la mamma e il papà della piccola, dopo aver nominato un consulente, esaminato la cartella clinica e recepito la memoria difensiva costruita da diversi medici (fra i quali il Premio Nobel Luc Montagnier, il virologo Giulio Tarro, il professor Paolo Bellavite, l’infettivologo Fabio Franchi, il chirurgo Giorgio Pellis) chiese l’archiviazione nel novembre scorso. Il gip ha accolto la richiesta pochi giorni fa. Non si va più a processo.

La diagnosi di tetano è stata messa in dubbio. Perciò, per la malattia che ha afflitto la piccola – probabilmente una laringite acuta con trisma (il serramento delle mascelle) -, non vi sono responsabili.

Non solo. I periti fanno presente che il tetano si può presentare anche in persone vaccinate e con un alto livello di anticorpi, a differenza di quanto molti ritengano. Comunque, il protocollo prevede che, in caso di ferita, ci debba essere la certezza dell’avvenuta vaccinazione (comprensiva di regolari richiami), altrimenti si provvede a farla e a somministrare anticorpi (immunoglobuline).

Come succede per altre malattie (Herpes Zoster, meningiti, pertosse, parotite, influenza), la vaccinazione e persino la presenza di anticorpi non garantiscono la protezione contro la malattia.

Le statistiche USA mostrano che circa il 15-20 % dei casi di tetano avviene in soggetti completamente vaccinati.

Torniamo al fatto.

La richiesta di archiviazione dell’ipotesi di reato nei confronti dei genitori torinesi risale al novembre 2018, a un anno dall’accaduto. Ne diede notizia l’agenzia Ansa con poche righe che trovate qui. Nessun altro giornale o talk show riportò l’epilogo.

Di poche settimane fa la notizia che il gip ha accettato l’archiviazione (che ora è effettiva).

Eppure la vicenda ha incuriosito da subito.

Dapprima per il fatto che la bimba non aveva riportato alcuna ferita, né profonda, né superficiale nei mesi precedenti l’episodio e poi perché “ha sempre vissuto in città e mai in campagna a contatto con terra e animali” si legge nella memoria difensiva costruita dagli avvocati Luigi Isolabella, Angela Quatraro e Nicola Pietrantoni.

I periti chiamati dalla difesa hanno potuto dimostrare (così hanno sostenuto) che il tetano non c’entrasse affatto sulla base dei documenti e delle cartelle cliniche.

Sì, era tutto scritto.

Si legge che la piccola era stata considerata un “codice giallo”, che in sala d’attesa, pur avendo dolore al collo e difficoltà a spalancare la bocca riusciva comunque ad aprire la mandibola (aspetto, quest’ultimo, incompatibile con un tetano in atto) e che, “seduta con le gambe incrociate, aveva trascorso il tempo disegnando”. Che aveva gonfi i linfonodi del collo e, “nelle prime ore del mattino dolore alla parte alta della schiena”, tuttavia è stata trovata da subito “vigile, reattiva, orientata”, ha infatti sempre parlato con i medici e i familiari. Dopo la tac eseguita il giorno successivo all’ingresso in ospedale la diagnosi è stata “Sospetto ascesso retrofaringeo? Trisma (serramento delle mascelle)”. Alla visita otorinolaringoiatrica svoltasi al momento del ricovero, lo specialista, non avendo alcun sospetto di tetano, aveva prescritto antiinfiammatorio e cortisone.

Tuttavia, il secondo giorno di ricovero, la bimba è trasferita nella “Divisione di sospetto tetano” dove le verrà prescritto l’antibiotico che si usa per contrastare l’infezione tetanica; dopo 4 giorni però, i medici hanno sostituito l’antibiotico preferendone uno adatto alle patologie tonsillari. Questo cambio di strategia terapeutica è indicativo della poca convinzione dell’équipe medica nei riguardi della diagnosi di tetano.

Come è possibile che non vi sia certezza?

In sostanza, secondo i periti, mancavano prove essenziali e il decorso non era caratteristico del tetano. Si legge: “Non è stata ricercata la tossina tetanica nel sangue, non c’era alcuna infezione in atto con il germe tetanico. Non c’era storia di un’infezione precedente. Gli esami strumentali – elettromiografia e di laboratorio – oltre all’esame obiettivo non erano compatibili con il tetano in atto. Il chirurgo Giorgio Pellis, che è stato per lunghi periodi in ospedali africani, ha osservato svariate decine di casi di tetano”.

Tuttavia, i sintomi iniziali hanno giustamente allertato i medici, ma poi il quadro temuto non si è sviluppato affatto.

A ciò si aggiunga che il dolore della bimba si è attenuato progressivamente con il solo paracetamolo (i dolori da tetano sono insopportabili e persistenti e non si placano con paracetamolo).

“Perciò il quadro disegnato dagli esperti della difesa è tale da seminare un significativo dubbio sulla esattezza della diagnosi di tetano”. Così hanno concluso gli avvocati. E per questi motivi il pm ha chiesto al giudice l’archiviazione.

Non era tetano e non ci sono colpevoli.

Assolti i genitori da ogni accusa. Poiché – come illustrato nella memoria difensiva – vi erano opportune ragioni di salute dietro la scelta di non sottoporre la bimba a tanti vaccini insieme. Innanzitutto il fatto che la piccola, come la madre, è allergica ad alcuni farmaci e alimenti. “Il percorso dei genitori, lungi dall’essere dettato da mode o convincimenti ideologici, è il frutto di un ampio e continuo lavoro di documentazione su basi scientifiche”.

Cosa ci insegna questa storia.

Che il più delle volte, in medicina, le situazioni sfumano nell’“incertezza”. Che l’impegno profuso a mani piene – sia da parte dei medici che degli avvocati – permette, talvolta, di “accarezzare” la verità . Altre volte no, non si riescono a salvare vite o a dipanare matasse, ma ha valore comunque.

Che il processo mediatico è in antitesi con la ricerca della verità, perché, imprigiona intenzioni e persone in etichette feroci. I genitori della piccola erano finiti sulle prime pagine di tutti i giornali, additati come mostri irresponsabili. Qualcuno era arrivato a dire che la bambina non avrebbe dovuto ricevere cure in un ospedale pubblico perché “non era vaccinata”.

Non si sollevarono obiezioni, o, se ci furono, non si sentirono: il grido giustizialista riuscì a far tacere il buon senso e a far dimenticare i principi della Costituzione.

Chissà se ora qualcuno chiederà scusa a questa mamma e a questo papà.

Gioia Locati
Nell’autunno del 2007 ho scoperto di avere un tumore al seno, da allora la mia vita è cambiata profondamente ma non in peggio.
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